Il sopravvissuto

La nostra assoluta fiducia nella razionalità calcolante, nei numeri, nelle statistiche, nei sondaggi, nei puri dati e fatti dell’economia, ci impedisce probabilmente di vedere le radici profondamente antropologiche di quanto accade intorno a noi. Se le vicende italiane fossero raccontate da un mitologo, con protagonisti che vivono in un leggendario regno africano, forse cominceremmo a comprendere la natura biopsichica del nostro Paese. Un racconto che potrebbe figurare efficacemente nelle pagine di un libro di antropologia patologica come Massa e potere di Elias Canetti, l’opera ossessiva, e a suo modo mostruosa, cui si è dedicato tra il 1938 e il 1960 il futuro premio Nobel per la letteratura.

 

Il centro del libro, un saggio narrativo, sono le storie di re e sovrani che rappresentano il tipo paranoico del potente che tiene in ogni modo e con ogni mezzo lontano dal proprio corpo il pericolo. Sono figure che invece di affrontare il pericolo, o magari provocarlo, come certi eroi classici, e di lottare strenuamente rimettendosi a un destino anche sfavorevole, cercano di sbarrare il passo al pericolo con l’astuzia e la circospezione. Canetti chiama questo sovrano “il potente come sopravvissuto”, e ne racconta le metamorfosi nel corso della storia umana dando al lettore l’idea di un tempo immutabile, quello scritto nel profondo del nostro comportamento umano.

 

È a questo tempo ciclico che bisogna rivolgersi per afferrare qualcosa della figura di Silvio Berlusconi, anche a costo, come parrà a qualcuno, di sovrastimarne le qualità umane e persino politiche. Tuttavia nel suo caso si tratta di qualcosa che trascende il puro dato quotidiano, la transitorietà della sua e nostra stessa esistenza, per intercettare una questione simbolica. Ci sono fatti, ci ricorda Canetti, che si spiegano solo con il ricorso alla antropologia patologica, a forme archetipiche che trascendono la stessa figura morale o politica dell’uomo o degli uomini in questione. Solo in questo modo si spiega la capacità di resistere alle crisi politiche, ai conflitti della democrazia parlamentare, alle normali manifestazioni dialettiche di un paese moderno e occidentale. Il caso del capo del governo attuale affonda le proprie radici in un passato remoto e ne dispiega sotto i nostri occhi le dinamiche più recondite.

 

“L’istante del sopravvivere è l’istante della potenza”, scrive Canetti dopo la fuga dalla Germania nazista nel 1938, e dopo aver trascorso anni sui libri di etnografia, storia delle religioni, filosofia e classici di tutti i tempi e luoghi. La sopravvivenza è la radice stessa del potere. Non la pianificazione razionale, ma la continua e strenua lotta che il potente conduce per sopravvivere.

 

Nei resoconti che Canetti ci fornisce di antichi riti africani, o di vecchie popolazioni del continente americano, la chiave di tutto si fonda sull’atto stesso di uccidere. Riporta esempi di come il sopravvissuto sia tale perché dinanzi a lui s’eleva l’abnorme catasta dei morti. La guerra è il luogo in cui si perpetua questa ritualità continua del potere. Ai nostri giorni non accade più. Non che non si uccida, o non si facciano guerre, anzi, queste sono pure cresciute per numero, persino dentro il territorio della Vecchia Europa, ma in un mondo sempre più rivolto verso la virtualità anche l’antropologia cambia segno o almeno direzione, e può benissimo contemplare la ritualizzazione virtuale dell’uccidere. I cadaveri possono avere la forma dell’avversario sconfitto, oppure lapidato mediaticamente, escluso o semplicemente isolato.

 

Canetti può scrivere giustamente, a qualche anno dalla fine del Secondo conflitto mondiale, il più sanguinoso a memoria d’uomo, che “più è grande il mucchio di morti sul quale sta il sopravvissuto, quanto più di frequente egli ripete tale esperienza, tanto più forte e imperioso sentirà il bisogno di ammucchiare cadaveri”. Lo scrittore pensava probabilmente a Hitler e al suo alleato, almeno temporaneo, Stalin, ma noi possiamo immaginare che il mondo dei media in cui viviamo offra cadaveri telematici, o video visivi, al posto di quelli in carne e ossa. Del resto, in un universo fondato sul megaconsumo, e non più solo sulla produzione, non può che essere così.

 

Ma questo non toglie che il sopravvissuto che ci ha governato a fasi alterne per quasi vent’anni agisca al medesimo modo dei re africani, dei sultani o dei dittatori del XX secolo. La sua forza risiede nella lotta continua col pericolo.

“Proprio perché si è ancora vivi, ci si sente in qualche modo i migliori. Si è data buona prova di sé, dunque si vive ancora. Si è data miglior prova di molti altri, i quali dunque sono morti”. Alla fine il sopravvissuto crede inevitabilmente che “le potenze più alte gli sono benevole”. Un indubbio aspetto di paranoia è ben presente in questo tipo di personalità, che non possono essere scalfite da nessuna razionalità o ragione discorsiva.

 

Il potere vive di se stesso e non ha altri interlocutori oltre a sé. Per questo tutte le letture politiche, costruite su paradigmi razionali, di natura economica, partitica, sociale, o di altra natura, non funzionano per spiegare l’attuale situazione in cui versa l’Italia. Solo un’indagine simbolica dei fenomeni sociali può indicare la via per uscire da questa situazione; solamente un’antropologia patologica, come Canetti ha tentato del continente europeo tra le due guerre, può portarci a comprendere come sottrarci al destino del sopravvissuto che ogni giorno affronta la lotta con il tempo e col mondo lasciando sul campo morti e feriti, più o meno virtuali.

 

Qualcuno l’ha fatto, a suo modo, almeno nel cinema. Habemus papam è un film sintomatico che affonda alcune delle sue verità più profonde in un humus archetipico. Non a caso Moretti ha creato prima l’archetipo del Caimano e poi quello del Papa che fa il gran rifiuto, due immagini antropologiche complementari e opposte. Nella narrazione non c’è ancora segno di questa possibile indagine, se non nella parte disperatamente regressiva, anche in senso psicoanalitico, ovvero aggressiva e autodistruttiva, che si coglie in molti romanzi e racconti usciti nell’ultimo decennio. Intanto il sopravvissuto è tornato l’altro ieri da Bruxelles convinto di avercela ancora fatta.

 

Un documento straordinario del sopravvissuto è la lettera d’intenti inviata alle due autorità europee, Herman Van Rompuy, presidente del Consiglio Europeo, e a José Manuel Barroso, presidente della Commissione Europea.

La si vede qui:

 

Scritta a macchina in un corpo piccolo è racchiusa da due righe vergate invece a penna; in altro, l’intestazione: “Caro Herman e Caro José Manuel”; in basso, il saluto: “un forte abbraccio Silvio”. Sono svolazzi calligrafici di dimensioni più grandi delle sei righe di testo. In particolare il congedo, con quel gesto verbale, “un forte abbraccio”, è vergato in corpo molto più grande e risalta sul foglio; mentre il nome Silvio è la scritta più grande dell’intero foglio.

Nel libro di Canetti non c’è un capitolo dedicato alla scrittura autografa dei Re o Capi di Stato; se ci fosse, questo documento a posteriori potrebbe alimentare ulteriormente l’indagine dello scrittore.

 

Un gesto di megalomania, questo, analogo ai gesti eclatanti, gesti fisici, che il sopravissuto compie abitualmente, dalle corna alla pacca sulle spalle, dalla carezza agli alleati a quella alle sue baby girl. Tutto sembrerebbe contravvenire quello che Canetti scrive nelle prime righe di Massa e potere: la cosa che l’uomo teme di più d’ogni altra cosa è essere toccato. Si alzano distanze tra noi e gli altri e solo all’interno di una massa questa paura svanisce. Il sopravvissuto che firma la lettera all’Europa rovescia questa paura in un atto, sia grafico sia gestuale (anche il gesto grafico è ovviamente gestuale). Abbraccia perché in questo modo supera i confini della sua persona, diventa, come dice Canetti, massa lui stesso, e in questo modo cresce. Non dunque una semplice megalomania, ma un gesto di potere che viene fatto passare per una manifestazione affettuosa.

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