Un progetto internazionale in divenire

Il Festival di Santarcangelo da quarantaquattro anni è luogo di sperimentazione, di esplorazione, incunabolo del teatro venturo, regesto di linguaggi in via di definizione. Luogo di molteplicità, di pensiero, di contraddizione, aperto a progetti in divenire, in cerca di spazi per un teatro che non si acquieta dei vetusti palcoscenici all’italiana, con artisti che rompono i ruoli prefissati e spettatori che mettono in discussione l’idea tradizionale di fruizione. Abbiamo intervistato il direttore artistico, Silvia Bottiroli, e il condirettore, Rodolfo Sacchettini, meno di settant’anni in due, le idee chiare e un sano radicalismo che rischia e si espone.

 

Ci illustrate il disegno generale del festival?

BOTTIROLI. Santarcangelo • 14 è costruito intorno ad alcune aree e ad alcuni discorsi. Non ha un tema o un titolo, ma sono abbastanza leggibili alcuni elementi di un disegno che rimane plurale e che contiene delle eterogeneità al suo interno. È un festival pienamente internazionale, non solo per la presenza di un terzo di artisti stranieri nel programma, ma anche perché è costruito con due progetti europei che hanno consentito una collaborazione con partner diversi e hanno permesso uno sguardo più approfondito su certe aree geografiche. Sono Create to Connect, che indaga l’approccio a nuovi modelli produttivi che consolidino il senso di comunità, e SharedSpace Music Weather Politics, che esplora spazi per la ridefinizione e la creazione di ambienti performativi. Grazie a questo programma continua la riflessione sullo spazio condiviso che ha caratterizzato i tre anni della nostra direzione. Decliniamo la parola Politics continuando a interrogarci sullo spazio pubblico, ma anche la parola Weather, ossia ciò che non possiamo controllare, il rapporto tra la forme umane e non umane di esperienza dello spazio e del tempo. I primi progetti che nominerei sono Reindeer Safari del collettivo finlandese Esa Kirkkopelto / Other Spaces, La disciplina del campo di Leonardo Delogu, e in qualche misura anche The Nature di Mårten Spånberg.

 

ph. Ilaria Scarpa

 

Puoi illustrarceli?

BOTTIROLI. Reindeer Safari è molto legato a quella branca della filosofia che riflette sulle cose. Propone allo spettatore di fare esperienza del passaggio dal centro della città alla campagna assumendola la prospettiva della renna. Gli spettatori saranno le renne di questo safari. Non è un discorso imitativo, ma un’esperienza di ciò che attraversiamo abitualmente da un altro punto di vista. Inizia con una conferenza con indicazioni sul comportamento di quegli animali, sul rapporto tra individuo e branco, sulla relazione con lo spazio, sull’abitudine al silenzio. Diventano quasi indicazioni coreografiche. È uno sguardo diverso sul paesaggio, in linea con la ricerca di Leonardo Delogu, con Gilles Clément e il collettivo di architetti CoLoCo, nella prospettiva del giardino, dell’essere umano e dell’artista come qualcuno che si fa custode di un luogo, in ascolto delle sue trasformazioni, in una forma d’intervento molto gentile. Il tema di Weather, del rapporto con l’imprevisto e l’imprevedibile, attraversa molto progetti del festival. Ci lavora sopra filosoficamente la Nomadic School, realizzata in collaborazione con la School of Visual Theatre di Gerusalemme, che curerà un’installazione nella piazza di Santarcangelo. E ci riflette con un lavoro frontale, su palco, Mårten Spångberg con The Nature, che considera la danza e la coreografia come un paesaggio, e la performance come qualcosa da guardare non con un’attenzione prospettica e volta alla comprensione, ma come la natura, che esiste al di là di noi, più grande di noi, che non ha bisogno dello spettatore ma lo permette. E nel permetterlo, consente anche un coesistere che non è quello della comunità ma una forma di coabitazione.

 

Un altro progetto, curato da compagnie italiane della nuova danza, ha un titolo curioso: Piattaforma della danza balinese

BOTTIROLI. Nasce da interessanti discorsi con Fabrizio Favale delle Supplici, Michele Di Stefano di Mk e Cristina Rizzo, e pone questioni filosofiche e politiche. Presenta vari lavori in cui corpi e danzatori abbastanza straordinari presentano la danza in contrapposizione alla coreografia come aspetto di disordine indomabile. Il titolo è giocato sul concetto di “piattaforma”, che in senso istituzionale si usa per indicare una vetrina, e recupera invece il significato di luogo da cui prendere slancio, per andare dove ancora non si sa. Il termine “balinese” richiama la danza di Bali, un riferimento imprescindibile per il teatro del Novecento da Artaud in poi, e anche un certo gusto per l’esotico. La Piattaforma sarà anche uno spazio fisico per creare, all’interno del festival, vari avvenimenti estemporanei quotidiani. Non afferma soggettività e identità; si consente uno scarto ludico che rimanda al qui e all’altrove insieme. È un luogo, vari luoghi per spettacoli, con la presenza, oltre i tre gruppi citati, di Kinkaleri, Barokthegreat, Marlene Monteiro Freitas, Mårten Spångberg.

 

ph. Ilaria Scarpa

 

Vogliamo tracciare una mappa dei luoghi di questo festival senza (o con poche) sale propriamente teatrali?

SACCHETTINI. Il festival ogni anno deve trovare spazi nuovi. Spesso sono capannoni industriali in attesa di destinazione. Negli anni scorsi usavamo gli ambienti di Liviana Conti, un luogo di archeologia industriale che ora è stato trasformato e riutilizzato. Quest’anno ospitiamo nel Saigi, l’ex consorzio agrario, il centro della Piattaforma della danza balinese, oltre al riallestimento, molto particolare, di Mit Lenz di Claudio Morganti. Abbiamo ottenuto anche un luogo affascinante, un hangar nuovo diviso in due spazi, bianchissimi, di grande fascino. Si chiama Hangar Bornaccino, richiama l’Hangar Bicocca di Milano ed è a cinque minuti del paese. Vi saranno ospitati molti spettacoli e sarà la sede del dopofestival. Abbiamo recuperato lo Sferisterio, uno degli spazi storici del festival. Sarà il luogo degli spettacoli gratuiti all’aperto e degli esprimenti più curiosi. Per esempio Us di Fanny & Alexander, una performance-concerto ispirato alla biografia del tennista Agassi, con un giocatore di tennis (Lorenzo Gleijeses) contro una macchina sparapalle, che ha la voce dell’arbitro, affidata al padre dell’attore, Geppy Gleijeses. Vi si potrà vedere il lavoro di Kinkaleri, che insegna agli spettatori il suo codice coreografico, con movimenti corrispondenti alle lettere dell’alfabeto.

 

Parliamo dell’altro progetto europeo, Create To Connect?

BOTTIROLI. È un cantiere di riflessione sulla creazione artistica come relazione tra pratiche creative e cittadinanza. Partiremo restituendo a Mutonia, il villaggio dei Mutoid sul Marecchia, il film realizzato da Zimmerfrei l’anno scorso. C’è poi Art to Lost, realizzato da quattro compagnie romane, Lacasadargilla, Muta Imago, Santasangre, Matteo Angus. L’anno scorso era un’installazione che chiedeva agli spettatori di lasciare un oggetto, di raccontare una storia, di tracciare una traiettoria di ricordo. Era il tentativo di raccontare la grande memoria di una città attraverso singole memorie individuali. Quest’anno si vedrà l’opera vera e propria, una grande installazione emotiva, un viaggio dentro i materiali raccolti, come un grande Facebook vivo fatto di pezzi di ricordi. C’è poi una performance di Sarah Vanhee affidata nella versione italiana all’attrice Sara Masotti. Sono conferenze di circa quindici minuti che si svolgono in luoghi di riunione quali la giunta comunale, gli uffici dell’editore Maggioli, il club filatelico o lo Sferisterio. Trattano del rapporto tra individuo e comunità.

 

ph. Ilaria Scarpa

 

Ci sono anche due attori tra i più profondi della scena attuale: Claudio Morganti e Danio Manfredini.

SACCHETTINI. Di Morganti riallestiamo Mit Lenz perché è uno degli spettacoli più belli degli ultimi tempi. Ma Morganti riunirà anche all’Arboreto di Mondaino il Libero Gruppo di Studio di Arti Sceniche per realizzare una Serata fonico vocale. Ospitiamo anche l’ultimo lavoro di Danio Manfredini, anticipato in piazza l’anno scorso in forma di studio. Vocazione mette insieme testi teatrali che parlano di teatro, tracciando i confini della sua passione per la scena e della sua arte. Abbiamo voluto dare spazio a due figure di attori che si sono mossi ai margini del teatro ufficiale, nascosti, mai disposti ad autocelebrarsi, eppure vitalissimi e in movimento continuo.

 

Qualche altro appuntamento da non perdere?

BOTTIROLI. Quello con i cileni della Re-sentida. Portano a Santarcangelo La Imaginacíon del futuro, uno spettacolo pieno di contraddizioni, di conflitti tra presente e passato. Parte da Allende e dal golpe cileno per arrivare a porre domande sulla memoria e sul futuro. Poi c’è uno spettacolo che abbiamo commissionato e che abbiamo potuto realizzare grazie alla collaborazione con l’Associazione teatrale pistoiese. Abbiamo fatto incontrare il Teatro Sotterraneo e il giovane regista lettone Valters Sīlis. War Now parte dalla Prima Guerra Mondiale per parlare in realtà della Terza Guerra Mondiale. Partecipa anche il festival di Dro a questo progetto condiviso tra artisti trentenni di paesi diversi, che affronta anche una certa idea di Europa, e proviamo anche a trovare una distribuzione. È una risposta concreta alle domande sulla crescita della nuova generazione teatrale.

 

ph. R. Frongia

 

Un altro progetto che presentate come “impossibile” è Encyclopedie de la parole, che fate debuttare in teatro, al Novelli di Rimini.

BOTTIROLI. È un lavoro importante, ospitato già da grandi festival come il KunstenFestivaldesArts di Bruxelles o il Festival d’Automne di Parigi. È l’esito di una importante ricerca, che ha prodotto una suite corale. Ci sono ventidue persone in scena, undici attori e undici invitati, di nazionalità e stati sociali diversi, con un direttore che li guida come se fossero un ensemble musicale. Pezzi vari di parlato vengono trattati come voci strumentali. È il frutto di una ricerca socio-antropologica che ha registrato brani diversi della realtà parlata, da Artaud a South Park a sequele di insulti, che vengono restituiti in una performance divertente vicina all’hip hop. Anche qui si insiste sull’idea di comunità.

 

Ci sono poi presenze come Claudia Castellucci e Fabrizo Gifuni che, premiato dalla rivista “lo Straniero”, legge Cortazar e Bolaño…

SACCHETTINI. Claudia Castellucci è una figura equivalente a quelle di Manfredini e Morganti. Ha un percorso autorevole, legato a un’idea personale, originale di didattica. Con la sua presenza abbiamo una tangenza tra la scuola Conia di Cesena e la Nomadic School di Gerusalemme, che farà vivere gli spazi di piazza Gnaganelli. Le loro presenze si inseriscono in una nostra riflessione sulla scuola come pratica.

 

Tu curi, ormai da anni, un progetto dedicato alla radio. Come si articola in questa edizione?

SACCHETTINI. Indaghiamo gli usi creativi del mezzo radiofonico, con un programma articolato in cinque parti. Al centro di tutto c’è una stanza per l’ascolto, con materiali d’archivio italiani e stranieri. Poi ragioniamo, con performance, su radio e città, radio e sport, radio e telefono, radio e infanzia e su opere contemporanee. Quest’anno il telefono diventa un piccolo protagonista, perché anticipa gli usi creativi della radio o vanta esperienze importanti come le poesie al telefono di John Giorno. E non mancheranno le favole al telefono, in uno spazio allestito per piccoli gruppi, in penombra. Ogni capitolo vede una produzione, dai Kinkaleri a Zimmerfrei, che riempiranno la casella radio e città. Fanny & Alexander interviene per radio e sport, mentre i Sacchi di Sabbia faranno una versione radiofonica dei Quattro moschettieri vanno in America, ispirato a un film del 1936  realizzato da Carlo Campogalliani con duecento marionette dei Colla. Era la risposta autarchica a Walt Disney ed è una pellicola con una storia che sembra un romanzo poliziesco.

 

Santarcangelo punta sempre anche sulle attività collaterali, che tali non sono, perché servono a immergere in un ambiente, per un festival che si propone come esperienza da vivere totalmente.

SACCHETTINI. Sì, non sono collaterali, ma parte integrante dell’idea di un festival che non è solo luogo di visione di spettacoli ma laboratorio di forme di vita comune, di uso comune della città, di esperienza e di creazione. Lo spettatore è invitato ad attraversare questo festival non solo come fruitore di spettacoli. Gli vengono proposti laboratori eterogenei legati ai progetti. Si riflette, per esempio, sulle scritte sui muri, a partire dallo spettacolo di Ateliersi. Lele Marcojanni con Flavio Perazzini coordinano un laboratorio di video per restituire immagini e  suggestioni delle giornate per il web. Ci sono vari atelier. Parecchi sono gli incontri, intorno a due occasioni. La prima sono i premi della rivista “lo Straniero”, con vari tavoli tematici, come uno sui disegnatori coordinato da Ferdinando Scianna, uno intitolato Raccontare l’Italia di oggi con la letteratura i giornali, l’editoria, a cura di Goffredo Fofi. Ci saranno incontri con i registi Roberto Minervini e Alice Rohrwacher. Un’altra sezione è quella degli approfondimenti su esperienze presentate a Santarcangelo • 14. Ci saranno incontri con la Piattaforma balinese, con Sīlis, con la Re-sentida e con i Motus, che presentano vari lavori del progetto 2011>2068 Animale Politico. Si svolgeranno nella redazione dell’osservatorio critico, anche quest’anno affidato al gruppo Altre Velocità. Si terranno confronti in piazza tra vari protagonisti di progetti presenti al festival. E, infine, non mancherà l’ormai storica Radio gun gun, interviste, colloqui, musiche in diretta sul festival.

 

Per orientarsi nei dettagli del programma consultare il sito di Santarcangelo • 14

ph. De La Fuente

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