La paura

Noi italiani oggi non contiamo più nulla, esclama la signora in coda mentre entrano due occhi che definisce a mandorla. Mi fanno paura, sussurra. Lo sa che gli zingari hanno segnato le porte che vogliono svaligiare, mi dice la vicina di pianerottolo: non dormo più dalla paura. Le rapine alle prostitute che lavorano in casa hanno subito un incremento, mi confida il taxista che fa il turno di notte, ma non denunciano. Hanno troppa paura.

 

E camminando di notte nel centro di Milano semideserto e buio e vedendomi venire incontro l’incauto avventore, ebbi un sobbalzo nella regione epigastrico-duodenale che a buon diritto chiamai paura, o vigliaccheria emotiva. Sono i momenti in cui amo la polizia, cantava Giorgio Gaber in La paura.

 

Se mi potessi mettere al suo posto avrei meno paura, mi dice la persona che nella stanza d’analisi è seduta di fronte a me. Ha vent’anni ma ha paura di morire e così sogna la data della sua fine, mentre di giorno effettua i controlli sui suoi organi. Che sente vivi, dunque pericolosi. È la posizione del figlio unico, sdraiato tra i genitori anche da adulto, che trasforma la casa in tana perché il mondo ha troppe porte aperte. Che fanno paura. Io so che cosa è la paura che ti fa vomitare, correre in bagno, la testa stretta allo stomaco, come se avessi davanti un leone feroce, racconta una giovane donna. Ma qui non c’è un leone feroce, eppure la paura mi impedisce di rispondere al telefono.

 

La paura è un’emozione filogeneticamente condizionata, un’emozione primaria di difesa, provocata da una situazione di pericolo: reale, anticipata dalla previsione, evocata dal ricordo, o prodotta dalla fantasia. Spesso è accompagnata da una reazione organica – si suda, si sente il bisogno di andare in bagno -, del sistema nervoso autonomo che prepara l’organismo a difendersi. Attaccando e lottando, oppure fuggendo, e quando ciò non è possibile, ci si protegge con l’immobilità, la scissione, il congelamento, l’anestesia.

 

Per un aspetto è paura (Furcht) di un oggetto determinato, per un altro invece è angoscia (Angst) dove l’oggetto non è conosciuto ed è imprevedibile. Freud distingue tra la paura che “richiede un oggetto di cui si ha timore” e l’angoscia, che “indica una certa situazione che può essere definita di attesa del pericolo e di preparazione allo stesso, che può anche essere sconosciuto”, dallo spavento, che “designa invece lo stato di chi si trova di fronte a un pericolo senza esservi preparato” e viene colto di sorpresa. L’Angst è anche l’angusto, l’angustia, il senso di oppressione  che appare nei sogni quando l’Io del sognatore cammina stretto tra le due ali del conflitto.

 

Nelle nostre società fortezze, dove si tende a controllare l’imprevisto, la paura gira a vuoto in cerca di un oggetto. La paura diventa malattia della paura: è l’ansia che diventa la corrente continua che esprime la fatica quotidiana di essere se stessi, è la fobia che tiene a bada l’angoscia, ma produce evitamento e isolamento, sono gli attacchi di panico che irrompono senza un perché, scollegati dal “resto” della giornata. Le performance sociali e lavorative non prevedono défaillance, la paura si avverte negli “intervalli” – il prima e il dopo di una prova –, nei passaggi di soglia, di ruolo e di stato, in quel fuori tempo che sono i viaggi. Perché ammettere che avere fifa sia indispensabile per vivere produce vergogna.

Lorenzo Mattotti

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23 Dicembre 2013