Punto, a capo

Aveva impresso ai pedali un ritmo sostenuto che le ricordava, chissà perché, la marching band che aveva seguito per le strette e buie stradine medioevali durante Barga jazz. A pensarci bene anche quella volta, come ora, non si era posta un obiettivo, ma era stato il ritmo a muoverla quasi obbligandola a seguire dei perfetti sconosciuti.

 

La strada sterrata si snodava tra piante che punteggiavano un paesaggio che si faceva sempre più incline a mutarsi. Siamo vicini al lago, pensò Marina e fermò la bicicletta, pronta ad annusare l’aria. La pedalata stava diventando faticosa ed era questo l’unico segnale di un percorso che le era sfuggito di mano, anche se ora capiva perché si era diretta lì. Il ritmo del cuore, veloce un attimo prima, stava recuperando la sua cadenza consueta e Marina si trovò a pensare che forse la fatica era dovuta ad altro. Ora tra gli alberi scorgeva il santuario, inforcò la bici (la poderosa!) e si decise a un ultimo strappo. Mentre la stradina scivolava sotto le ruote si disse che sì, era stata la ricerca di una consolazione ai suoi voli romantici che l’aveva condotta negli ultimi tempi ad un ingente e solitario consumo di cioccolato.

 

Davanti al santuario si apriva uno spazio inaspettato e Marina cercò un angolo riparato per legare la bici e sedersi un attimo prima di entrare. Eccolo il santuario, quasi anonimo nell’aspetto esteriore, imprevedibile nel suo dispiegarsi, all’interno, di ex voto del tutto al di sopra delle righe, per grandezza, soggetti, colori, modalità del racconto.

 

Lo aveva cercato per curiosità, perché la descrizione che le aveva fatto Sara l’aveva emozionata. Faticava a immedesimarsi in quei soggetti che si erano ritrovati, per disperazione o per rassegnazione, a chiedere una grazia che era giunta a dispetto di tutto. Ma il fatto che l’avessero materializzata attraverso quelle rappresentazioni li avvicinava, se possibile, a quello che stava vivendo lei, a quel tumulto che non trovava via di fuga o comunque di soluzione. Ancor di più assaporava l’emozione che le avrebbe prodotto la vista del coccodrillo appeso al soffitto, un bizzarro trofeo extra-territoriale. Ma quella era terra di contaminazioni: sul lago, d’estate, si aprivano trionfanti fior di loto trapiantati in terra mantovana dalla folle passione di una donna che, in viaggio di nozze, sul finire dell’ottocento o forse un po’ oltre, aveva voluto prolungare il piacere della vista di quei fiori esotici.

 

Con la coda dell’occhio, mentre entrava nella penombra del santuario, vide un’altra bicicletta. Forse conosciuta. Fu scossa dall’accelerazione che sentì al cuore perché capì che ciò che stava cercando sarebbe stato un punto di non ritorno. In un attimo rivide quella domenica di aprile quando si era unita al gruppo di Gigi per la gita in bicicletta sul lago di Garda e risentì il vociare dei partecipanti, il calore con cui l’avevano accolta e sostenuta perché era stata la sua prima pedalata impegnativa. Ricordava tutto. Sentì la sua mano che le sfiorava i capelli, l’altra che la obbligava a voltarsi, lentamente. Chiuse gli occhi e le sue labbra, ancora esitanti, incontrarono quelle di Sara.

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO
04 Dicembre 2012