Quelli che aspettano

“Uno per uno, otto o dieci milioni di italiani […] sfiorano con il viso i nostri finestrini;  è una cosa possibile solamente al Giro. Un re, un Presidente della Repubblica, ne vedono meno: e non possono vederne tanti tutti assieme, in ventun giorni di lento andare […]. Seguire il Giro è un modo per conoscere gli italiani, per scoprire cose segrete del loro vivere, dei loro gusti, dei loro fanatismi, del loro costume”.

 

Così scriveva, il 7 giugno 1955, Orio Vergani,storico inviato del “Corriere della Sera” al Giro d’Italia. Pochi giorni prima aveva assistito a uno degli esiti più emozionanti nella storia della corsa rosa: durante la penultima tappa, la Trento-San Pellegrino due vecchi campioni, Fiorenzo Magni e Fausto Coppi, avevano teso un agguato alla maglia rosa, Gastone Nencini. L’avevano attaccato proditoriamente, mentre si era attardato a causa di una foratura. Alla faccia di quel fair play che oggi viene tanto sbandierato ma – abbiamo il sospetto – più che per radicata convinzione in forma di posticcio salvacondottomorale all’interno di un sistemairreversibilmente geneticamente modificato da sport a show-business, Magni e Coppi s’involarono verso il traguardo in una irresistibile fuga a due. All’Airone andò la vittoria di tappa, al Leone delle Fiandre il primato in classifica generale.

 

Dai bordi delle strade la gente era mossa da alterni e combattuti sentimenti: da un lato l’entusiasmo per il colpo di mano di due grandi campioni che già avevano imboccato il sunset boulevard delle  loro splendide carriere; dall’altra la simpatia e la compassione per il giovane Nencini – 11 anni meno di Coppi, 10 meno di Magni – beffato crudelmente dall’alleanza di quei due mostri sacri. Orio Vergani forse aveva colto questi moti contraddittori nelle voci e nelle espressioni dei tifosi lungo la strada.

 

Il ciclismo è l’unico sport che va incontro alla sua gente. Per assistere a una gara e fare il tifo per i loro beniamini, gli appassionati della bicicletta non pagano il biglietto, non entrano in uno stadio, o in un autodromo. È la strada il palcoscenico dello spettacolo. E la strada è di tutti. Basta a volte aprire la porta di casa, la finestra o uscire sul balcone per vedere passare il Giro d’Italia, il Tour de France, la Vuelta a Espana. Tra il gesto atletico, agonismo del corridore e l’esperienza dello spettatore è come se ci fosse compenetrazione.

 

Innanzitutto perché ciclisti e spettatori, campioni e tifosi, si dividono uno spazio comune, la strada appunto. Fotografie di un ciclismo di qualche decennio anno fa, che tuttavia ritornano anche oggi, che i corridori montano in sella a ipertecnologiche cavalcature e indossano materiali ultraperformativi. I muri di folla che sulle salite occupano tutta la sede stradale e, quasi per miracolo, all’ultimo momento si aprono per lasciar passare il corridore, la ruota anteriore della bicicletta a fare da “spartigente”. Un tifoso allunga una borraccia all’assetato; un altro allo scollinamento del passo offre il foglio di giornale al corridore che se lo infila sotto la maglietta, per ripararsi il petto dal vento della discesa; altri ancora istoriano l’asfalto di scritte cubitali, innalzano striscioni o tracciano segni e parole allineando balle di fieno nei campi, pietre sul pendio della montagna, come parlanti Linee Nazca inquadrate dall’alto dalle telecamere TV dell’elicottero; c’è sempre l’esagitato che corre scomposto a fianco per centinaia di metri urlando il suo incitamento, fino a che non viene allontanato da un gesto di fastidio del suo idolo. Il Giro, il Tour riempiono le piazze e i viali alla partenza e all’arrivo; passano in rassegna la gente dei villaggi allineati sul corso principale, vecchi, donne, bambini, a farsi accarezzare dall’aria smossa dal gruppo sfrecciante in un fruscio di gomme e ruote.

 

Ma c’è ancora un’altra cosa che unisce chi pedala e chi aspetta il passaggio delle biciclette. Ammirare una corsa che passa non richiede grandi interpretazioni tecniche: perché tutti quanti comprendono, sentono al solo passaggio la fatica che fa un corridore in salita. È per questo che il vero appassionato sceglie la montagna. Si apposta lungo i tornanti, guadagna la posizione in largo anticipo prima che le strade vengano chiuse al traffico dall’organizzazione; e bivacca ore, giorni a volte, in attesa dell’attimo. C’è chi lo fa inforcando a sua volta una bicicletta, vestito di tutto punto, maglietta e pantaloncino multicolori, casco, guantini. Gli manca solo il numero sulla schiena e sul telaio, per potersi confondere con i campioni che vuole applaudire. È in questo modo che nel ciclismo si identifica azione e spettacolo, il fare e il guardare: sarebbe impossibile immaginare la stessa cosa per altri sport.

 

Il Giro d’Italia e il Tour de France ripropongono gli stessi riti popolari itineranti. Le città sede di partenza e di arrivo, ma anche i piccoli paesi sfiorati solo dal transito alla corsa, si attrezzano a creare il contorno folklorico. Musiche, banchetti, giochi: l’aria di sagra paesana contagia e travolge la gente, anche quella delle grandi metropoli, così apparentemente distratte da tante altre occasioni sportive e mondane assai più alla moda, ma inevitabilmente rapite ogni volta che le loro vie e le loro piazze ospitano queste ormai secolari “feste a pedali”.

 

Vengono in mente le parole di Anna Maria Ortese che si leggono in uno dei tre servizi scritti per “L’Europeo” al seguito del Giro, tra il maggio e il giugno del 1955: “E tutti, al passaggio del Giro, come mossi da un vento, si piegavano avanti, e in quell’attimo si udivano risa di gioia e grida e voci che chiamavano con amore, e incitavano, e subito dopo niente: come un film vive solo in quell’attimo che attraversa lo schermo, quel muro diventava umano solo nel tempo che era illuminato dal Giro. Poi ritornava muro, vento, memoria.”

 

A distanza di oltre mezzo secolo dopo la scena continua a ripetersi, perlomeno nella sua sostanza sentimentale.

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