Anni '70: la regola del silenzio

Che succede quando tua figlia comincia a farti domande sugli anni ‘70?
Puoi chiedere consiglio a qualche coetaneo che c’è passato prima di te; può anche capitare di trovarti in mezzo a delle discussioni, che so, d’estate, dopo qualche buon bicchiere, quando l’intimità fra vecchi amici aiuta ad affrontare argomenti del genere e c’è sempre qualcuno più generoso di te pronto a distillare parole più sagge delle tue.

 

 

Credo che saranno centinaia di migliaia i genitori che hanno vissuto quegli anni italiani con il cuore in fiamme e che potrebbero essersi trovati alle prese con simili domande: almeno uno su quattro, diciamo, fra quanti hanno avuto allora vent’anni, all’inizio o alla fine di quel decennio.
La faccenda poi si complica se nella vita hai finito per fare un mestiere che ti costringe a fare i conti con la memoria, magari scrivi, fai teatro o cinema, oppure insegni. E anche lì, sarei pronto a scommettere che stiamo parlando di migliaia di concittadini, padri e madri di famiglia. Tutta gente che avrà fatto molta fatica di fronte al difficile compito della “trasmissione della memoria”; sto pensando alla memoria della Resistenza, soprattutto nelle regioni del nord, della lotta alla mafia e per la legalità al sud, e negli ultimi vent’anni della shoah. Film, libri, mostre e spettacoli, materiali didattici, seminari, viaggi d’istruzione… C’è dentro una bella fetta del lavoro culturale prodotto nel nostro paese da parecchio tempo a questa parte.

 

Si complica perché, per chi lo fa di mestiere, un conto è trovare la maniera di raccontare quegli anni lontani: puoi fare ricorso ai testimoni, anche se ancora per poco, la storia locale ti può aiutare ed è forse la chiave più efficace, alla peggio c’è la scorciatoia dei film che tutti hanno già visto … Ma se le domande vanno a parare su quello che hai vissuto tu, e che magari – a tratti – ancora brucia, le cose cambiano.

 

             



Chi fosse interessato a simili argomenti troverebbe pane per i suoi denti nel romanzo “La regola del silenzio” di Neil Gordon, scrittore americano da molti anni trapiantato a Parigi, dove dirige l’Università Americana e insegna Letteratura comparata. A quel romanzo si è ispirato Robert Redford per il suo ultimo film, “The company you keep”, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia l’anno scorso (da oggi disponibile in DVD). Il film è uscito in Italia con lo stesso titolo della versione italiana del romanzo, non l’ho visto, ma ho letto il romanzo e l’ho trovato avvincente.

 

 

Nell’America degli anni 00, un gruppo di reduci delle battaglie politiche degli anni ‘60 e ’70, ex membri della SDS, Students for a Democratic Society, poi confluiti nei Weather Underground, ben più radicali e infatti presto costretti alla clandestinità, si ritrova a fare i conti con il passato.

 

   

 

Di uno di loro, stimato avvocato civilista della costa orientale, negli anni ‘90 era stata scoperta la falsa identità dietro la quale aveva costruito la propria carriera. Aveva dovuto rimettersi in fuga e, soprattutto, non aveva potuto evitare di abbandonare la figlia, Isabel. Dieci anni dopo, tutti quelli che in qualche modo avevano avuto a che fare con quella storia formano uno strano Comitato che ha l’unico scopo di convincere la figlia dell’avvocato, ormai diciassettenne e residente in Inghilterra, a tornare negli States per testimoniare a favore di una donna, ancora in carcere. Quella donna era stata la compagna del padre negli anni della clandestinità e si era costituita negli anni 90 per scagionare il vecchio amore della sua vita dalle accuse più gravi. Il problema è però convincere la ragazza, occorre raccontarle quegli anni lontani, di cui non sa nulla, e il padre da solo non può farcela. Così, a turno, ognuno s’incarica di ricostruire un pezzo della storia per Isabel, via mail, e – ecco il vero colpo di genio dell’autore – all’opera non ci si mettono solo i vecchi filibustieri degli anni ’70: nel Comitato infatti sono entrati anche cittadini americani che all’epoca stavano dall’altra parte, repubblicani e perfino ex agenti della FBI, che avevano partecipato alla guerra sporca ingaggiata da J. Edgar Hoover contro la sinistra americana attraverso le attività del Cointelpro, e che negli anni hanno avuto modo di riflettere sui torti e le ragioni di quella stagione di lotte furibonde.

 

Bisognava aiutarla a capire, spiegarle il contesto, perché a un adolescente del nostro tempo che frequenta ottime scuole private nella vecchia Inghilterra non basta – per capire davvero – leggere via mail queste parole del padre: “è stato il nostro sogno più bello. Che fosse possibile fermare quei figli di puttana. Che la macchina della guerra si potesse spegnere. Che i diritti veri delle persone potessero venire prima dei soldi. Che l’ecologia potesse venire prima delle multinazionali. E’ stato il nostro sogno più bello in assoluto, e ci ha messo insieme a tutte le altre persone al mondo che hanno fatto lo stesso sogno … e se è fallito, non doveva andare per forza così “.

 

Belle parole, ma da sole non potevano bastare, era necessario costruire un concerto di voci, cui partecipassero anche quelli che l’avevano pensata in un altro modo, e i loro figli, che avrebbero trovato accenti più familiari alla sensibilità di una diciassettenne. Solo così, intrecciando tutte quelle voci, si poteva sperare di farle capire l’assurdità di un padre che da giovane aveva messo bombe al Pentagono e dei suoi amici che nei decenni della clandestinità avevano smerciato per mantenersi quintali di marijuana prodotta dalla Fratellanza dell’Amore Eterno, il cui padrino, Timothy Leary, avevano aiutato ad evadere dalla prigione californiana …

 

 

Adesso torniamo alla domanda con cui abbiamo iniziato, cerchiamo di comprenderla nelle implicazioni più imbarazzanti. Per metterci nei panni di quei genitori non è necessario aver militato nelle organizzazioni terroristiche di casa nostra, e lo dico così, en passant, tanto per prendere le dovute distanze dai reduci dei Weathermen di cui sopra.

 

Prendiamo ad esempio la questione della legalità, diventata ormai materia di studio in molte scuole italiane. Tua figlia fa delle ricerche di gruppo sul tema e una sera ti chiede: papà, ma davvero in quegli anni i dischi e i libri si rubavano come le caramelle? e si entrava ai concerti senza pagare? e in piazza si facevano manifestazioni non autorizzate dove spesso si andava a botte con la polizia?

 

 

E ancora: un figlio meno studioso e più interessato al côté edonistico della vita se ne potrebbe uscire con domande davvero seccanti sulla promiscuità sessuale di cui ha letto in un vecchio romanzo degli anni ‘70 o sulla diffusione delle droghe allucinogene: papà, hai presente quei funghetti strani a forma di spermatozoo che d’estate crescono nei pascoli su dal nonno? il padre di un mio amico mi ha raccontato che da giovane li scioglieva nel tè, sai, si faceva certi viaggi … Oppure ci potrebbe capitare la figlia specializzanda in malattie infettive che scopre l’altissima incidenza fra gli over 50 della regione Lombardia di individui positivi al virus dell’epatite C: scusa, papà, mi puoi spiegare cosa diavolo combinavate in quegli anni? E mi vengono i brividi a pensare ad un figlio impegnato in una ricerca sugli anni di piombo cui sia toccato approfondire il capitolo violenza: sai papà, ho trovato su internet un sito sulla chiave inglese del 36, per caso ti ricordi come facevano a nasconderla i tuoi vecchi compagni sotto i giacconi?

 

So già cosa starete pensando. Che la sincerità non è sempre la strada più indicata, che soprattutto in certi casi un po’ di sano buonsenso… In fondo non è che proprio tutte le domande dei figli meritano una risposta. Alla fine anche il silenzio, a volte… D’accordo su tutto. E’ stato Tzvetan Todorov a metterci in guardia contro gli abusi della memoria. E’ stato leggendo i suoi libri che abbiamo imparato che in certi condizioni si matura perfino una qualche forma di diritto all’oblio. Anche Le Goff ci ricorda che "il passato deve servire al presente e non alla ricostruzione di se stesso". Ma non è di questo che qui si tratta. E questo articolo è stato scritto a partire dall’ipotesi esattamente opposta, secondo la quale il silenzio – di fronte a certe domande dei figli – non può essere sempre la regola giusta.

 

Ci si dovesse mai trovare in una situazione davvero grave, non dico paragonabile a quella dell’avvocato Jim Grant del romanzo, ma insomma, dovesse un giorno il passato tornare ad artigliarci con le sue unghiacce schifose, sotto gli occhi dei nostri figli per giunta, beh, lasciatemi dire che mi rassicurerebbe molto la notizia che un gruppo di vecchi amici ha costituito una specie di comitato: niente di speciale, giusto per darsi il tempo di spiegare ai nostri figli che, sì, c’era in giro una certa irresponsabilità in quegli anni, ma in fondo non eravamo così cattivi …
 

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