Abitare Milano

Per i meridionali che salirono a Milano ai tempi del boom, il luogo di maggiore attrazione era lo zoo comunale che si trovava nei Giardini di Porta Venezia (ma i milanesi li han sempre chiamati Giardini Pubblici). L’idea di possibilità, ma forse anche di straniamento, di una metropoli era comunicata dai leoni in gabbia nel cuore della città, probabilmente l’ultima eredità dei diorama ottocenteschi che illustravano le meraviglie del mondo a pochi metri da casa.

Oggi non è facile immaginare l’effetto che fanno nello Szechuan, il distretto cinese da cui proviene la maggior parte di loro, le foto e i filmati dei matrimoni milanesi dei loro connazionali. L’iconografia è sempre la stessa: la Galleria, il Duomo, la fontana che ha come sfondo il Castello Sforzesco. In entrambi casi c’è l’urgenza di comunicare a chi è restato a casa il nuovo, l’inaspettato, senza troppe mediazioni culturali.

 

 

Per noi milanesi nati negli anni del boom, finita la febbre della ricostruzione, l’idea di città divenne ben presto, e senza che ce ne accorgessimo, quella del passato. Il nostro orizzonte si fissò tra la Torre Velasca e il Grattacielo Pirelli, con la città divisa tra un centro immutabile e periferie che sembravano lontanissime. Il benessere provvide a ridurre la mescolanza sociale (corso Garibaldi, corso Genova), ma funzionò per compattare una città che, mentre diventavamo adulti, pareva rimpicciolirsi. Crescevamo tra astratti furori e quando si ritornava da Londra, Parigi e, più avanti, da Berlino o da Barcellona, sbottavamo accusando la nostra città di immobilismo.

 

Così, dopo aver deciso di restare a Milano (ma forse non abbiamo mai voluto andar via davvero), trovammo le consolazioni dell’età matura imparando a conoscere la sua civiltà architettonica: il Movimento Moderno che si trova declinato in tanta edilizia pubblica (le piscine, gli impianti sportivi, alcune scuole), e in quella civile (via Ampere per fare un solo esempio). Imparammo a conoscere le opere di tanti architetti di quella che è stata definita la “Scuola milanese” e, più avanti, quelle di professionisti meno noti ma che insieme respiravano una comune aria di civiltà (la tradizione illuminista-politecnica) e che hanno reso la città un luogo di pellegrinaggio degli studenti di architettura di tutto il mondo.

 

 

Nel frattempo la Milano del socialismo riformista degenerava nel craxismo (ma un bel po’ di colpe sono da attribuirsi anche ai locali comunisti miglioristi) e proseguiva nel berlusconismo, con l’interludio paesano della Lega di Formentini. E l’edilizia pubblica e privata non corrispose più al volto della città: opere pubbliche sempre più goffe che orecchiavano modelli stranieri, la vicenda della Bovisa dove un architetto colto come Gregotti recuperava aree industriali della Pirelli con risultati da Berlino Est. Un’altra indicazione del declino della società civile è stata la vicenda dei sopralzi che hanno snaturato i piani alti di molte belle case del nostro Novecento. Era una versione di ritorno al privato in termini edilizi o, scavando più a fondo, naufragava un’ideologia di bene comune (l’anima politecnica di cui scrive Luca Doninelli) che era stata alla base dei cent’anni che seguirono l’Unità d’Italia. Il declino di Milano si misurò anche nei quasi vent’anni che ci sono voluti per costruire il Teatro Strehler, opera di Marco Zanuso, uno degli architetti simbolo della migliore stagione.

 

È nella natura di una città il continuo mutare, ma noi cresciuti in un’epoca di immobilismo, non ci accorgemmo subito della rivoluzione silenziosa che ha reso la città multietnica (via Padova è bella!) e sempre di più un “pezzo di mondo”. Così, quando la città è finalmente cambiata in una santa alleanza tra immobiliaristi e giunta di centrodestra (a proposito: non si è indagato ancora abbastanza sugli affari dell’ing. Ligresti, accolto con tutti gli onori nel salotto buono di Mediobanca), si è messo mano all’area Repubblica-Garibaldi e nel frattempo si demoliva la vecchia Fiera, ci abbiamo messo un po’ di tempo ad accorgercene. Certo ci sono stati i comitati del quartiere Isola che si sono battuti contro lo snaturamento del loro quartiere (che è quello che sta puntualmente avvenendo), il progetto Citylife ha raccolto qualche plauso e molte critiche, ma la cittadinanza ha nel complesso subito i processi di trasformazione.

 

 

Arriviamo all’oggi: la vittoria della sinistra nelle ultime elezioni comunali è stato prima di tutto un sospiro di sollievo; nel sindaco Pisapia e nella sua giunta riconosciamo le virtù molto milanesi di moderazione, di buon senso, di buona volontà, ma noi ora, finalmente rinata un’idea di cittadinanza, di comunità, vorremmo un po’ di più: consegnare ai nostri figli e nipoti una città migliore di quella in cui siamo cresciuti e abbiamo poi deciso di vivere. Il progetto area ex Enel è l’antitesi di tutto ciò, induce a una pericolosa rassegnazione che le “cose alla fine proseguono sempre nello stesso modo”. No, è proprio come abitanti del quartiere, come membri di una comunità che sta cercando di costruire relazioni tra etnie diverse, che prova a darsi delle regole, che ci opponiamo con fermezza e in ogni sede a un futuro che non è quello che abbiamo immaginato votando il 30 maggio 2011 Giuliano Pisapia.

 

 

Fotografie di Luigi Grazioli

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