Appunti sull’umanizzazione della monnezza futura

È sabato 25 giugno e stiamo scendendo verso piazza Carlo III. Sono le nove di mattina, e io e Francesco ci aspettiamo di vedere il disastro ecologico annunciato da tutti i media con le stesse parole e le stesse immagini fino a stamattina: una città sepolta nei rifiuti.

Tutta questa zona, dalla Doganella in giù e fin dentro la città vecchia, è sempre quella più colpita dalla spazzatura, forse perché i politici sanno bene che qui non siamo a Mergellina, dove le troupe televisive sostano a prendere l’aperitivo al Gambrinus e vanno a mangiare i vermicelli a vongole nei ristoranti del Borgo Marinaro: e quindi è l’ultima parte di città che i politici decidono di far ripulire e, in realtà, pulita non lo è mai del tutto.

 

Guardiamo, giriamo, percorriamo corso Garibaldi, svoltiamo per porta Capuana, saliamo per Vico lungo a Carbonara, nel cuore del cuore della città plebea, ma invano. Il disastro che siamo venuti a vedere e a interpretare non c’è. A quel che sembra, e secondo il responso dei nostri occhi, la raccolta straordinaria ventiquattr’ore su ventiquattro annunciata ieri dalla nuova amministrazione è stata fatta. Almeno qui, dove noi ci aggiriamo con l’aiuto degli occhi e dei sensi e senza telecamere, il disastro non c’è. Ma da bravi antropologi della contemporaneità, sospettiamo di noi stessi, e ci guardiamo di sottecchi: siamo forse troppo a favore degli indigeni? Il nostro sguardo è viziato da un’ideologia fantasma? Vediamo quello che vogliamo vedere e che è già disegnato dalle nostre aspettative? Siamo talmente desiderosi di essere scientifici e oggettivi che salutiamo alcuni grandi mucchi di immondizia con un sorriso quasi felice, o quanto meno con un senso di riconoscimento: eccola, finalmente, la monnezza c’è! Ma dopo un poco dobbiamo confessare che è una monnezza deludente, un reperto poco chiaro: infatti questi cumuli non se ne stanno sparsi per strada, bruciati, innalzati in barricate, ma sono stati ordinati in attesa degli spalatori.

 

A Vico lungo a Carbonara, in uno slargo della città popolare, ci compare davanti la chiesa dei Santi Apostoli: decidiamo di entrare. Non sappiamo nemmeno noi perché lo facciamo, le chiese del Settecento non rientrano nel nostro giro antropologico nel mondo-monnezza, ma entriamo lo stesso. Né io né Francesco abbiamo mai visto i Santi Apostoli, anche se la cosa sembra incredibile a noi stessi, che ci riteniamo molto versati nei luoghi dell’arte di questa città greca, romana, cristiana, bizantina, sveva, normanna, angioina, aragonese, castigliana, asburgica, rivoluzionaria, murattiana, borbonica.

In realtà speravamo che la chiesa del Settecento fosse circondata da barriere di sporco, che il palazzo a pochi passi dove sono custodite le Opere della Misericordia di Caravaggio fosse brulicante di ratti, e che i vicoli ancora medievali alle spalle dei Santi Apostoli fossero intasati dal caos: ma restiamo delusi.

 

Dentro, la chiesa ci sopraffà. È illuminata dalla luce naturale, con ampie finestroni e lanterne nelle cupole di ogni cappella: il disegno è così elegante e razionale che sembra alleggerire l’architettura imponente e farla levitare, l’abbondanza di luce esterna rende lievi le linee e le colonne portanti, dando alla Chiesa dei Santi Apostoli l’aria di un salone in cui si darà una festa. Ma nel disegno limpido della struttura il barocco ha proliferato, come la foresta tropicale nelle città dei bianchi: stucchi da appartamenti di damine con nèi e cicisbei, fregi e arabeschi dorati che si levano floreali a regalare un anticipo di Paradiso a credenti e a non credenti, nella cupola gli affreschi di Lanfranco che vorticano in preda all’ebbrezza della danza, lo sfarzo del cardinale Filomarino trasferito dalle sue pose mondane fin dentro gli affreschi intrecciati nell’oro della navata centrale,un numero enorme di quadri di Luca Giordano lasciati nelle cappelle senza essere restaurati, con la grazia che hanno le ricchezze vere, lievemente appannate dal Tempo che passa e prive della brillantezza facile dei soldi dei parvenu: per vedere le forme che il Tempo ha velato, non basta guardare, bisogna educarsi a vedere. Non c’è nessuno, nella Chiesa, e l’incanto è acuto: fino al soffocamento. La Bellezza, quando arriva imprevedibile alle spalle, è sempre pericolosa.

 

In preda ad una sorta di vertigine esco e mi siedo sulle scale di pietra lavica corrosa, brevi scalini che si ritorcono come rami vezzosi, e guardo lo spazzino che toglie piccole cartacce, oggetti imprecisati, minime immondizie e le mette nel suo carrello. Sembra un pensionato, e lavora con affetto e lentezza. Francesco mi raggiunge, e fissiamo affascinati la tuta arancione dell’operatore ecologico. Questa sua presenza non rientra nei nostri testi sugli indigeni, è strana e incongrua, o così ci sembra. Poi, come un pensiero molesto, si affaccia un dubbio: e se fossero le nozioni dei nostri testi a essere arretrate e incongrue? Giriamo ancora a piedi per i vicoli, sulle scalinate di piperno, dentro budelli che sembrano usciti dal Decameron, e siamo di nuovo delusi: il caos non c’è, il disastro ecologico non c’è. Siamo pazzi noi? Non vediamo bene? O c’è qualcosa di pazzo che ha intaccato il sistema dei media?

 

Dopo qualche telefonata ad amici, e qualche piccolo sforzo, ci rendiamo conto che quello che avevamo pensato era esatto: la raccolta straordinaria, durata tutta la notte, ha proceduto a settori. La città sta lavorando a ripulirsi. E la plebe, qui dove vediamo le cose con i nostri occhi e i nostri sensi, ha collaborato con l’amministrazione. Nessuno è stato così stupido e plebeo da incendiare la monnezza fuori al suo palazzo. Nessuno ha sventrato sacchetti sulle vie che percorre per tornare a casa. Nessuno ha lanciato sacchetti per impedire ai propri bambini di andare a scuola. E comincia a sembrarci bizzarro che proprio dalle parti di Mergellina, dove stazionano gli uomini dei media, si sia inscenato il teatro degli incendi e della monnezza per strada. Mentre torniamo con i finestrini aperti perché l’aria climatizzata puzza di sepolcro, ci arrivano a tratti, da via Foria, zaffate di puzza dai mucchi di immondizia che stanno allineati a ampie distanze regolari tra loro in attesa di essere portati via.

Il tempo è bello, e la città è immersa nella stupefacente quiete che la prende il sabato mattina. Si risveglierà più tardi, Napoli.

 

 

 

Ciò che abbiamo visto con i nostri occhi sabato 25 giugno 2011 ci ha dato un’idea diversa di quella che ci eravamo fatti guardando distratti la televisione. I dati forniti dalla nuova amministrazione della città, che parlavano di più di un quarto di immondizia tolta dalle strade in circa ventiquattr’ore, arriveranno in televisione solo in serata, ma saranno ancora accompagnati dalle immagini infere degli incendi appiccati: incendi propagati, secondo la nuova amministrazione di Napoli, da persone evidentemente interessate a creare il caos. Ma le immagini, già di repertorio, che le televisioni, anche le meno asservite, manderanno nella giornata di sabato 25, e poi ancora in quella di domenica 26, non corrispondono con esattezza alla realtà trovata da noi sul campo: sono pezzi ingigantiti del corpo della realtà, e, esattamente come i pezzi ingigantiti del corpo umano falsificato dalla pornografia, non servono né alla conoscenza oggettiva né al godimento libero, ma solo all’eccitazione immediata del pubblico. Un’eccitazione rapida, fatta di violente scariche e contraccolpi immediati, un’eccitazione da impotenti.

 

 

I media sono lenti? O mentono? Non è importante, se si osserva questo fatto attraverso un’antropologia dei media. La lentezza e l’incompletezza sono forme della menzogna. Non c’è solo la menzogna volontaria, ma anche quella passiva, inconscia e incosciente. Il mediatico ha le strutture della falsificazione dentro la sua stessa forma: l’attimo che esso serve nel rito sacrificale della notizia fresca è vittimario nei confronti della verità, perché è fermo nell’eccitazione del cane di Pavlov e non collega l’attimo di ora con l’attimo di prima e con quello di dopo.

 

 

A due osservatori non particolarmente attenti, che hanno camminato a Napoli per qualche ora di sabato 25 giugno, si è rivelato che c’è un buco nero nei media e nella cosiddetta informazione: ma che forse è un buco nero non tecnico o politico, ma culturale. Il buco rivela una cultura dell’approssimazione che è l’altra faccia del sistema stimolo-risposta da cani di Pavlov che oggi tiene tutti in ostaggio, da Facebook alla televisione, dal bambino obeso all’Europa Unita, dal Parlamento al tizio che violenta la fidanzata che non lo vuole più e uccide lei e il fratello.

 

 

La cultura, anche nel momento attuale di distruzione del nesso passato-presente che ne è l’essenza, spiega le vite e le svela nonostante le vite non vogliano essere spiegate e svelate, e spiega l’oscurità di chi crede di rifiutare ogni cultura per essere originale e non fa che rinchiudersi in una scheggia dello specchio di massa, in genere una scheggia di cattiva qualità: una scheggia di specchio cieca e narcisistica. La nostra cosiddetta cultura, quella che ci fa discutere di monnezza a Napoli senza ragionare e senza vera passione, è la cultura della menzogna nata dalla pulsione da cani di Pavlov a cui siamo sottoposti: stimolo-risposta, fai in fretta perché se no sei perduto, la vita è una lotta eccetera eccetera. Quindi la sola via per mutare questo meccanismo è non fare in fretta, prendersi tempo, il tempo giusto per pensare e vedere: il tempo giusto è il tempo della verità.

 

 

L’inquinamento della conoscenza minima, quella dei cosiddetti “fatti”, a Napoli o a Milano o dovunque, è molto grande. Agisce già in profondità: è la monnezza che sta nelle teste, nelle vecchissime culture di scarto che ci vengono offerte nell’Italietta paranoica come nuove, sotto forma per esempio di liberismo e liberalismo, entrambe in realtà formule vuote e, soprattutto, superate in un mondo della connessione di tutti con tutti: come vecchia e defunta è l’idea stessa di nuovo sbandierata dalla cultura della violenza economica dominante: tutti scarti di una monnezza metafisica non riciclabile, rifiuti tossici da trattare con la massima cautela, smontandoli e rendendoli innocui. Questi rifiuti sono relitti arcaici della Modernità tradita, non più pronunciabili in un’epoca che è stata devastata dal loro essere presi alla lettera. Non bisogna prendere alla lettera nulla, se non la poesia.

 

 

La monnezza reale diventa menzogna mediatica, la menzogna mediatica diventa monnezza politica, la monnezza politica diventa menzogna inconscia, la menzogna inconscia diventa monnezza metafisica, la monnezza metafisica si ritrasforma in monnezza materiale e poi tutto da capo secondo ogni possibile metamorfosi, in un intreccio che è necessario rompere se si vuole che la vita sia vita e non la lenta morte che viviamo e la morte veloce che stiamo destinando a coloro che verranno dopo, quei figli a cui votiamo un culto bambinocentrico che somiglia all’ebbrezza che gli Aztechi provocavano alle vittime perché dimenticassero di essere vittime. Come si fa a spezzare i circoli viziosi in cui l’azione si incatena alla reazione secondo la legge della ripetizione ottusa? È così semplice da essere terribile: si guarda per vedere le cose come sono, si pensano e si dicono le cose come sono e si modifica il proprio pensiero secondo la reale consistenza di ciò che esiste. Ma noi siamo ancora nella condizione descritta da Flaiano quarant’anni fa, quando commentando una frase di Samuel Butler che affermava di tollerare la menzogna e di detestare l’inesattezza, chiosava di sentirsi come uno che detesta l’inesattezza ma è stato sopraffatto dalla menzogna. L’esattezza nelle cose della realtà e dell’anima predicata nell’Uomo senza qualità non è più un frou-frou da raffinati nostalgici della gaia apocalisse, ma è una necessità per tutti quelli che vorrebbero scampare a una monnezza senza gaiezza e senza nemmeno il mondo nuovo promesso dalle Apocalissi vere.

 

 

Vedere le cose come sono non vuol dire vedere la realtà a pezzi: questo spezzatino è la pornografia di cui si nutrono i media. Vedere la realtà significa accettare l’oscuro e lo sporco come l’altra faccia del pulito e del luminoso: significa annettere alle zone bonificate della mente altre zone, paludose e immonde, per integrarle nella bonifica. Vedere davvero la monnezza significherebbe non avere più paura dell’oscuro che c’è in noi, e sarebbe il contrario della menzogna. Non si illuda il virtuoso Nord che questa bonifica tocchi solo al pervertito Sud, e di poter fare a meno di questo riconoscimento, né creda di essere salvo da catastrofi, ecologiche o sociali o interiori che siano: la Storia, e persino la cronaca, mostrano che non è così, e che la monnezza mentale e politica generata dal virtuoso Nord è altrettanto devastante della monnezza reale del vizioso Sud: e forse esse sono in corrispondenza tra loro, o corrono il rischio di esserlo. La Val di Susa è a Nord, dove l’aria è pulita e la monnezza materiale la raccolgono puntuali: ma i circoli viziosi della violenza e dell’economia sono ubiqui e transnazionali, come il capitalismo.

 

 

A Napoli la monnezza non solo materiale, ma anche metafisica, politica e mediatica è stata vista? È stata davvero sentita? Nella visione dell’eterno ritorno dell’immondo il riconoscimento della realtà che combacia con la verità è avvenuto o sta avvenendo nelle teste e nei corpi dei napoletani? Se sì, e se la violenza politica generata dalla menzogna di un impero in decadenza non gli interdirà i mezzi, allora il piano per i rifiuti della nuova amministrazione di Napoli funzionerà. La città si libererà dei rifiuti reali se sarà libera dall’inquinamento mentale. Se invece vorrà, come i suoi vecchi e malefici cantori in giacchetta a quadrillé, ancora pazziare con le belle giornate e le cartoline d’antan, allora sarà perduta: anche il piacere è un diritto, non una pazziella. E per quel che riguarda le credulamente beate non-Napoli? Vale per loro la stessa legge: le strutture funzionanti delle non-Napoli si reggono su una virtù passata, vanno avanti per inerzia, vivono di rendita: se non subentra all’inerzia una virtù nuova e reale, presto le strutture dell’efficienza saranno carogne e carcasse di una civiltà morta in tutto l’Occidente.

 

 

Non è facile avere rapporti con i rifiuti, le escrezioni, l’immondo. Le “mamme vesuviane”, le donne di Chiaiano che hanno detto no all’immondizia sotto i tappeti delle loro case, sono state esemplari nell’opporsi con la non-violenza al concetto di legge di guerra che voleva usare le loro vite come discariche. Sono riuscite a farlo non perché avevano studiato sacri testi di tattica e trattati sui rifiuti, ma per il fatto che sono le donne a fare i figli e la raccolta differenziata, e le donne non provano né schifo né vergogna ad avere a che fare con l’immondo: sanno che esso è l’ombra del puro. Imparare da loro sarebbe la sola via di uscita da una cultura maschilista persino nelle sue tortuosità interiori, e sempre nella sua violenza ideologica. Imparare cosa? Imparare a riconoscere negli scarti ciò che saremo tra poco, senza per questo trattare gli altri da scarti. Imparare che l’ideologia occidentale degli ultimi trent’anni è un fallimento, e sta devastando tutta la terra. Imparare che la buccia marcia da riciclare vale quanto tutte le metafisiche del mondo, e che senza comunione con lo scarto non c’è speranza. Imparare che bisogna portare i corpi in strada, se si vuole davvero essere liberi. Si può riciclare la Storia? Non è facile avere rapporti umani con i rifiuti, ma è necessario.

 

 

La legge che regolerà le sorti dell’immondizia futura non potrà che essere quella secondo cui bisogna riaccogliere in unità ciò che è stato spezzato, riprendersi ciò che è stato escreto per dargli una nuova forma, ritrovare la prossimità all’immondo che è l’altra faccia del puro e del pulito, in un ciclo che risale alle origini dell’agricoltura e quindi della civiltà come la intendiamo forse ancora oggi. Bisognerà attuare ciò che Savinio scriveva nel 1944: portare l’amore cristiano non più solo agli uomini, ma agli animali, alle piante, ai minerali, alle briciole, agli scarti. L’avvicinamento dei corpi e delle menti alla monnezza futura imporrà di ripensare anche la forma in cui l’uomo si scontra con gli altri uomini nell’invidia imitativa che è il segno dell’epoca, il modo in cui potrà essere possibile raddrizzare ciò che è stato distorto e ricomporre ciò che è stato spezzato. Senza una comprensione e una umanizzazione della monnezza e delle sue metamorfosi, e senza la fine della vergogna di essere unici che chiude oggi l’individuo nella sua cella ammobiliata e lo spinge a odiare l’inquilino della cella accanto, in futuro non ci sarà certo il problema della spazzatura a Napoli o a non-Napoli: senza questo mutamento semplicemente non ci sarà un futuro degno di essere vissuto.

 

 

I poeti cercano l’esattezza, e chiedono l’attenzione che salva. I politici cercano la menzogna, e chiedono la disattenzione che perde. Bisogna decidere cosa conta per la vita.

 

 

 

 

 

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