Art Basel 42 (e dintorni)

Come raccontare una fiera? La domanda torna frequentemente nei giorni di Art Basel. Gli analisti del mercato dell’arte incalzano con domande sull’andamento delle vendite e si sforzano di prevedere l’ascesa meteorica delle quotazioni di giovani stelle come Fujiwara o Kassay. Ma questo non è il mio punto di vista. Come evitare un’arida lista di nomi? Non pochi, tra quanti attendono indicazioni di indirizzo o mutamenti di scena, quest’anno si dichiarano delusi: scelte prudenti e prevedibili, orientate a artisti di solida reputazione e certo mercato.

 

Se scorriamo i nomi degli artisti presentati a Art Unlimited, ci imbattiamo in effetti in una processione di ritornanti: ha senso qualificarsi attraverso l’ennesima versione (in acciaio) delle sculture-pavimento di Carl Andre, igloo postumi di Mario Merz, installazioni a strisce di Buren, neon di Flavin, proiezioni luminose di Turrell, serigrafie di Rauschenberg lunghe quanto l’equatore?

Sappiamo che Untitled (Sculptural Study) di Sandback, opera del 1982 e riedita oggi dalle gallerie Verna (Zurigo) e David Zwirner (New York), è acquistata da Budi Thek per l’ambizioso museo che il collezionista sino-indonesiano e industriale della carne ha attualmente in costruzione a Shangai.

 

È evidente che parte delle gallerie propongono pezzi storici e logori blockbuster per collezionisti pubblici o privati provenienti dai mercati emergenti, in cerca di opere istituzionali. Formidabili le concessioni al gusto crasso, soprattutto nella scultura: colpiscono, da L&M, i culturistici Adamo ed Eva di Liza Lou, in perle dorate (Damned, 2003-2004). “Il collasso dei mercati spinge i collezionisti a considerare le cose in modo differente”, spiega adamantina Sarah Watson, direttore artistico della galleria, mentre tre piccole ceramiche sacre di Fontana sono appese giusto a lato dei colossi, perdute negli inferi del mercato secondario. “Le acquisizioni sono stati intelligenti, vibranti e ispirate. Forse la migliore Art Basel di sempre”, assicura il sacerdotale Iwan Wirth, co-proprietario di Hauser & Wirth. Forse vale la pena passare subito alle opere che rimangono nella memoria individuale, segnalare gli hits dell’edizione 2011 e provarsi a rintracciare un’agenda.

 

 

Exit Strategies

 

Tra gli stand fieristici e la rassegna Art Unlimited si moltiplicano i momenti di ironia, beffa e sospensione dell’assenso. Monk accoglie i visitatori con un abrasivo trittico in oro dedicato al sistema dell’arte. Wallinger si fa beffe del kitsch auratico incoraggiato dai nuovi collezionisti in cerca di status con beffarde nature morte in stile simil-secentesco e un’installazione fotografica, The Unconscious, che mostra persone comuni sprofondate nel più prosaico dei sonni. Erik Lieshout dichiara il proprio disgusto con il megafono, issando alle pareti del suo stand scritte come “Real Luxury is Buying Nothing”.

 

 

 Schütte dispone invece una serie di stampe a parete recanti la stessa immagine in differenti colori, la grafica di una figura umana, e piccole bare impilate l’una sull’altra al centro della stanza: le bare sembrano attendere le figure. L’installazione, presentata una prima volta già nel 1992, oscilla ambiguamente tra allegoria dell’arte (la “forma” come “morte”) e cruda descrizione del sistema.

 

 

Appare sontuosa e narcisistica l’installazione di Tiravanija, attraversata come da un’acuminata malinconia. Pagine di passaporto, visti, permessi di soggiorno dell’artista girovago e cosmopolita sono trasposti su lastre di acciaio cromato e esibiti in una vetrina foderata di feltro color porpora. Il tema del doppio si intreccia al motivo del viaggio e il titolo dell’installazione, Passport to the Underworld, allude al segreto luttuoso aleggiante nello stand tenuto in penombra. Nel riflettere il proprio volto nelle lastre incise, i visitatori sono chiamati a confrontarsi con l’enigma del nome o le finzioni anagrafiche e sociali.

 

 

In catalogo Tiravanija cita L’Afrique fantôme, celebre testo di Michel Leiris (1934), e il riferimento a un luogo classico della costruzione modernista dell’esotico e dell’etnografico è singolare. “Stanco della sua vita a New York”, questo il passaggio di Leiris modificato e adattato autobiograficamente da Tiravanija, “l’artista salpa per una spedizione spirituale che attraversi il pianeta: considera il viaggio un’avventura poetica, un metodo di conoscenza concreta, un rito, una maniera simbolica di arrestare l’invecchiamento, di negare il tempo fendendo lo spazio. Che cosa troverà? Qualche avventura, una ricerca subito eccitante ma che presto si rivela troppo inumana per appagare, un’acuita ossessione erotica, un vuoto emotivo di proporzioni crescenti. Al termine del viaggio anela al ritorno, a dispetto del suo rifiuto delle persone civilizzate e della vita nelle grandi città”.

 

 

 

Archivi, cronache, storiografie

 

Tra i cultori dell’archivio spiccano Joachim Koester, Matt Leiderstam, Matthew Buckingham e Goshka Macuga. Koester presenta una serie fotografica dedicata a elementi di vernacolo architettonico nordico. Leiderstam disegna un intero stand proponendo una sorta di retrospettiva con tutti i suoi lavori, inclusa la vetrina con libri, fotografie di chinoiseries contemporanee e materiale documentario dedicata all’attività di Osvald Sirén (1879-1966), tra i primi storici dell’arte a occuparsi dei rapporti tra Europa e Cina nel diciassettesimo secolo (Storyline (seen from here), 2008).

 

 

Buckingham trae spunto da un piccolo quadro conservato al Kunstmuseum di Basilea, l’autoritratto di Caterina van Hemessen al cavalletto (1548). L’installazione Caterina van Hemessen is Twenty Years Old (2009) sollecita l’osservatore a interrogare il quadro da punti di vista storici, sociali e di gender. L’artista crea un gabinetto di specchi e dissemina di brevi momenti saggistici una sala tenuta nella completa oscurità. Oggetto della ricostruzione è meno la persona storica Caterina van Hemessen che non la sua immaginazione di sé: il modo cioè in cui Caterina, figlia di un pittore e pittrice essa stessa, formula la propria identità attraverso codici figurativi riconoscibili dai contemporanei.

 

 

Macuga si muove sulla soglia tra arte e informazione, estetica e politica. Il grande arazzo in bianco e nero presentato a Art Unlimited, Lost Forty, trae spunto da una ricerca storica e da interessi paesaggistici e storico-ambientali. Dedicato a un lembo di foresta primaria sopravvissuto nel Minnesota settentrionale, ritrae figure storicamente associate alla foresta e alla sua deforestazione o artisti chiamati in scena come testimoni d’eccezione della causa ecologista, ad esempio Beuys.

 

 

In fiera una seconda opera di Macuga: Colin Powell(2009) ritrae in bronzo l’ex militare e politico americano mentre espone all’assemblea generale delle Nazioni Unite la presunta prova del possesso, da parte di Saddam Hussein, di armi chimiche di distruzione di massa (Andrew Kreps Gallery).

 

 

Sul tema dei rapporti tra arte e informazione anche Just out of time di Gillick (1998), in mostra da Maureen Paley: asciutta e assertiva, l’installazione (con quotidiani di oggi) appare più efficace dei tanti (troppi) grafici e “scenari” in 3D realizzati dall’artista in anni recenti. Con Disidencia infine (2008-2010), Cuevas edita il proprio archivio filmico dedicato ai momenti pubblici e privati di protesta antiliberista in Messico.

 

 

Less is more: Art Statements, Liste, Kunsthalle

 

Se passiamo alla sezione più giovane di Art Basel, Art Statements, e soprattutto a Liste, decisamente più interessante, appare confermato il recente orientamento a installazioni lievi e frammentarie, dalle apparenze aleatorie, destrutturate, disseminate a terra e con occasionali incursioni a parete. Piccoli assemblaggi instabili e provvisori configurano un percorso, una narrazione, evocati solo per tracce, indizi, segnavia. Accade come se si aprissero cantieri individuali e studi d’artista, si rendessero pubblici un teatro di intenzioni o la scena (indirettamente metafisica) di un fervore preliminare più interessato al processo che al risultato finale.

 

 

Righe, squadre, blocchi di materia inerte, sagome di metallo, fugaci infatuazioni di pittura, disegni, fogli accartocciati, neon, grani di polline: sorta di schizzi progettuali in 3D, le proposte più interessanti rinviano a un formalismo neodada gradevole e precoce, deliberatamente sospeso tra “personale” e “politico” (con Navid Nuur in evidenza; e consideriamo pure la sediziosa collettiva How to Work (More for) Less, alla Kunsthalle).

 

 

Liudvikas Buklys presenta disegni-sculture che sembrano giocare alla sparizione e reinterpretare stanzette metafisiche di Klee: suo è il primato nella competizione per lo stand più dematerializzato (Tulips and Roses, Bruxelles, Liste).

 

 

 Lydia Gifford interpreta il compito con rigore monocromo, in ostinata polemica contro l’arte opulenta della fiera maggiore (Laura Bartlett, Londra; Art Statements): iniziata nello studio dell’artista e terminata direttamente nello stand basileese, l’installazione gioca a negare differenza tra studio e galleria, opera e progetto, abbozzo o schizzo.

 

 

Affiora una qualche preoccupazione di ortodossia international style: ha buon gioco il duo di Pennacchio Argentato, presentato da t293, a farsi beffe dell’accademia neopurista desacralizzando e “contraffacendo” (Napoli; Liste).

 

 

Gaiamente citazionista è anche Nick Evans, con un’installazione che riduce a giocose suppellettili un intero catalogo di morfologie moderniste (Mary Mary, Glasgow; Liste).

 

 

Lo stand che più avvince, sempre a Liste, è forse quello di Lautom (Oslo), con opere di Anne Mette Hol, Toril Johannessen, Kristin Nordhøy: ironia e riservatezza, sottrazione e balzo fantastico cooperano per una misura di non convenzionale eleganza.

 

 

Immagini:

1. Jonathan Monk, This Painting Should Be Installed...., 2011, Nicolai Wallner, Copenhagen

2. Thomas Schütte, Untitled, 1992, Tucci Russo, Torre Pellice (Torino), Art Unlimited

3. Rirkrit Tiravanija, Untitled (Passport to the Underworld), 2011, Gavin Brown's enterprise, New York, Art Unlimited

4. Matt Leiderstam, Storyline (Seen from here), 2008, Andréhn-Schiptjenko, Stoccolma

5. Matthew Buckingham, Caterina van Hemessen is Twenty Years Old, 2009, Konrad Fischer, Düsseldorf, Murray Guy, New York, Art Unlimited

6. Goshka Macuga, Lost Forty, 2011, arazzo, Andrew Kreps, New York, Art Untitled

7. Goshka Macuga, Colin Powell, 2009, Andrew Kreps, New York

8. Liam Gillick, Just Out of Time, 1998, Maureen Paley, Londra

9. Navid Nuur, Untitled, 2011, Martin van Zomeren, Amsterdam, Liste (ceramica, mp3 con altoparlante interno, brani tratti da Stephen Hawking, A Brief History of Time, 1988)

10. How to Work (More for) Less, Basilea, Kunsthalle, 12.06|21.08.2011, veduta dell’esposizione.

Da sinistra a destra: Pamela Rosenkranz, Death of Yves Klein, 2011, video; Juliette Blightman, Prelude to an Afternoon, 2011, installazione; Tania Perez Cordova, Held Shade (Things Come In and Out of Frame), 2011

11. Liudvikas Buklys, stand monografico, 2011, Tulips and Roses, Bruxelles, Liste

12. Lydia Gifford, Grounding Series, 2011, Laura Bartlett, Londra, Art Statements

13. Pennacchio Argentato, s.t., 2011, t293, Napoli, Liste

14. Nick Evans, s.t., 2011, Mary Mary, Glasgow, Liste

15. Toril Johannessen, Expansion in Finance and Physics, 2010, part.; Ane Mette Hol, s.t., 2011; Kristin Nordhøy, Transparent Wall, 2010, Lautom, Oslo, Liste

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