Due postille su Primo Levi

Si avvicina il 2017. Il prossimo aprile saranno trent’ anni dalla morte di Levi, scrittore di cui molto si è occupato e si occupa Doppiozero. Non sono stati tre decenni facili, per chi ricorda la solitudine dello scrittore fino a che fu in vita. Sono sempre tormentato dal dubbio – mi auguro di sbagliare – che la sua fortuna si sia intrecciata, dopo quell’aprile del 1987, con la tragica conclusione della sua esistenza e con crudo, ma sano realismo ogni tanto non posso fare a meno di domandarmi se la sua fortuna sarebbe stata la stessa senza “quella” morte, ovvero mi chiedo se i numerosissimi interpreti della sua opera dialogherebbero davanti a lui come davanti a un Classico nel caso in cui Levi potesse rispondere ai lor quesiti dalla quiete della sua casa di corso Re Umberto. Del resto non sono mancati momenti di vera malinconia.

 

Uno degli argomenti più dibattuti è stato il cherchez la femme, la sua difficoltà nei rapporti sentimentali. Aveva cominciato, con dubbie cadute di gusto, Francesco Rosi nella infausta trasposizione cinematografica de La tregua, si è proseguito poi con il caso-Wanda Maestro costruito ad arte, invece che restituito al pudore e al silenzio che sarebbe dovuto rimanere in ombra, restituito alla sfera dei sentimenti privati. Davanti al suicidio s’è ascoltato di tutto e di più, con inserzioni non prive di morbosità. Di fronte a operazioni strumentali, prive di fondamento storico non si sa mai come reagire. 

 

Viviamo tempi tristi, tutti quanti, ma gli scrittori e i poeti che ci hanno lasciato soffrono forse più di noi superstiti. Va di moda il profilo del poeta-canaglia. A Trieste s’è cercato di coinvolgere il povero Saba nel penoso caso-Grini, accusandolo di molestie sessuali nei confronti delle sue commesse in Libreria e di subdola contiguità con il Mostro. Di Levi s’è scritto, senza portare uno straccio di prova, se non la somma di testimonianze orali raccolte settant’anni dopo, di una sua complicità nella fucilazione di partigiani innocenti. La cosa che più rattrista è la strumentalità di queste operazioni.

 

 

Come per la Shoah, Levi è esposto ai tre pericoli che Valentina Pisanty ha bene delineato: banalizzazione, commercializzazione, sacralizzazione. Delle tre categorie la seconda è la più pericolosa. La terza, della quale mi onoro di far parte, mi ostino a credere sia la più innocente, se non altro per il rispetto dovuto a chi non c’è più. I morti, si sa, hanno l’abitudine di non potersi difendere. Da una parte prevale in me l’istinto di protezione, dall’altro, e per fortuna, subentra, contro la tristezza, il ricordo di una lezione di chiarezza e di sobrietà.

Questa la ragione per cui desidero fare dono ai lettori di Doppiozero di due notizie asciutte: una fattuale, una testuale.

 

Perone

 

Lorenzo Perrone con tutta evidenza si chiamava Perone e non Perrone. Una sola “r”, andranno dunque fatte centinaia se non migliaia di correzioni nelle future edizioni delle opere di e su Levi. Risulta dall’anagrafe di Fossano, suo paese natale e dalla lapide che Beppe Manfredi, sindaco della città e poi senatore del PCI, volle che fosse scoperta nel parco cittadino – si riporta qui sotto l’immagine. 

Di e su Perrone, bisognerà tornare, prima o poi a parlare, non solo perché, come mi è capitato di scrivere una volta, con grande scandalo di tanti, egli incarna il tanto deriso profilo del “bravo italiano”. Non un mito, ma una concreta realtà, in carne ed ossa. Della sua onestà Levi ha scritto righe memorabili. Bisognerà andare a fondo sul perché finì vicino alla Buna a lavorare per conto di una fabbrica di Cengio, progenitrice della (nel secondo dopoguerra) famigerata Acna. Ironia atroce del destino, eterogenesi dei fini, contagio di bene e di male? Forse. Il destino di quella fabbrica sembra uscire da un racconto di Vizio di forma. Urge un supplemento di indagine.

 

Frapper sans colère

 

Furti da Baudelaire sono stati riconosciuti, per Se questo è un uomo, dallo stesso Levi, che ci ha lasciato l’ingrato compito di scoprirli. Nel mio commento del 2012 ne avevo individuati due o tre sicuri, altri dubbi. Mi era sfuggito il più clamoroso ed anche il più evidente. Sciocco non accorgersene allora, non riesco a farmene una ragione; questa è l’occasione giusta per rimediare.

Cap. “Il viaggio”, il momento dell’appello: “Qui ricevemmo i primi colpi: e la cosa fu così nuova e insensata che non provammo dolore, nel corpo e nell’anima. Soltanto uno stupore profondo: come si può percuotere un uomo senza collera?”.

  Ed ecco l’incipit di una delle più celebri poesie di Baudelaire, Heautontimrumenos: “Je te frapperai sans colère”. Inutile sottolineare l’importanza del disvelamento, per l’uso parodico delle fonti letterarie. La “parodia” in Levi, lo scrivere “quasi come”, è fondamentale, lo ricorda Belpoliti. Qui il disvelamento ci fa ritornare a radici torinesi-gozzaniane (Totò Merumeni!). In Baudelaire – e non in altri fantasiosi nomi evocati in questi ultimi anni –, si trova l’embrione del concetto di “violenza inutile”, centrale nei Sommersi e i salvati.

 

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