Fine dell’istruzione?

Di fronte allo smantellamento dell'istruzione pubblica del nostro paese e alla prospettiva di un futuro per i giovani basato addirittura, parola di ministri della Repubblica, su “lavoro manuale e umiltà”, la risposta più frequente, anche e soprattutto a sinistra, è che l'istruzione vada sostenuta e incrementata perché elemento chiave dello sviluppo economico: più laureati uguale più lavoro, più reddito, più ricchezza per tutti. Il circuito virtuoso tra livello d'istruzione e crescita economica è stato in effetti una delle molle fondamentali dello sviluppo delle società occidentali nella seconda parte del Novecento, la premessa per l'affermazione di quella classe media responsabile della modernizzazione in senso democratico e socialmente responsabile delle nostre società. Ma per quanto plausibile, quest'idea è sostanzialmente falsa, come sostiene l'economista liberal Paul Krugman in un editoriale di qualche giorno fa sul “New York Times”. La verità amara è che la società dell'informazione, grazie a software e modelli di gestione sempre più efficienti (nel senso, è ovvio, della massimizzazione dei profitti), insomma a quel complesso di tecniche e modelli di organizzazione che governano l'economia finanziaria del mondo globalizzato, può precisamente fare a meno di una forza lavoro colta e qualificata, formatasi in anni di studi, con background culturali ampi e diversificati. Anziché favorire l'accesso, la competenza risulta paradossalmente un handicap in un mondo in cui i compiti manuali restano indispensabili, anche se sottoposti a una selvaggia competizione, mentre quelli che necessitano di maggiore elaborazione intellettuale risultano i più esposti alla ricerca dell'efficienza e alla tendenza inarrestabile all’outsourcing, alla precarietà, all’irrilevanza. Il caso dei servizi di assistenza tecnica, medica o finanziaria trasferiti in paesi a bassi salari, la scomparsa delle figure professionali intermedie, le tecniche di management che prevedono la continua riduzione degli spazi di autonomia dei lavoratori (e la loro inesorabile colpevolizzazione, come ha ben mostrato Michela Marzano), il sempre minor peso dei titoli di studio nel favorire l’ascesa sociale (a vantaggio, è scontato, dell’origine familiare), sono tutti sintomi di una tendenza che sembra inarrestabile e che colpisce ovunque un secolo di conquiste sociali.


Il problema dell'istruzione si rivela così per ciò che è: un problema politico. Più precisamente, un problema che riguarda il modello di società nel quale viviamo, la sua struttura economica e culturale, le regole e i rapporti di forza che lo reggono. Come nota lo storico Piero Bevilacqua in un saggio recente, Il grande saccheggio, dopo un trentennio di neoliberismo trionfante il capitalismo sembra essere giunto a una fase di radicale distruttività: incapace di immaginare un modello diverso da quello basato sullo sfruttamento intensivo del lavoro e delle risorse naturali, su ricorrenti crisi finanziarie, sul divario crescente tra ricchi e poveri, sull’accaparramento di profitti sempre più scarsi. Aumentare il numero degli iscritti all’università, per fare un esempio, appare così per la prima volta non un investimento sul benessere futuro ma un volano di ulteriore insicurezza sociale.


Non c'è dubbio d'altro canto che lo sguardo sentimentale che la cultura di sinistra rivolge spesso al mondo della scuola e dell'università, la fiducia nelle virtù di un umanesimo “senza tempo”, è un sin troppo facile bersaglio per le politiche che un po' dappertutto prendono ormai di mira l'istruzione pubblica in quanto tale, mirando a sabotarne il presupposto egualitario sulla base di una visione brutalmente classista, declinata nel nostro paese nei toni populisti e manipolatori della propaganda berlusconiana. Consolarsi, offrendosi quindi come facile obiettivo polemico, o coltivare l’illusione di un tiepido compromesso col “mercato” non sono opzioni accettabili. Quel che occorre fare è da un lato portare la discussione sul modello sociale dominante, sui suoi automatismi ideologici, sulla sua incessante svalutazione del lavoro, sulle conseguenze che ciò ha sulla vita quotidiana di milioni di persone: evidenziare insomma come il tardocapitalismo operi tendenzialmente per recidere il legame tra livello di istruzione e “benessere” collettivo e soffochi le stesse straordinarie potenzialità presenti al suo interno. E dall'altro mettere pienamente a fuoco le conseguenze di una trasformazione culturale nella quale l'istruzione e la formazione non possono più essere pensate come cinghia di trasmissione di un sistema economico senza prospettive. Recuperare il valore rivoluzionario della conoscenza in quanto costruzione delle condizioni per una società più giusta vuol dire allo stesso tempo esaltare lo spazio di libertà, di sperimentazione, di gioco, di rischio, anche, che la scuola deve necessariamente possedere. Bisogna avere il coraggio dell’inattualità: la scuola non può più servire a formare lavoratori che il sistema respinge, ma può formare individui liberi che contribuiscono a cambiare la società. Discutere dell'istruzione vuol dire discutere del mondo che vogliamo.

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO