D'Anolfi, Parenti. Materia Oscura

Oltre un anno fa, proprio su Doppiozero ci si rammaricava del fatto che uno dei migliori film italiani della stagione, Il castello, diretto da Martina Parenti e Massimo D'Anolfi, non avesse trovato la via per la sala, nonostante il sostegno produttivo di Rai Cinema e del successo raccolto nel circuito festivaliero (premio della Giuria al 29° Torino Film Festival, miglior fotografia agli International Documentary Awards di Los Angeles, per citarne solo un paio).

 

Dispiace oggi constatare come Materia oscura abbia seguito lo stesso sfortunato destino del suo predecessore: un ottimo riscontro nei festival internazionali (a cominciare dalla Berlinale 2013), nessuna distribuzione nel nostro Paese. Per i felici pochi che vorranno assistere a quello che è uno dei più bei film italiani dell'anno, FilmMaker ha deciso di programmarlo come “Evento Speciale” lungo tutta la durata del festival, fino all'otto dicembre 2013 presso il cinema Palestrina di Milano.

 

 

Ellittico e misterioso fin dal titolo, Materia oscura è prima di tutto l'esplorazione di un luogo, un territorio dai tratti apparentemente familiari, eppure sconosciuto: un gregge di pecore viene accostato alle carcasse di autoveicoli militari, un pastore a uomini dell'esercito armati di contatori geiger. Di quando in quando si odono forti esplosioni. Lo spettatore, un po' spaesato, cerca un appiglio nelle poche informazioni che il film gli fornisce. Un cartello lo informa: siamo a Salto di Quirra (Sardegna centro-orientale), nel poligono militare più grande d'Europa.

 

Qui, in un paesaggio baciato dal sole e lambito dal mare, da oltre mezzo secolo si testano gli ultimi ritrovati della balistica e si fanno brillare gli “scarti” degli arsenali nostrani, ormai inutilizzabili, avvelenando animali e abitanti. Una zona di guerra permanente, insomma, in cui il tempo sembra essersi fermato agli anni della Guerra Fredda – Materia oscura, al contrario del film precedente (che si basava appunto sul ciclo delle stagioni) sembra infatti svolgersi nell'eterno presente di un'estate assolata.

 

 

Impercettibilmente ma inesorabilmente, senza spiegare alcunché - i pochi riferimenti alla disastrosa situazione sanitaria e ambientale vengono forniti dalla voce registrata su nastro del procuratore Domenico Fiordalisi - Materia oscura si sposta dalla descrizione di un luogo alla descrizione di una carneficina che va avanti dal 1956. Ecco quindi che nella dialettica tra astrazione e concretezza sulla quale corre il film, trovano posto i materiali d'archivio realizzati dall'esercito stesso, per documentare, a scopo di valutazione, i test missilistici.

 

 

Estratte dal contesto originario, ri-filmate in moviola, rallentate fino allo spasmo o proiettate direttamente in negativo, queste immagini sembrano costituire una sorta di controcanto asettico e “scientifico” di altre immagini, ben più concrete e dense di realtà. La dissezione del cadavere di un topolino alla ricerca di agenti cancerogeni (la “materia oscura” del titolo?) e l'agonia interminabile di un vitello nato con gravi malformazioni, sotto gli occhi impotenti dei suoi allevatori, sono immagini di grande durezza, tanto più forti quanto più colte da un obbiettivo apparentemente distaccato, ma che è quanto di più partecipe vi possa essere.

 

Immagini che, come le scie luminose dei missili nelle ultime inquadrature del film, squarciano l'oscurità che ha avvolto e che avvolge da troppo tempo questa vicenda. Lungi dall'essere un “film di denuncia” (davanti ai documentari di D'Anolfi e Parenti l'espressione mi sembra persino offensiva), Materia oscura diventa perciò un film sul potere delle immagini, sulla loro capacità di restituire voce e vita a chi paga, quotidianamente, il prezzo carissimo di una guerra assurda e silenziosa.

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