Da Franti a Grillo (via GianBurrasca e Berlusconi)

Giusto cinquant’anni fa, nel 1963, Umberto Eco pubblicò il suo famoso Elogio di Franti, nel quale si faceva beffe dei melodrammi deamicisiani di Cuore per schierarsi dalla parte dell’“infame”, il cattivo senza speranza. Eco si concentrava su un aspetto specifico del personaggio: Franti ride. Ride di ogni cosa sacra alla comunità, dal re alla mamma. E tracciando una diretta connessione a Rabelais e al ridere come atto eversivo contro il potere costituito, faceva assurgere il giovinastro a icona della ribellione che si stava preparando. Il Sessantotto era alle porte: “Sarà una risata che vi seppellirà…”.
Ridere, ridere amoralmente di ogni cosa è ciò che caratterizza il protagonista di un altro famoso libro per ragazzi uscito una ventina d’anni dopo: Il giornalino di Gian Burrasca. La celebre versione televisiva con Rita Pavone ha molto sfumato un inquietante tratto del personaggio originale: la totale mancanza di senso di colpa. I danni anche seri provocati da Gian Burrasca non solo lo fanno ridere a crepapelle, ma gli ispirano pensieri di questo tipo: “E’ colpa mia se ho dato la libertà al canarino che stava in gabbia? E’ colpa mia se il gatto si è mangiato il canarino? E’ colpa mia se per punire il gatto l’ho messo sotto il rubinetto e la casa si è allagata?”. Gian Burrasca rifiuta qualsiasi responsabilità per i suoi atti. Se acceca il cognato, gli sembra poco elegante che quello si lamenti perché perderà un occhio: tanto ne ha un altro… Tutto è consentito, purché se ne possa ridere. Gian Burrasca è una sorta di cugino simpatico di Franti; anche lui appartiene alla genìa dei rivoluzionari inconsapevoli, quelli pronti a fare la rivoluzione per la pappa col pomodoro.

 

 

Questa genealogia annovera molti discendenti, nella cultura italiana. Frantiani erano i cattivissimi vignettisti del Male che ridevano di Moro rapito, per esempio; e così molti altri, fino al gruppo punk degli anni ottanta che appunto si chiamava Franti. Poi, succede qualcosa. Quel tipo di personaggio cinico e sghignazzante, che nella cultura italiana ha sempre occupato il posto dell’outsider, si trasforma. Come gente che incitava alla lotta armata si ritrova in pochi anni a fare il manager d’azienda, così anche il nostro Franti, come “tipo” italiano, assume un altro valore sociale. Ridere di ogni cosa – anche del sacro, anche dell’istituzionale – non è più appannaggio del rivoluzionario nichilista. Ridere, ridere forsennatamente e in maniera sempre più cinica diventa usanza quotidiana. E’ come se la sindrome di Franti avesse contagiato l’intera nazione. Il consumismo, l’effimero, l’edonismo erodono il senso dell’autorità. I socialisti craxiani, con la loro spudoratezza di comportamenti, segnano questo passaggio a livello politico. La televisione commerciale abbassa ogni soglia e misura culturale. Franti, in poche parole, diventa maggioranza.

 

 

Quando la Prima Repubblica scompare con Tangentopoli, emerge la figura che segnerà i venti anni successivi: Silvio Berlusconi. E cosa caratterizza il Berlusconi politico se non proprio la tendenza a buttare tutto in battuta, a fare della barzelletta (spesso politicamente scorretta e altrettanto spesso fuori luogo) lo strumento per guadagnare consensi e credito? Perché la risata ha anche questa grande forza: rende quelli che ridono complici di chi la provoca.
Berlusconi, però, assomiglia più a Gian Burrasca che a Franti. Lo ricorda per la sua passione nel mettersi nei guai e poi proclamare che non è colpa sua o che l’hanno capito male, sempre facendo appello a un piacionismo che è l’equivalente del “chiagnere e fottere” di Gian Burrasca. Tanto, come il personaggio del libro, trova sempre una mamma, una sorella o una zia disposte a perdonarlo, a consolarlo – e a votarlo. E come si può fare altrimenti? Alla fine Berlusconi è un simpaticone, gli si passa tutto. Perché? Perché in fondo scherza. Cosa magari difficile da spiegare agli stranieri, ma che agli italiani viene del tutto naturale (d’altra parte, in Coppa America gli altri dànno alle barche nomi altisonanti come Victory, noi optiamo per Mascalzone latino…).

 

 

Il vero Franti, quello che chiude la parabola, sembra essere piuttosto Beppe Grillo. A cominciare dal suo “Vaffanculo” d’esordio, Grillo si è costruito una carriera genuinamente frantiana. Anche lui, ovviamente, fa del riso l’arma principale: e come non potrebbe, di mestiere fa (faceva?) il comico… I suoi comizi sono simili ai suoi show; il ragionamento politico si accompagna al dileggio, all’invettiva, all’insulto schietto. In questo, Grillo possiede una tecnica professionale che relega il frantismo dei leghisti dei tempi d’oro a fenomeno marginalmente territoriale. Grillo non cerca consenso dalle istituzioni: come il personaggio di De Amicis, le istituzioni le irride. E i suoi seguaci imparano la lezione: se va dal Presidente della Repubblica, Crimi motteggia coi suoi – in streaming, naturalmente – che “almeno Napolitano non si è addormentato”. E tutti risero, come titolava un vecchio film di Bogdanovich…

 

 

Grillo, però, possiede una cupezza distruttrice assolutamente estranea a Berlusconi. Il suo reiterato “tutti a casa”; la scrollata di spalle sprezzante  verso gli elettori che non lo votano più, come dopo le ultime amministrative (“Sono la parte peggiore della nazione”); il livore contro i parlamentari che lo criticano o lo abbandonano; tutto questo promana dallo “spirito di negazione” che tanto ammirava Eco in Franti nel ’63.  Ecco allora che possiamo leggere la traiettoria da cima a fondo: Franti, da reietto, si fa prima massa, poi maggioranza, e infine demiurgo.  Ma sempre e comunque mosso da un’inconsapevole spinta all’autodistruzione. Anche Grillo scomparirà come Franti in Cuore? All’improvviso, da una pagina all’altra, senza che di lui resti altro che l’eco di un vaffanculo? Ma soprattutto: vuoi vedere che ci tocca avere nostalgia di Garrone?
 

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO