È dura ricordare le cose tenere con tenerezza

Un anno dopo il suicidio di David Foster Wallace, avvenuto il 12 settembre 2008 a Claremont in California, sua moglie Karen Green, scrittrice e artista visuale, realizzò un’opera dal titolo La macchina del perdono. Si trattava di uno strano congegno realizzato con tubi e pezzi di plastica colorata che assomigliava a uno strumento di laboratorio. Gli spettatori della galleria d’arte di Pasadena in cui l’opera venne esposta erano invitati a inserire all’interno della macchina dei biglietti con scritti i nomi delle persone che avrebbero voluto perdonare o da cui avrebbero voluto ricevere il perdono.

 

L’importanza di quest’opera non risiedeva tanto nelle sue proprietà artistiche, quanto nella funzione che essa svolse nel ritorno alla vita e al lavoro di Karen Green dopo il grave lutto che l’aveva colpita. “Il giorno prima vivi una normale vita di coppia”, disse al «Guardian», “passi il tempo nella tua casetta a guardare per la terza volta il box set della serie tv The Wire, e all’improvviso ti ritrovi a essere la vedova del grande scrittore”.

Quel 12 settembre di dieci anni fa fu la stessa Karen, tornando a casa, a scoprire il corpo senza vita di suo marito David. Oggi i lettori italiani hanno la possibilità di leggere in traduzione il memoir che Karen Green ha pubblicato negli Stati Uniti nel 2013 in cui racconta l’assenza, il lutto, il senso di vuoto, i fantasmi, gli oggetti, il ricordo, la lotta, lo struggimento e, appunto, il perdono. Il libro viene pubblicato in edizione limitata e numerata da Baldini+Castoldi con il titolo Il ramo spezzato, la traduzione è di Martina Testa. 

 

È difficile inquadrare questo lavoro in un genere letterario. A partire dalla sua forma: un mosaico frammentato di capitoli brevi, frasi sospese, fendenti improvvisi che squarciano il silenzio delle pagine bianche, in cui Karen Green affronta con i mezzi della scrittura l’amore buio di cui è costretta a nutrire la propria anima da quando ha perduto David. È a tratti una lettera – a David e a se stessa – e a tratti un diario in cui lascia colare come bolle di vernice immagini feroci e dolorosissime. Come quella che descrive il ritrovamento del cadavere del marito: “Mi angoscia l’idea di averti spezzato le rotule quando ti ho tirato giù. Continuo a sentire quel rumore”. 

 

 

La perdita è uno degli iper-temi che costellano la produzione letteraria di questi anni. Complice forse la regressione culturale, la decadenza, in cui siamo immersi. La letteratura in tutto il mondo è in cerca di elaborazione di lutti. Lutti reali o lutti storici, ma anche malattie, memoria, mancanze e smarrimenti. Una delle caratteristiche che rende tremendamente efficace questo genere di no fiction è l’assoluta assenza di freni inibitori. Se l’autore si contiene, mistifica, o semplicemente ottenebra la materia trattata, il lettore non gli lascerà scampo. È l’arte come combinazione, lealtà, testimonianza, è la letteratura auspicata in Fame di realtà di David Shields, è «trascendere l’artificio». Il senso di verità che ci viene restituito oltrepassa la letteratura in senso lato, arriva al lettore come una manifestazione viva del sensibile umano.

Ma al di là degli aspetti più strettamente emozionali, Il ramo spezzato suona come un’anomalia letteraria perfino se paragonata ad altri memoir che raccontano la perdita di una persona amata. Poiché in esso è assente l’elemento analitico, che per esempio alimentava un classico del genere come L’anno del pensiero magico di Joan Didion. Non c’è il controllo della scrittura né la capacità di imbastire un racconto lungo un arco narrativo (mi viene in mente il magnifico Io e Mabel di Helen Macdonald). E tuttavia è un’immersione totale nella devastazione psichica che consegue a una perdita. “Alla fine il lutto diventa immortale e il buco è più familiare del dente”, scrive Green.

 

Il ramo spezzato è anche un documento sull’uomo David Foster Wallace, sulla sua malattia depressiva, sulla sua lotta contro le cure, contro i ricoveri ospedalieri: “Perché lui non voleva tornare lì? Regolamenti, sedie a rotelle, acqua in bicchieri di plastica distribuiti uno alla volta per impedire di annegarsi, permessi concessi, procedure di emergenza. Tirocinanti pieni di zelo, facilmente influenzabili. Informare il coniuge nel caso si rendano necessarie costrizioni fisiche. Barrare sì o no”. 

Ed è un tracciato dell’amore che legava David a Karen e viceversa: “Prima che io andassi al lavoro eravamo sotto l’ulivo e tu ti stavi facendo quella che chiamavi una fumata da paziente psichiatrico e hai detto: non voglio essere Satana ma ti va di farmi compagnia e ci siamo tirati su le magliette per strofinarci le pance una contro l’altra e la tua era molto più piatta ma piena di pane del giardino comunque comunque ci siamo alzati le magliette, petto contro petto, ed era un rituale rassicurante che compivamo ogni giorno e ho detto: Facciamolo per tutto il resto della nostra vita. Tu hai detto: Che bella che sei. È dura ricordare le cose tenere con tenerezza”.

 

Nel decennale della morte di uno dei più strepitosi talenti della narrativa americana contemporanea, questo libro ci aiuta a guardare nel vuoto privato (quello pubblico lo conosciamo già), ci mostra la fragilità e la carne di un autore che credeva ossessivamente nella parola scritta e nell’uso perfezionato del linguaggio. In molti hanno visto in lui una specie di supereroe della letteratura, dotato di un’intelligenza muscolosa e prodigiosa, pur nell’evidente fragilità della sua condizione psichica. Ma quello che intravediamo in Il ramo spezzato è un’altra cosa. Questo è l’uomo.

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