Foucault e lo striscione degli studenti

Il sapere non è fatto per comprendere, è fatto per prendere posizione (Michel Foucault)

Questa frase appare nell'opera Nietzsche, la genealogia, la storia, tradotta in Microfisica del potere,  1977. Una lettura che fece riflettere molti giovani intorno ai ventitré, ventiquattr'anni, disseminandoli fuori dal solco dell'ormai frusta sinistra extraparlamentare.

Invero si tratta di uno scritto del 1971 all'interno di Hommage a Jean Hyppolite.
Stiamo evocando – Jean Hyppolite (1907-1968) e Michel Foucault (1926-1984) - due maestri della cultura francese del Novecento, tra i più importanti.

Che cosa vuol dire Foucault in quella frase? Vediamo le premesse: “La storia 'effettiva' - scrive – si distingue da quella degli storici per il fatto che non si fonda su nessuna costante; nulla nell'uomo – nemmeno il suo corpo – è abbastanza saldo per comprendere gli altri uomini e riconoscersi in essi”
Niente più possibilità di cogliere la storia nel movimento della sua totalità, niente più possibilità di 'ritrovare' qualcosa, niente più continuità. Si tratta di discontinuità, in noi, nei nostri sentimenti, negli istinti, nel corpo. Non più stabilità naturale, non più teleologia. Tutto il contrario.
Questo il modo in cui Foucault - sulla scorta di Nietzsche - introduce il metodo genealogico. Tra origini e funzioni c'è un taglio, il medesimo che ha prodotto Darwin in relazione all'evoluzione della specie.

Gli studenti si presentano con questo striscione. Saranno studenti? Non studenti? Studenti della nostra università? Di un'altra? Lavoratori precari? Già laureati? Boh. Si tratta di gente stanca di come viene sistematicamente distrutta la cultura. Forse siamo tutti impegnati nel migliorare, nel cambiare quelle norme liberticide che da anni relegano le università italiane in una posizione servile, che, con le legge Gelmini, hanno dato un colpo definivo al mondo culturale, di cui l'accademia dovrebbe essere, almeno in parte, rappresentante.

Tuttavia noi abbiamo fatto troppo poco e abbiamo contribuito all'esasperazione. Spesso ci si stupisce più del contrario; di come ancora molti studenti affrontino i corsi, del loro entusiasmo, del desiderio che li porta a studiare. Questi studenti (o no), dell'università (non è mai la mia), protestano perché non possono più dare uno straccio d'esame a “libera scelta” (questo non puoi sceglierlo, l'altro neppure, questo è vietato, quell'altro pure), perché i piani di studio sono bloccati, perché non ci sono possibilità, perché i corsi non sono sdoppiati, perché gli erasmus stanno per essere smantellati, perché la ricerca non è più finanziata.

Protestano contro la dissipazione culturale che avanza e ci sono solo i resti della cultura, i ricordi. L'opera cinematografica coeva alla frase di Foucault (1971) di Peter Medak con Peter O'Toole - La classe dirigente - aveva già svelato che dentro le nostre toghe, che io stesso indosso, non senza qualche brivido mortifero, ci sono fantasmi. Non siamo noi, sono le toghe piene di tarme che vivono di vita propria. Rimane la pura toga con tanta tanta polvere.  

Perché questi studenti si presentano con uno striscione con una citazione di Foucault, chi era mai questo Foucault, che ha insegnato dal millenovecentosettanta fino alla sua morte in una delle più Alte Istituzioni Accademiche d'Europa. Perché gli studenti non portano la citazione di qualche personaggio che va di moda nelle accademie contemporanee, qualche tecnologo, qualche accademico di Harvard, come Hernnstein e Murray – gli autori di The Bell Curve, che cercarono nel 1994 di dimostrare la genetica dell'intelligenza – o Edward Shorter che inneggia all'elettroshock, o di qualche professore contemporaneo accreditato che di fronte a Fukushima ha biascicato che si tratta di un banale incidente.

Forse perché Foucault ha detto che bisogna avere il coraggio della verità, ossia di svelare che dietro molte iniziative scientifiche c'è un apparato di profitti, di distruttività umana solo appena celati da un velo privo di pensiero. Foucault non rinuncia mai a darci da pensare, non è un'icona da santificare, ma uno studioso vivo, che pratica la discontinuità nella scienza, smaschera le presunte comunità scientifiche allineate dietro il pensiero unico, totalitario. Sublime totalitarismo di una scienza e di una burocrazia, presunte neutrali, senza che nessuno possa controllarle.

Quando ci renderemo conto di ciò che gli studenti ci vogliono dire? Che ci diranno fino a quando le case editrici - controllate da lobby - avranno messo al bando i libri di Foucault?
Non dobbiamo rinunciare a comprendere - perché il sapere è fatto anche per comprendere. Almeno finché gli studenti potranno - fuori dai banchi universitari - o dentro - nelle nicchie in cui sarà ancora loro concesso - leggere l'opera di Michel Foucault.

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