Così è (se vi pare). Forconi frittate e day after a Siracusa

Le cinque giornate dei forconi, con il blocco degli snodi autostradali e la paralisi fisica e cognitiva della Sicilia, forse sono state l’inizio di una stagione di proteste e disordini, o forse finiranno nel nulla. Ma se dare sfoggio di virtù profetiche è spesso esercizio ozioso, mentre le ore passavano, le notizie latitavano e la benzina finiva, noi plebei-chic inoccupati e figli di papà siamo stati costretti a passeggiare e a esercitare l’arte del pensiero in una forma diversa del solito “vaffa” contro un suv scelto a caso.

 

A quanto pare, per lo meno dalle mie parti, esistono una protesta di destra e una protesta di sinistra che fanno a testate. E se durante le cinque giornate siracusane si sono visti i cartelloni “Contro il malgoverno Monti”, nessuno ha mai letto o sentito slogan “Contro il malgoverno Berlusconi” durante il regno incontrastato del partito delle libertà. Due squadre irriducibili non parlano tra di loro: gli intellettuali salottieri guardano con sospetto i padroncini e lavoratori plebei, rei di aver creduto per vent’anni alle parole del ringmaster. E internet amplifica questa distanza. Le due fazioni fanno a gara per scoprire se ci sia un complotto della mafia e della Spectre (gli anemici snob) o se ci sia un complotto pluto-massonico per delegittimare la protesta (i vigorosi forconi).

 

 

Di pari passo con il raggelante silenzio dei media all’inizio della protesta (eravamo tutti “in crociera”), internet è diventata al contrario un’arena che inneggiava alla rivoluzione. Su tutti, a parlare di rivoluzione erano spesso siciliani emigrati all’estero, in padania o altrove non fa differenza; un moto dell’animo dettato forse da una profonda voglia di rivalsa. Offesi per cotanta irruenza, i siciliani residenti si affrettavano a correggere gli esuli con una pioggia di post tra il saccente e il risentito: ma quale rivoluzione e rivoluzione, si tratta dei soliti mafiosetti in odor di destra estrema che cavalcano il malcontento eccetera. E venivano subito rintuzzati con egual spocchia dai residenti rivoluzionari in assetto permanente. Per una squadra era scontato che i media dominati dall’intellighenzia di sinistra stessero manipolando le informazioni per mantenere lo status quo. Gli altri facevano un veloce ripasso di Freud allorché, con un lapsus di valore europeo, su una pagina web all’apparenza legata ai forconi campeggiava, inequivocabile, la parola camerata.

C’è di che confondersi, ne converrete.

 

 

Una vera e propria paralisi cognitiva ci ha lasciati in panne. La sinistra siciliana ha risposto flebile, dall’oltretomba in cui giace da tempo. La nutrita schiera destrorsa e financo indipendentista ha invece cercato in parte di inserirsi nel coro e in parte di sfuggirvi, arrapata com’era dall’imprevedibile spinta elettorale assicurata dai forconi e terrorizzata dall’idea di essere menata da quegli stessi imprevedibili forconi. Seppure i manifestanti spergiurassero di essere tutti quanti epigoni solo un po’ più alla buona dei figli dei fiori, già il fatto che avessero bloccato cibo e altre merci, ma che non avessero battuto ciglio di fronte ad alcuni musicisti indie-rock-hype alternativi in tournée, era sembrato a qualche osservatore un chiaro indizio di raffinata violenza psicologica, se non altro.

 

“Tutto si sta svolgendo in pace, d’amore e d’accordo”, hanno continuato a dire alcuni testimoni, per giorni. E perché non credere alla loro evidente buona fede? Alla loro sana e civile incazzatura contro questo Stato che ci ha lasciati, a noi siciliani, poveri e pazzi? Su questo non ci piove, è un dato di fatto, in Sicilia non abbiamo nemmeno i treni, per dirne una. Però, cosa pensare di altre persone altrettanto arrabbiate, deluse, quei negozianti che hanno dichiarato di essere stati minacciati? Perché avrebbero dovuto mentire, sono spie sovietiche addestrate a Cuba o in Venezuela? E questa tecnica dell’intimidazione, senza troppi giri di parole, non è forse una tecnica mafiosa? Ebbene, non lo è secondo la voce viva del web, e non lo è secondo quella miriade di troll esaltati che bevono birra scadente, sognano bottiglie molotov e a chi lamenta violenze e intimidazioni oppone l’argomento “non si può fare una frittata senza rompere le uova”. Ma le frittate hanno bisogno di qualcuno che le voglia mangiare, altrimenti poi vanno a male, altrimenti poi dobbiamo buttarle e ci pentiamo pure di averle rotte, le uova.

 

 

Dov’erano allora gli abitanti di questa radiosa Siracusa, perla del mediterraneo, mentre a pochi chilometri dai suoi confini si affacciava il sol dell’avvenire? Cosa pensavano gli aretusei, cittadini orgogliosi di questa crisalide che secondo l’inclita classe dirigente si dovrebbe trasformare in un club privé a cielo aperto, scintillante di alberghi lussuosi e peep-show per miliardari? Che cazzo facevamo, insomma?

 

Noi previdenti siracusani eravamo tutti tesi a fare provviste per paura dell’inverno nucleare. Questo facevamo mentre i rivoluzionari sudavano sulle barricate, i poeti cantavano le loro gesta, i radical chic snobbavano i forconi e gli aedi del pensiero “liberto” contro-snobbavano a raffica i bohemien. Un istinto atavico ci ha fatto correre a cercare cibo, ad ammassarlo egoisticamente. E se la comunità degli psicoterapeuti ora sa di trovare fertile terreno in questa città sofferente di sindrome da “day after”, forse ora il resto d’Italia sa perché la Sicilia è fatta così. Perché mentre due minoranze si fronteggiavano sul web lanciandosi slogan, insulti e parole d’amore, la stragrande maggioranza si preparava, terrorizzata, a rintanarsi e a scodinzolare con il capo chino al prossimo imbonitore che busserà alla sua porta.

 

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