Il corpo assente

Quello di Bin Laden più che un corpo è stato, in questo lungo decennio seguito all’attentato alle Torri gemelle, un volto: l’ovale del viso incorniciato dal turbante e dalla lunga barba nera e grigia. Così appariva nei filmati, nelle foto, nei siti web: un’icona osannata da molti, maledetta da tanti. Il volto prevaleva sul corpo anche nelle scarse testimonianze visive di repertorio, dove il capo di al-Qaeda appariva con tronco e gambe ricoperte dalla lunga tunica bianca. Un uomo senza corpo, in definitiva; una voce che proclamava le proprie invettive, che parlava in videomessaggi e negli interventi sonori trasmessi di tanto in tanto. Lontano da tutti, eppure onnipresente. A questa invisibilità i militari e i politici americani hanno replicato con l'inesistenza della sepoltura del corpo medesimo: crivellato di colpi, calato in mare dopo averlo lavato, asciugato e avvolto nel bianco lenzuolo, secondo il rituale islamico (così è stato riferito dalle fonti).

Nella tradizione classica, e poi medievale, perpetuata sino a noi - si pensi a Piazzale Loreto - il corpo del tiranno deposto o cacciato veniva sottoposto a precise regole cerimoniali che consistevano nell’esposizione del corpo, e quindi nella sua espulsione dai confini della Città. I soldati americani hanno realizzato solo la seconda pratica rituale, ma senza prove visibili. Del resto, mancava a Bin Laden del tutto la cerimonia d’incoronazione: vestizione, acclamazione, imposizione della corona, consegna dello scettro, sedia gestatoria, processione lustrale.

Il potere di Bin Laden, re senza terra e senza patria, era un potere immateriale che non richiedeva alcuna cerimonia contraria nel momento della sua detronizzazione: vestizione, defenestrazione, decapitazione, esposizione del cadavere. Tutto, o quasi, nell’universo virtuale in cui viviamo funziona attraverso la sospensione degli atti cerimoniali tradizionali a vantaggio di un’invisibilità pressoché totale. Esserci senza esserci, questo è stata la forma del potere del capo terrorista. Mostrarsi senza mai esibire il proprio corpo. Certo, una delle volontà deliberate delle autorità americane è impedire che l’eventuale luogo di sepoltura divenga meta di pellegrinaggi, o che, in seguito, il corpo sia riesumato da eventuali fedeli e seguaci (come è accaduto per Mussolini, ad esempio, con la scomparsa del corpo di Hitler, bruciato su suo ordine, e la fucilazione dell’ultimo zar e della sua famiglia anche loro malamente inceneriti e seppelliti in un luogo sconosciuto). L’esibizione del corpo sembrerebbe un atto necessario anche post mortem per la costruzione di un’icona di santità, come mostrano i riti per la beatificazione di Giovanni Paolo II.

Ma nel caso del saudita, che si è posto alla testa del più potente gruppo terroristico del XX secolo, autore del più spettacolare attentato di tutti i tempi, l’assenza ha prevalso. Sperdendolo nel mare, come sembra che sia avvenuto, non dando un luogo a quel corpo incorporeo, si è perpetuata la sua qualità più efficace: essere in nessun luogo e al tempo stesso dappertutto. Il terrorismo contemporaneo è esattamente questa virtualità del non apparire fondata, al contrario, sull’apparizione più sensazionale possibile: Ovunque voi siate! Il mondo contemporaneo, come dimostrano anche i recenti riti di Santa Romana Chiesa, ha separato il sacro dal religioso, e il corpo di Bin Laden, corpo introvabile, trasformato in pura sequenza di lettere del Dna, da esibire probabilmente tra qualche giorno nel web, appartiene perfettamente al primo spazio e non ha bisogno per legittimarsi, nell’ambito del sacer della post-postmodernità, di alcuna legittimità. Rendendolo invisibile per sempre i suoi esecutori l’hanno reso con ogni probabilità per sempre visibile, e per sempre sacro.

 

 

Post Scriptum

A un giorno di distanza dalla diffusione della notizia dell’uccisione di Bin Laden i dirigenti e i militari americani non hanno ancora deciso se mostrare o no le foto del capo terrorista ucciso. Così una buona parte del mondo che segue televisioni e giornali dubita che sia davvero morto. Tutti vogliono vedere le fotografie del cadavere, o le immagini dell’assalto alla sua residenza; e tuttavia anche questo non basterà. Si continuerà a pensare che Bin Laden sia ancora vivo e che si tratti dell’ennesimo complotto americano. Le parole non bastano più, tutti chiedono le immagini (fisse o in movimento). La narrazione dei fatti, su cui si basava nel passato la trasmissione degli avvenimenti notevoli accaduti, che passavano di bocca in bocca, non è più sufficiente. Bisognerebbe riflettere su questo, sul cambiamento del paradigma testimoniale e narrativo, come già Walter Benjamin, dopo la fine della Prima guerra mondiale, aveva cominciato a fare, e come diversi filosofi (Virilio, Baudrillard, Derrida, Serres) hanno cercato di approfondire; anche Primo Levi in I sommersi e i salvati vi ritorna sopra con grande lucidità. Ripubblico in questo post scriptum un pezzo dedicato a un libro apparso di recente dedicato a questi temi, legato all’attentato alle Torri gemelle che è passato quasi inosservato.

 

L’11 e il 12 settembre 2001 la maggior parte dei giornali americani recava in prima pagina la stessa grande immagine: la nuvola aranciata dell’esplosione del secondo aereo contro una delle Twin Towers, mentre dall’altra agonizzante si levava una nuvola di fumo nerastro. Clément Chéroux, storico della fotografia, conservatore al Centre Pompidou e autore di vari libri, ha analizzato le prime pagine dei quotidiani americani e ha appurato che quasi la metà (41%) riportava l’esplosione della seconda torre, oppure la nuvola nera di fumo (il 17%), e in misura minore le rovine, l’aereo che si dirige contro il bersaglio o scene di panico. L’11 settembre è stato un avvenimento eminentemente visivo, pensato in questa chiave dagli stessi attentatori: la scelta delle due torri è dovuta anche alla possibilità di far inquadrare il secondo attacco aereo dai mass media presenti a Manhattan, macchine fotografiche e telecamere. Il tutto produce uno straordinario effetto di replay, accresciuto dal fatto che i principali network americani, e di conseguenza le televisioni di tutto il mondo, trasmisero per ore e ore, inloop, le immagini dell’avvenimento. Chéroux ha scritto un saggio intitolato Diplopia (Einaudi) con l’intento di capire, non solo il modo con cui la stampa ha percepito gli attentati, ma soprattutto il modo in cui ha voluto rappresentarli mediante la fotografia. L’omogeneità visiva di queste fotografie si fonda su pochi temi: l’esplosione, la nuvola, l’aereo, la rovina, il panico e la bandiera americana.

 

Come si è arrivati a questi scatti riprodotti sulle pagine?  I redattori dei giornali, per distinguersi dalla televisione, davanti a cui era presumibile che i lettori avessero già trascorso parecchio tempo, scelsero, non l’icona dell’aereo che colpisce la torre, bensì la nuvola senza dubbio dotata di una forte carica simbolica. Con la sua forma indeterminata essa esprimeva molto bene lo stato di confusione in cui si trovava quel giorno l’America stessa; il messaggio era: “aspettiamo un attimo che la polvere e la cenere siano posate a terra per fare congetture”. L’autore ragiona sulla standardizzazione dei contenuti iconografici della stampa americana proprio di fronte  all’avvenimento più fotografato della storia del fotogiornalismo. Un numero notevole di apparecchi fotografici erano puntati verso le Twin Towers, ma sono solo 30 le fotografie presenti sui giornali americani del 12 e del 13 settembre, e sempre le stesse.

 

Perché? Una prima ipotesi riguarda una sorta di autocensura verso le immagini più crude e shoccanti: teste, frammenti dei corpi, gli jumpers, coloro che si erano gettati dalle Torri. Chéroux segnala inoltre che delle 400 prime pagine americane, da lui prese in considerazione, circa il 72 per cento ha immagini d’una sola agenzia di stampa, Associated Press: auto-censura, nel primo caso, e eco-censura, nel secondo. Ma l’aspetto più interessante che emerge dal suo saggio riguarda il déjà-vu, ovvero gli stilemi presenti nelle immagini scelte dai giornali. Qui il suo ragionamento si fa più sottile e interessante. La scelta della nube di fumo non è casuale, poiché richiama le immagini di un altro incendio, quello di Pearl Harbor, il 7 dicembre 1941: l’attacco proditorio del Giappone agli Usa. Un parallelo ben presente nei titoli dei giornali, nei discorsi di George W. Bush, e nell’immaginario bellico che ne è scaturito: Ground Zero nel linguaggio militare designa il punto d’impatto della bomba atomica. Ma c’è anche un altro déjà-vu prodotto dall’immagine dei pompieri di NY che issano la bandiera americana sulle rovine TWC, presente in molte copertine di riviste, che richiama la celebre foto dei soldati Usa a Iwo Jima, nel febbraio del 1945, che piantano al suolo la Stars & Stripes. Due cliché ben attivi nella memoria degli americani.

 

Chéroux ha intitolato il suo libro alla dislopia, un disturbo visivo, per cui si percepiscono due immagini di un solo oggetto, un “veder doppio” che riguarda un problema molto importante: il rapporto tra memoria e storia. Oggi noi viviamo, scrive, nell’“età della commemorazione” (Pierre Nora), nel Memory Boom, fondato  sulla “memoria-ripetizione”, in cui la funzione dei mass media scritti e visivi è decisiva: la storia non si ripete, la storia è invece ripetuta dai mass media, i quali inseguono anniversari, centenari, bicentenari. Sono gli straripamenti della memoria, come li definisce Le Goff, che fanno a pugni con la storia intesa come costruzione sempre problematica e incompleta di ciò che non è più. La stampa partecipa in modo formidabile all’infatuazione memoriale, moltiplicando il ricorso al passato per spiegare il presente utilizzando sia i testi che le immagini. Dall’indagine sulle fotografie nelle prime pagine dei quotidiani americani dell’11 settembre esce un discorso sulla progressiva standardizzazione della memoria, “una forma di globalizzazione, meno visibile, più sorniona di quella che abitualmente consideriamo”. Così le specificità di ogni avvenimento storico, conclude Chéroux, come le particolarità della loro percezione, risultano in ogni paese sottomesse ai medesimi processi di uniformazione. Una conclusione amara, ma su cui si dovrà riflettere.

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