Roberto Cerati: un venditore di libri in maglietta nera

Oggi è un giorno triste, oltre che per gli amici di Roberto Cerati, per tutti coloro che amano i libri. Forse si chiude un’epoca: la sua casa editrice Einaudi ha appena compiuto (il 15 novembre) ottant’anni e lui, il suo Presidente, se n’è andato, avendo compiuto, da poco, i novanta.

 

La vita di Roberto Cerati è stata tutta legata all’Einaudi, in un rapporto di profonda affinità e fedeltà con il suo fondatore. Il primo incontro con Giulio Einaudi, nel 1945, avvenne quasi per caso: “Accompagnavo Ajmone che doveva mostrare a Einaudi dei lavori di incisione per Lavorare stanca di Pavese. In corridoio Giulio mi disse "Lei che fa?" "Niente". "Allora venga qui".’’

 

Cerati fece da prima lo strillone del Politecnico di Elio Vittorini (“Lo vendevo in Galleria gridando più forte degli altri venditori di quotidiani”); poi l’instancabile e appassionato venditore di libri a giro per l’Italia; infine, il Direttore commerciale, sempre al fianco del principe Giulio, da cui nel 1999 (dopo la sua morte) raccolse il testimone, diventando il Presidente della casa editrice.

 

 

Nelle celebri riunioni del mercoledì, Cerati non parlava quasi mai, limitandosi a consultare i suoi fogli. Poi c’era, al giovedì, il faccia a faccia tra lui e Einaudi. Discutevano di titoli, prezzi, e soprattutto di quali libri spingere. Era quella la riunione più temuta da autori e redattori, dove loro due si intendevano con poche parole. Del suo rapporto con Einuadi disse: “Con me si lasciava andare alle emozioni, forse perché mi sforzavo di capire cosa c’era sotto. Einaudi era per la conoscenza indiretta: tu capisci, io capisco, basta così. Entrambi molto schivi (…) Mi ha aiutato a crescere, ma lasciando che rimanessi me stesso. La grande difficoltà nei rapporti è la tendenza a divorare l’altro. Tra noi non è accaduto. E non smetto di essergliene grato” (“Repubblica”, 29/XII/2011).

 

Cerati credeva profondamente nel progetto Einaudi e nella qualità dei libri. È diventato un po’ alla volta la barra ferma e appassionata della casa editrice. Con molta freddezza, anche se non senza amarezza, sosteneva che autori, dirigenti ed editor passano, ma la Casa editrice rimane. La sua principale preoccupazione è sempre stata quella di tranquillizzare i lettori e gli autori che, (dopo la crisi, il cambio di proprietà e la scomparsa di Giulio Einaudi), nella sostanza, nulla era cambiato. A chi lo accusò di essersi prestato, con la sua autorevolezza e prestigio, a fare da foglia di fico dei nuovi padroni della casa editrice (Mondadori), rispose che il “primo dovere è salvare la casa editrice”.

 

Per far questo, mise in campo tutte le sue virtù diplomatiche e la sua saggezza, come quando dovette far fronte, nel novembre del 2001, al brutto pasticcio delle dimissioni dell’amministratore delegato Vittorio Bo, scrivendo una lettera a tutti i dipendenti: “Personalmente ho vissuto momenti dolorosi e maligni. Mi ha sempre sorretto la fiducia nel gruppo che Giulio Einaudi ha creato e Vittorio Bo ha ricomposto. Ora a noi spetta: discrezione e lavoro. È sempre stata la mia regola. Le voci alitano e passano. Le cose fatte restano”.

 

 

Non erano affatto frasi di circostanza. Me le sono sentite ripetere da lui decine di volte, tutte le volte che gli confessavo qualche delusione o amarezza. Conobbi Cerati nel 1990: era già una leggenda, soprattutto per chi lavorava nel mondo dell’editoria. Avevo notato che, quasi tutti i venerdì, nella libreria Feltrinelli di Via Manzoni, c’era un uomo piccolo e all’apparenza fragile, con i capelli candidi, sempre tutto vestito di nero, che prendeva i libri dagli scaffali e li spostava, si appuntava qualcosa su un quadernino, parlottava, con fare cospirativo, con i commessi. Me lo presentarono e lui mi disse che considerava quello il suo lavoro principale: parlare con i librai; controllare le pilette dei libri e rimettere in ordine quelli fuori posto o mal collocati; “annusare l’aria e i clienti”.

 

I librai lo amavano perché capivano che era un po’ uno di loro; che capiva e rispettava il loro lavoro; che considerava, e non si stancava di ripeterlo, le librerie “il centro del mondo del libro”. Cerati era rimasto uno dei pochi a pensare che nella libreria si “giocasse la partita del libro”. La filosofia del suo lavoro di direttore commerciale dell’Einaudi si basava su questa convinzione: i libri vanno portati, in tutti i modi, alla gente. Cerati si era creato negli anni una squadra di fedeli collaboratori e amici librai che venivano chiamati dai “nuovi manager editoriali”, con una punta di disprezzo, i ceratiani: gli adepti di una religione del libro che loro consideravano sorpassata dal marketing (che, per altro, Cerati conosceva e praticava benissimo: basti pensare a quando convinse Einaudi a lanciare La storia di Elsa Morante in tascabile a basso prezzo, 2.000 lire nel 1974: fu un succeso straordinario).

 

 

E invece Cerati aveva ragione: lo si vede ancora di più oggi che l’oggetto libro è messo in discussione dalla rivoluzione digitale e le vendite si fanno on line e gli editori in crisi non riescono ad immaginare altra strategia che le svendite.

 

Il suo maestro era stato il libraio Cesarino Branduani della Hoepli, a Milano. Cerati raccontò allo scrittore Sebastiano Vasalli (in un’intervista del 25 gennaio 2007):

 

“Per definire un libro, o per dare un consiglio, Branduani usava due modi: l’è bûn e al va. Al va era il libro che si vendeva bene, che andava da sé; ma l’altro libro, il libro bûn, bisognava averlo sempre disponibile, anche se la sua vendita era meno facile e più lenta. Purtroppo la filosofia del vecchio libraio con l’andar del tempo si è persa. Oggi l’editoria tende a controllare tutte le fasi del mercato, dalla produzione al consumo. Esiste un solo tipo di libro, quello che al va e che perciò è anche bûn. Il libraio è un commesso cui viene assegnata una certa quantità di ogni libro. Così vanno le cose: ma io credo che, pian piano, si dovrà tornare alle vecchie distinzioni. Bisognerà ricostruire un sistema informativo che serva a distinguere il libro bûn da quello che al va; e il libraio sarà ancora un mediatore importante, come ai tempi di Branduani”.

 

Per tanti anni, ci siamo sempre dati appuntamento con Cerati proprio nelle librerie, per poi andare a bere e chiacchierare da qualche parte. Contrariamente alle mie abitudini, in quelle occasioni, veniva anche a me naturale indossare una Lacoste e dei jeans neri, come se mi recassi a una riunione di carbonari in divisa: Cerati aveva uno straordinario talento (carisma) nel “tirarti dalla sua parte”.

 

Quando, nel 2005, mi trasferii a lavorare in una casa editrice di Torino (decisione da lui molto incoraggiata), Cerati istituì l’abitudine, una volta alla settimana, di vederci a cena al ristorante “Solferino”, vicino all’Einaudi. Era come entrare a casa sua: arrivava sempre per primo, scherzava con i camerieri, si ordinava un bicchiere di buon vino e mi aspettava leggendo. Era molto affettuoso e rispettoso, discreto nel chiedere del mio lavoro (diceva che ero della “concorrenza”, anche se, in fondo, facevamo parte della stessa “confraternita”), ma generoso nel mettermi a parte delle sue idee,  e informazioni.

 

Mi colpiva la sua sobrietà: mai un’esagerazione, né nel cibo né nelle parole. Aveva certamente, come dicevano, qualcosa del “monaco”: si sentiva molto vicino alla Comunità di Bose e gran parte delle vacanze estive le trascorreva là, nel silenzio, la meditazione e la lettura. Apprezzava infatti la povertà e la semplicità come valori spirituali: la barocca ma sabauda Torino gli stava a pennello. Era un nostalgico del passato, ma curiosissimo del presente e non rassegnato al futuro: i suoi bigliettini, scritti con una calligrafia minuta e ordinata, si concludevano con una nota di speranza.

 

In genere quei biglietti accompagnavano dei doni di libri: novità Einaudi delle quali era particolarmente fiero (non tutti i libri pubblicati dallo Struzzo gli piacevano: detestava, ad esempio, Le benevole di Littell, e lo diceva apertamente) e, spesso, erano “rimedi di mie lacune”: una volta, dopo una conversazione in treno, dove era emersa la mia non sufficiente conoscenza di Cesare Pavese, mi vidi recapitare la sua opera completa; un’altra, ricevetti un grosso pacco di libri di Nuto Revelli, uno dei suoi autori più amati.

 

Una volta soltanto l’ho visto incerto e fragile: quando, nel settembre 2008, morì in un incidente stradale suo figlio Federico Ceratti (lui con due “t”: editore impegnato nel campo dei diritti dei consumatori, ma anche bravo cantautore). Dopo alcune settimane mi dette appuntamento in una trattoria vicino a Porta Romana e, fissando il bicchiere di rosso, sussurrò: “Non bisognerebbe mai sopravvivere ai propri figli”.

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