Sono rimasto attonito per quello che è successo a Milano nei giorni scorsi ai margini e in coda al corteo dei No-Expo. La manifestazione dei ventimila giovani, e non più giovani contestatori, della Esposizione Universale è scomparsa dietro i fumogeni e le fiamme dei Black bloc. L’ha ricordato uno dei più acuti analisti del linguaggio, Stefano Bartezzaghi, in un passaggio della sua intervista con Fabio Fazio a “Che tempo che fa”. Un’annotazione passata inosservata ai più. Ho seguito la manifestazione dei milanesi che hanno reagito ripulendo la città e dicendo basta a queste violenze gratuite. Un gesto civile e generoso, che ha fatto seguito al nichilismo dei ragazzi in felpa nera, casco e maschera antigas. Ieri su “il Corriere della Sera” Ernesto Galli Della Loggia pontificava riguardo il conservatorismo che avanzerebbe nel paese, richiesta di normalità, e anche di ordine, sebbene Galli Della Loggia non usi queste parole, e che ha assunto ora l’aspetto di Matteo Renzi, politico dotato di grande energia, ma privo di un vero progetto di società futura. Riguardando nel web le immagini della distruzione nelle strade di Milano mi è tornata in mente una poesia di Primo Levi che trascrivo:

 

Dateci

 

Dateci qualche cosa da distruggere,

Una corolla, un angolo di silenzio,

Un compagno di fede, un magistrato,

Una cabina telefonica,

Un giornalista, un rinnegato,

Un tifoso dell’altra squadra,

Un lampione, un tombino, una panchina.

Dateci qualcosa da sfregiare

Un intonaco, la Gioconda,

Un parafango, una pietra tombale.

Dateci qualche cosa da stuprare,

Una ragazza timida,

Un’aiuola, noi stessi.

Non disperezzateci: siamo araldi e profeti.

Dateci qualcosa che bruci, offenda, tagli, sfondi, sporchi.

Che ci faccia sentire che esistiamo,

Dateci un manganello o una Nagant,

Dateci una siringa o una Suzuki.

Commiserateci.

 

Levi l’ha scritta nell’aprile del 1984. Ci si sente echeggiare dentro gli spari, le urla, le grida degli anni Settanta e Ottanta, il terrorismo e l’autodistruzione dell’eroina, ci si sente la disperazione di una gioventù sedotta dalla scorciatoia della violenza, dai ricatti della pubblicità, come scrive Massimo Raffaeli che l’ha commentata in un piccolo librino; si sente la sofferenza di una gioventù disperata che non trovava allora nel mondo adulto esempi e ideali positivi. Si tratta di una minoranza? Probabilmente sì, ma il problema della violenza assurda, inutile, distruttiva, perdente, incombe sulla nostra società. Ogni tanto esplode e si manifesta all’improvviso. Il compito degli intellettuali (e Galli Della Loggia è uno di loro) sarebbe quello di leggere questi segni. Non solo quello positivo della maggioranza, che ha cercato di rimediare ai guasti dei distruttori del giorno prima, ma delle minoranze che fungono da sintomi del disagio fortissimo che cova tra i giovani, provocato da disoccupazione, mancanza di lavoro, lavori sottopagati, e porta alla fuga dei migliori all’estero, mentre gli altri meno fortunati, meno ricchi, meno capaci di decisioni, restano a marcire nel limbo. L’articolo di Galli Della Loggia è il segno di una cecità verso quello che accade nei sottopassi della società italiana. Un Presidente del Consiglio quarantenne che parla della minoranza dei distruttori come dei “figli di papà col Rolex” non è un buon segnale. La sua frase andrebbe letta a sua volta come un sintomo di un’insofferenza e di un’incapacità a capire le tensioni che vivono nella società, nei suoi margini.

 

Un paio di anni dopo quella poesia Levi disse in un’intervista, lui che aveva speso tanto tempo per andare nelle scuole italiane a parlare della sua esperienza di deportato:

Si affaccia all’età adulta una generazione scettica, disposta ad accettare solo le verità piccole, di mese in mese, sull’onda convulsa di mode pilotate e selvagge.

Non sarà che questa generazione è arrivata oggi a dirigere lo Stato e non sa più guardare al disagio come un problema da risolvere o almeno lenire e non deridere?

Anselm Kiefer, Die Orden der Nacht, 1996

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