Umberto Eco. Il costume di casa

Pubblichiamo oggi, in collaborazione con Bompiani, un ebook che raccoglie 13 saggi tratti da "Il Costume di casa" di Umberto Eco, selezionati da Gianfranco Marrone. Di seguito la sua prefazione al libro. 

 

Qui per scaricare l'ebook gratuitamente. 

 


Il costume di casa, sesto libro di Umberto Eco, è stato pubblicato nel 1973 da Bompiani e – caso pressoché unico nella vasta opera del noto semiologo romanziere – mai più ristampato. Dopo volumi di grande rilievo come Opera aperta (1962), Apocalittici e integrati (1964) o La struttura assente (1968), e prima di altri di non minore importanza come il Trattato di semiotica (1975) o il Nome della rosa (1980), Eco per la prima volta raccoglie suoi scritti sparsi, di carattere per lo più giornalistico, sulla cultura e la politica degli anni immediatamente precedenti. Il titolo ha perciò quanto meno due letture: si tratta di testi sulle abitudini culturali italiane redatti in veste da camera.

I temi sono quelli degli anni Sessanta e primi Settanta. Da un lato lo strapotere mellifluo della Democrazia Cristiana, il pomposo latinorum della classe politica, il controllo dei canali televisivi da parte del Vaticano, il connubio fra militarismo nazionalista e beghinismo cattolico, la retorica piccolo borghese dei romanzi d’appendice, il diffondersi silenzioso dei giornali ‘taumaturgici’ di parrocchia, la stupidità dei titoli dei temi per gli esami di maturità, l’obbligatorietà del latino a scuola, la guerra del Vietnam… Dall’altro la critica militante delle ideologie, l’intento polemico di far scoppiare le contraddizioni della società capitalistica, i dubbi metodici circa il preteso oggettivismo dei giornali, il diffondersi della contestazione del ’68 fra organizzazione operaia nelle fabbriche e movimento studentesco, le Lettere a una professoressa di don Milani, i tanti Franti da elogiare…

Temi dell’epoca ovvero, per la stragrande maggioranza dei casi, di sempre. Al di là dei casi minimi da cui molto spesso prende avvio il discorso di Eco – secondo lo stile forte del semiologo sempre al lavoro, che à la Barthes nel dettaglio vede dio e non il diavolo –, si agitano nelle pagine nel Costume di casa questioni basilari della società italiana e della cultura contemporanea: il conformismo culturale nascosto dietro il linguaggio astruso dei politici, l’ipocrisia dei media, il sistema del provincialismo culturale, il dilagare del Kitsch e lo sperimentalismo letterario come possibile alternativa, l’eterno fascismo italico, le dinamiche della società dei consumi e della cultura di massa, le strategie della persuasione pubblicitaria, il gioco della comunicazione fra strategie globali e tattiche locali di risposta, il senso del plagio e il succedersi delle mode intellettuali, la semiurgia insita nella quotidianità, le mitologie sportive e le sue metafore diffuse…

Perché e come poter rileggere questi scritti? O – che è lo stesso – che senso può avere riproporli, in tutt’altro clima storico e culturale, al lettore dei nostri giorni? Al di là del loro valore storico, e del loro interesse storiografico, possiamo innanzitutto esser certi nel dire come sia il caso che essi non vadano (ri)letti. Bisogna per esempio evitare quella che potremmo chiamare la sindrome della nota della spesa – di cui Eco, come è noto, è stato troppo spesso vittima da parte di media furbetti e accademie esangui d’ogni angolo del pianeta. La pratica cioè del recupero dello scritto autoriale quale che sia, a metà strada fra l’adorante feticizzazione e la speranza di uno sfruttamento economico. Gli scritti del Costume di casa, per carità, non sono né liste per la lavandaia né brogliacci di lettere alla fidanzata dell’adolescenza. Sono testi, si vedrà, molto sofferti, quasi sempre d’intervento militante, esercizi di quella straordinaria lucidità intellettuale che tanto più si palesa quanto più si applica – come dicevamo – a fatti sociali trascurabili, dibattiti estemporanei, eventi di cronaca quotidiana, esperienze vissute di vita e di pensiero. Per capirci, i primi esempi di quella che, ridotta e perfezionata, diventerà la rubrica delle Bustine di minerva: come si legge nell’introduzione al libro, una pratica costante della diffidenza quotidiana.

Ma andrebbe soprattutto evitato, nel leggere questi articoli d’occasione, il recupero acritico della critica delle ideologie. Una tecnica che in quegli anni Eco sperimentava, coniugando felicemente la migliore tradizione marxista con la nascente, euforica semiologia. E che oggi riappare – frettolosamente liquidato lo spirito formalista e dissacratorio dello sguardo semiotico – come tristissimo ritorno al marxismo più greve. In epoca di aprioristici rifiuti d’ogni metodologia d’analisi qual è quella attuale, il recupero vintage della critica delle ideologie va in senso diametralmente opposto al gesto del Costume di casa: gesto che, mantenendo saldo l’intento vigile dell’intellettuale militante, si smarcava dal piglio banalizzante e terroristico del materialismo dialettico (oggi risorgente, potremo dire, più come farsa che come tragedia).

Semmai, per nulla paradossalmente, questi scritti andrebbero riletti come altrettanti classici del pensiero contemporaneo e dell’azione appunto critica che, nelle sue espressioni migliori, inevitabilmente lo accompagna. Un classico, sappiamo, è un testo destinato a durare non tanto trascendendo le epoche e le culture quanto riattualizzandosi in ognuna di esse. Non è polveroso pezzo da museo ma paio d’occhiali sempre lustri. I classici portano su di sé le tracce delle letture che hanno ricevuto, scrollandosi di dosso la polvere del tempo. Ma a esser classica, a diventare tale grazie alla interpretazione che Eco ne fa, è qui la realtà sociale stessa, il suo spessore segreto di verità, la sua sempiterna, sfuggente contemporaneità. Se c’è una condizione che questi scritti surrettiziamente rifiutano è quella dell’esser datati. Nel senso che è ovvio che lo sono (articoli per quotidiani e riviste!), e che nonostante questo, o forse proprio per questo, trascendono l’occasione più o meno casuale che li ha generati per diventare stimoli a una riflessione successiva applicata ad ulteriori occasioni, forse ugualmente casuali, sicuramente altrettanto trascendibili. In altre parole, si tratta di scritti che rifiutano il doppio ricatto dell’attualità, come qualcosa di cui occorre oggi parlare per essere dimenticata domani. Nasce una polemica intorno alle parate militari del 2 giugno? Ecco sorgere un’ipotesi teorica circa la menzogna espressa per sostanza militare: ostentare l’apparato bellico per meglio nasconderlo: cosa che va ben oltre, com’è facile intendere, la nostra stessa festa della Repubblica.

A mo’ di accompagnamento alla ripubblicazione dell’intero volume presso Bompiani, la Libreria di Doppiozero propone – col gentile permesso di autore ed editore – tredici di questi piccoli classici che, a esemplificazione d’un genere testuale che è insieme modello teorico, rendono classica l’attualità.

Dalla sezione Italia nostra, prima nel volume, presentiamo “Il cifrario dei politici” (che illustra le sottigliezze tattiche della retorica politica), L’illusione

della verità” (che ribadisce il valore etico, e non ontologico, dell’obiettività nei giornali), “Il televisionario” (dove viene fuori il senso di smarrimento provato dinnanzi all’abnorme proliferazione dei notiziari televisivi),  L’industria del genio italico” (in cui si ricostruiscono le raffinatissime tecniche di sussistenza della cultura di provincia). Dalla sezione successiva L’uomo nero ovvero i nipotini di Padre de Maistre, “L’industria della cultura di destra” (sulle derive marketing di certa culturale reazionaria) e “Fascio e fumetto (Eja, eja, gulp)” (sulle derive reazionarie del fumetto nero ed erotico). Dalla sezione Kitsch Kitsch Kitsch: urrah!, “Feticci laici nei musei” (che ricostruisce le dinamiche pseudoestetiche precostituite nelle esposizioni artistiche) e “Lady Barbara” (che abbozza una fenomenologia dell’ascolto banale della canzonetta popolare). Da I segni e i miti “Signora guardia” (dove si associano alcune tecniche della propaganda commerciale ad altre di natura militare), “La chiacchiera sportiva” (sulle stratificazioni comunicative dello spettacolo agonistico), “Insegnare l’aldilà” (sui problemi legati alle pedagogie della religione), “Ciò che non sappiamo della pubblicità televisiva” (che ragiona sugli effetti spesso perversi dei cortocircuiti persuasivi). Infine, da Dal Gruppo 63 a ‘Quindici’ “La generazione di Nettuno” (dove si ricostruiscono le prassi e i controvalori dell’avanguardia letteraria), “Per una guerriglia semiologica” (articolo fondamentale, arcicitato e pochissimo letto, che ha generato forse senza volerlo gran parte dei destini dei media televisivi nei decenni successivi), “Pesci rossi e tigri di carta” (prima storia dello sperimentalismo italiano e dei suoi esiti sociali).

La varierà degli argomenti è inversamente proporzionale al rigore intellettuale con cui li si interpreta: dove all’opera non è il professore universitario già avviato che deve e vuole far teoria astratta né lo scrittore in potenza che ha voglia di raccontare e raccontarsi. È il rigore di chi sta a casa in vestaglia e cerca di capire chi non sa stare a casa in vestaglia: usando insieme la scienza

e la letteratura, l’analisi e la narrazione.

Un’ultima notazione. Il Costume di casa è dedicato ai genitori dell’autore da poco venuti a mancare (“A mio padre, che mi ha insegnato a non crederci. A mia madre, che mi ha insegnato a dirlo”). E si apre con un elogio della città natale Alessandria (“senza retorica e senza miti, senza missioni e senza verità”). Non c’è null’altro nel libro, esplicitamente, che abbia a che fare con la vita personale o intima di Umberto Eco. Esplicitamente.

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09 Luglio 2012