Cultura. Le parole da bandire

Che fare è stata una grande domanda politica. E in realtà lo è sempre. Si dice “fare cultura”, ma non ho mai ben capito che cosa volesse dire, perché la cultura non ‘si fa’, è o non è, c’è o non c’è. Però esistono le emergenze, che naturalmente sono politiche. In questi ultimi anni l’Italia ha fatto un capitombolo culturale da rompersi la testa, e forse se l’è rotta. Quando mi chiedevano, fino a poche settimane fa, che cosa, secondo me, bisognava fare per la cultura italiana, io dicevo: cambiare governo e classe dirigente. Ora che in parte è cambiato/a (vedremo fino a che punto), bisogna dire qualcos’altro.

Ma che dire? La presenza e moltiplicazione di festival, fiere, ecc. secondo me ha poco a che fare con la cultura; semmai con due suoi aspetti minori: il divertimento e la passione per le star. La cultura è una cosa più profonda, comincia sottoterra, lì va piantata, e non saranno le cento o mille piccole iniziative a cambiare le cose. A cambiarle davvero è il mutamento che si produce per cause contingenti in modo inventivo. Mi spiego: il teatro Valle è nato per una protesta politica ed economica. Anziché mantenerla su quel piano, un gruppo di persone ha avuto il coraggio, la fantasia e la costanza di trasformarla secondo il principio della gratuità e del servizio della comunità.

Ci sono tanti circoli di lettura, che prendono sempre più piede, raccogliendo intorno a un libro persone che sono chiamate dal desiderio di condividerlo. Comunità, condivisione, questa è già cultura, e sono parole secondo me da tenere presenti.

Una parola da bandire invece è “vanità”, non perché non sia un sentimento naturale, ma perché è un sentimento solitario. La cultura non può essere solitaria. Anche guardare la televisione insieme è cultura. Leggere è cultura perché non sei il solo a farlo.

E qui arriviamo all’altra grande parola da bandire: mercato. Il mercato si sa (o non si sa?) è una finzione. Ma una finzione fortissima, capace di condizionare ogni scelta culturale, soprattutto quelle che non dovrebbero tenerne conto. Mercato e cultura non combaciano mai.

La televisione oggi è solo mercato. La grande editoria è principalmente mercato. Non ci siamo abbastanza battuti, non ci stiamo forse abbastanza battendo contro la supremazia e dittatorialità del mercato.

Per chiudere: secondo me, quel che si può fare per aiutare la cultura a rinascere e crescere in Italia come un bel prato, è agire contro la solitudine e contro il mercato, nella direzione della condivisione e della comunità.

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05 Gennaio 2012