14 settembre 1812. L’incendio di Mosca

Non è che sia particolarmente affezionato alle ricorrenze, per quanto mi siano state utili in svariate occasioni, soprattutto a scuola ma anche nella pratica della scrittura. Per alcune di esse ti prepari in anticipo: sono troppo importanti. Per il 150° dell’Unità d’Italia, ad esempio, i primi file che ho archiviato sul pc risalgono all’autunno del 2008. In altre date, invece, ti imbatti quasi per caso e quando ne realizzi le implicazioni ti sembra quasi di avere scoperto qualcosa di importante oppure, che poi è lo stesso, di avere ricevuto un dono.

 

Lo scorso agosto ero lontano da casa e a corto di letture e ho cercato aiuto in una di quelle librerie di paese dove puoi trovare vecchi classici della letteratura, memorie della Grande Guerra e almanacchi del campionato di calcio, sugli stessi scaffali e a prezzi stracciatissimi. Così, per uno di quegli impulsi che i lettori più accaniti riconosceranno familiare, ho comprato una meravigliosa edizione di Guerra e pace, testo integrale e introduzione di Eraldo Affinati.  L’impulso cui accennavo è quello che ti coglie di fronte a certi classici che per un motivo o per l’altro non hai mai letto: mentre di solito non ti soffermi e metti a tacere con disinvoltura l’antico rimprovero, a volte ti sorprende una botta di coraggio giovanile e il soldatino valoroso che si nasconde in ogni lettore di fronte ai classici azzarda: perché no?

E che per leggere le mille e passa pagine di Guerra e pace (e superare gli ostacoli delle infinite digressioni metastoriche, parafilosofiche e misticheggianti)  ci volesse del coraggio, l’ho scoperto quasi subito. Ma poi si arriva al Libro Terzo: la battaglia di Borodino, l’abbandono di Mosca da parte del Generale Kutuzov, l’attesa e poi l’ingresso delle truppe napoleoniche in città, l’incendio..

 

 

Per Tolstoj, che segue il vecchio calendario russo, le fiamme cominciano a levarsi il 2 di settembre, per noi la data è il 14 settembre 1812. Una settimana prima, il 7, s’era combattuta la terribile battaglia di Borodino, sull’esito della quale ancora oggi gli storici non sono concordi. In quelle ore il Principe Andrej Bolkonsky viene mortalmente ferito e Pierre Bezuchov, che assiste agli scontri, scopre di sé cose che non sapeva e tornerà da quei luoghi cambiato per sempre . Fra russi e napoleonici, restano sul campo centomila soldati: il più orrendo massacro della Campagna di Russia, giorni fa celebrato alla presenza di Putin da migliaia di persone. Vedi le immagini su The Voice of Russia: vi compare anche Putin, con quella faccia da stuntman e quell’aria da sicario che ci vengono inflitte da decenni.

 

Resta il fatto che per gli studenti russi e sui libri di scuola, ancora oggi, ci sono due sole Grandi Guerre Patriottiche, quella contro l’invasore nazista e quella contro Napoleone del 1812. A quella campagna, ho poi scoperto, parteciparono più di ventimila italiani, arruolati nel Quarto Corpo d’Armata napoleonico. Ne tornarono vivi poche centinaia, peggio di quanto sarebbe poi capitato agli alpini dell’Armir nel 1942. Ma nessuna voce paragonabile a quella di Rigoni Stern ha saputo raccontarci la tragedia dei battaglioni comandati dal figliastro di Napoleone, Eugenio di Beauharnais, il Vicerè del Regno d’Italia…

 

Tolstoj, nei capitoli sull’incendio di Mosca, si fa beffe della storiografia di ambo le parti in causa: degli storici accademici russi che ne davano la colpa alle truppe francesi, gentaglia, torme di saccheggiatori e fanatici, e di quelli francesi per i quali invece gli incendiari erano stati gli uomini di Rastopcin, il feroce Governatore della città. Con distaccato realismo, a tratti quasi con ironia, ecco come la racconta Tolstoj: “Mosca s’incendiò per causa delle pipe, delle cucine, per incuria dei soldati nemici, abitanti e non padroni delle case… Mosca doveva bruciare come deve bruciare ogni villaggio o casa di dove i padroni se ne vadano e in cui si lasci entrare gente estranea a cucinare la kasa. Mosca fu bruciata non da quelli abitanti che vi erano rimasti, bensì da quelli che ne erano partiti. Mosca, occupata dal nemico, non restò intatta come Berlino Vienna e altre città, solo per il fatto che i suoi abitanti non recarono il pane e il sale e le chiavi ai francesi, ma se ne partirono..

 

 

Come a dire: noi russi non ci siamo comportati da conigli come i tedeschi e gli austriaci, che di fronte a Napoleone hanno calato le braghe. Chiedo scusa della volgarizzazione ma credo proprio che il succo sia questo, e vi assicuro che a leggere quelle pagine c’è davvero da divertirsi. Più in là nel romanzo, poco prima di cadere prigioniero dei francesi, il conte Bezuchov, che ormai ha un po’ perso la testa, esce di casa armato di un coltellaccio con l’idea di far fuori Napoleone! Fantastico.

 

Scopro sulla rete che di recente sono usciti tre dvd della versione integrale del kolossal della cinematografia sovietica, Voyna i mir, girato da Sergei Bondarchuk nel 1967: un film della durata di 487 minuti!  Non so se riuscirò a procurarmeli, pare sia piuttosto complicato e che il doppiaggio nell’edizione italiana sia pessimo.

 

 

Di sicuro mi rivedrò la versione hollywoodiana di George Cukor del 1956, con l’indimenticabile Audrey Hepburn nei panni di Natasa Rostova, col faccione e gli occhialini di Henri Fonda/Pierre Bezuchov, l’aria da impunito di Gassman nei panni dell’odioso Anatole Kuragin, le forme voluttuose di Anita Eckberg, che interpretava quella sozzona di Helena Kuragina, la prima moglie di Bezuchov.

Sì, quel film si può rivedere. Quanto a rileggere il romanzo, forse, fra qualche anno...

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