Il diabete del Ministro

Elias Rukla, che insegna letteratura norvegese da oltre venticinque anni alla scuola superiore di Fagerborg alle porte di Oslo, è un uomo a pezzi, tanto che una mattina crolla nel cortile della scuola davanti ai suoi studenti: l’apertura automatica del suo ombrello non funziona, furiosamente prende a sbatterlo contro una fontana, si accanisce e, riducendolo a stecche informi, si ferisce ad una mano. Una ragazza bionda e grossa lo fissa stupefatta e lui le urla Troia e Faccia di maiale, poi scappa. La catastrofe è compiuta.

 

Siamo nelle pagine iniziali del romanzoTimidezza e dignità di Dag Solstad, scrittore norvegese di libri importanti; il crollo nervoso del professor Rukla dà l’avvio a serratissime riflessioni sulla crisi sociale della figura e del mestiere dell’insegnante. Il romanzo è del 1994 e, come molti buoni romanzi, non dimostra la sua età.

Com’è possibile, si chiede Rukla, che una quarantina di docenti laureati e mediamente ben preparati nelle più svariate discipline, “detentori delle conoscenze generali del proprio tempo”, non provino più alcun interesse a dialogare, anzi, non abbiano più nulla da dirsi di importante, di più, cerchino quasi di nascondersi e di negare il livello culturale che compete loro. Una mattina, in sala insegnanti, a Rukla viene in mente di chiedere ad alta voce come farà il Ministro **** a conciliare le proprie responsabilità con il diabete, di cui i media hanno dato notizia. Nemmeno lui sa perché gli sia venuta in mente quella stupida domanda, ma lo sconvolge che tutti i colleghi annuiscano e mostrino di condividere la stessa preoccupazione.

Ma non c’è altro di cui parlare? È vero o no che la vita ha altro da offrire? Come ritrovare il nutrimento necessario, come curare questa “meningite dello spirito”?

 

Verso la fine del secolo scorso (fa un certo effetto, lo so, ma non possiamo farci niente), mi ero fatto coinvolgere dal Progetto Comenius che ancora oggi promuove e finanzia incontri e scambi fra scuole europee; ricordo abbastanza bene le sale insegnanti di due scuole, una in Olanda a Breda, l’altra in Algarve, Portogallo. Nella prima si discuteva spesso del meteo e ci si preoccupava parecchio dei weekend, nella seconda dominavano discorsi sul cibo e sui vini rossi dell’Alentejo.

Il nostro professor Rukla denuncia l’ossessione degl’insegnanti norvegesi per i debiti, contratti con lo Stato da studenti e poi per vent’anni all’origine di infinite recriminazioni, oltre che argomento sovrano di tutte le conversazioni: “era come se solo partendo da se stessi in quanto schiavi dei debiti riuscissero a vedersi come esseri sociali”.

Il sistema gerarchico adottato dai giornali indigna Rukla,il confronto quotidiano con quelle notizie lo mette di fronte ad una sconfitta senza fine, tutti non fanno che parlare di niente, lo spazio pubblico richiesto da ogni possibile dialogo è già occupato da altro, non esiste più, nessuno riesce più a parlare davvero. Che diagnosi tremenda.

 

Se mi si chiedesse di cosa parlano a scuola gli insegnanti italiani, mi verrebbero subito in mente lunghi corridoi grigi, sale ingombre di libri vecchi che più nessuno legge, cortili ridotti a rifugi per fumatori, dove a tener banco sono non tanto temi di conversazione definiti quanto un cupo brontolio di fondo. Dentro, trovi la chiacchiera banale e ripetitiva, i rancori normali del travet italiano di sempre, l’invettiva a mezza voce: sul blocco degli scatti di anzianità, sull’allievo Binazzi che nessuno sopporta più ma che finalmente si ritira, sui ritardi e le inadempienze dell’ufficio di presidenza, sulle pessime previsioni per il weekend, sulle giovani donne del Capo, sull’ultimo monologo della Littizzetto e, ultimamente, sull’orrenda, ineludibile prospettiva della certificazione delle competenze. Rispetto alla scuola di Fagerborg, come si vede, il quadro appare più variegato, ma si avverte, dietro le parole, lo stesso fantasma dell’inutilità, del sentirsi spiazzati.

 

Una mattina, tutto d’un tratto, Elias Rukla vive un imprevisto momento di gioia: un collega di matematica più giovane di lui entra in sala insegnanti e dice “oggi mi sento un po’ Hans Castorp”. Che meraviglia: qualcuno che, solo per qualche linea di febbre, ricorda La montagna incantata. Rukla per qualche giorno corteggia goffamente il collega, bisognerà invitarlo a cena, si ripete, ma la gabbia delle convenzioni sociali soffoca rapidamente i suoi impulsi, lascia passare troppo tempo, si sente ridicolo. Era stata solo un’illusione. Ma quanto avrebbe desiderato qualcuno con cui parlare…

 

È capitato anche a me tempo fa di associare a uno dei tanti garbugli burocratici che affliggono la categoria il nome del commissario Ingravallo, ma non m’ero accorto del collega siciliano di passaggio dalla sala insegnanti che, ingannato dall’assonanza, non si lasciò sfuggire l’occasione di esibirsi in alcune simpatiche espressioni idiomatiche del commissario Montalbano. Forse le aveva apprezzate leggendo e la televisione c’entrava poco, forse. Chissà però cosa sarebbe successo se a qualcun altro fosse venuto in mente di fare due chiacchiere su Gadda, si sarebbe zittito? So che quella mattina nessuno mi ha chiesto di approfondire e mi sono guardato bene dall’insistere. Siamo messi così.

 

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