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David Lazzaretti: il profeta dell’Amiata

La Maremma in quella parte a nord è dura e selvaggia mentre si aggrappa ai monti che vanno verso l’Amiata. Sullo sfondo il mare, quello del grossetano, della malaria, dei canti popolari di nostalgia e di lavoro: era là che gli uomini delle montagne erano costretti a migrare stagionalmente come braccianti, salariati e avventizi per la raccolta dei fieni e del grano o per prestare la loro opera come terratichieri per poter campare. E là, al di sopra dei boschi, si staglia, nudo di roccia grigiastra, il Monte Labro (o Labbro).

Lo scelse David Lazzaretti per costruirci la “sua nuova chiesa”. Croce di Cristo in campo rosso andavano in processione lui e i suoi seguaci cantando “Noi siamo di Cristo/Soldati campione/Tendiamo all’acquisto/Dei tristi e dei buoni;/A ogni alma infedele/La fede portiam./Evviva la Repubblica, Iddio e la Libertà./Noi siamo gli eletti,/il popolo di Dio,/dal cielo protetti:/Ogni empio, ogni rio/nemico di Cristo/veniamo a estirpar./ Evviva la Repubblica Iddio e la Libertà.” La sua chiesa: il socialismo predicato in nome di Dio.

 

David Lazzaretti nacque il 6 novembre 1834 ad Arcidosso da una famiglia di barrocciai. Tutto iniziò quando, andato in maremma con il padre per consegnare della legna – era il 20 di aprile – rimasto solo incontrò tra le fitte nebbie di Macchia Peschi un monaco che conduceva un giovane mulo bianco. Da quel misterioso colloquio la vita del Lazzaretti cambiò. “...Il frate di Macchia Peschi annunzia a David il mistero che in lui si racchiude, i grandi disegni che Dio fa su di lui, imponendogli con tutta gelosia il segreto, prevenendolo che a suo tempo si sarebbero riveduti...”(Gli Anarchici, di Aldo Di Iato).Era il 1848, aveva quattordici anni e fu per un lungo periodo assalito da forti febbri.

 

Riprese a fare il barrocciaio e lo fece fino in fondo con tale forza e coraggio che stupivano tutti: compagnone, bravo bestemmiatore, pugilatore e appassionato degli amori femminili: per frenarlo si pensò di coniugarlo. La gran fede patriottica al di là di Mazzini o Garibaldi lo portarono volontario nelle battaglie del 1859. Ma ecco che venti anni dopo, lo stesso 20 aprile, ricompare il frate: sogni inauditi, racconta il Lazzaretti, visioni sconvolgenti ed ordini da eseguire: andare a parlare con il Papa Pio IX. Iniziò a profetizzare in quell’area compresa tra le falde del Monte Amiata e l’alto corso dei fiumi Albegna e Fiora, tra Arcidosso, Santa Fiora e Roccalbegna, con epicentro il monte Labbro, dove eresse poi la chiesa e si stabilirono gli eremiti della comunità daviddica.

 

La sua lingua, si racconta, era di fuoco così come lo erano i suoi discorsi al popolo che sempre più numeroso lo seguiva. Tenaci e potenti i suoi numerosi scritti inneggianti alle immagini del Vangelo – preghiere, inni, lamentazioni, parabole – tanto da travalicare ben presto i confini italiani per giungere fino in Francia, dove il Lazzaretti aveva trascorso vari periodi della sua breve ma intensa esistenza. Spinto da varie visioni si recò numerose volte a Roma dal Papa per raccontargli le sue esperienze, ma sempre invano: si giunse persino a obbligarlo a lasciare lo stato pontificio, dopo che si era fatto murare da un abate che lo accompagnava per circa 50 giorni in una grotta nei pressi di Roma, nutrendosi solo di pane di granturco.

 

 

Dopo così tante visioni la sua figura si circondò sempre più di un alone di santità, vendette il barroccio e si dedicò soltanto alla vita di apostolato, andando in giro a raccontare sul “mistero” di cui era portatore e sulla parola di Dio. Fu così che il Lazzaretti divenne il “santo” dell’Amiata. Sull’eremo del Monte Labro fondò una congregazione che prese il nome di Pio Istituto degli eremiti, penitenzieri e penitenti. Nella gerarchia della sua chiesa c’erano lui, il sacerdote eremita, il principe legionario, il discepolo, la suora di carità, la matrona, la fanciulla pia, la figlia dei cantici. Profetizzava l’avvento della “nuova legge del Diritto”, l’“era del Regno del Divino Spirito”, e della “Giustizia sulla terra”. Centinaia di persone, folle grandissime accorrevano al monte Labbro per ascoltare le sue parole,il suo messaggio che sembrava l’espressione dei sogni repressi di giustizia e di uguaglianza, tanto da impensierire e il papato e lo Stato italiano che nel frattempo aveva raggiunto l’Unità. Fu interrogato dal Sant’Uffizio, fu condannato, fu incarcerato.

 

Il Lazzaretti organizzò per il 15 agosto, in occasione della festa dell’Assunta – si era nel 1878 – una grande processione che fu poi spostata al 18 di agosto. Colorita e composita cominciò a scendere dal Monte Labro per recarsi ai santuari mariani di Arcidosso e Castel del Piano mentre accorreva la gente dalle campagne di Roccalbegna, Arcidosso e Santa Fiora e dai borghi sparsi sui colli e sui monti inneggiando a canti alla Madonna, scritti dal Lazzaretti. Davanti a tutti lui: indossava la camicia rossa e i pantaloni bianchi – ricordando la divisa dei garibaldini – un elmo sormontato da una croce con tre piume di struzzo e un grande mantello celeste foderato di rosso. Portava in mano una verga formata da tre legni diversi, riuniti da una lamina d’argento.

 

La processione s’ingrandiva, erano circa tremila, la folla lungo la strada si ammucchiava. Serpeggiò tra le montagne il brivido della rivolta popolare. Ad Arcidosso prepararono le armi: un drappello di carabinieri comandato dal Delegato di PS Carlo De Luca li attendeva alle porte di Arcidosso. Il Lazzaretti fu avvisato del pericolo che correva, ma proseguì salmodiando a capo della sua processione. Si dice che avesse già avuto visione di ciò. Giunsero alle porte del paese. “Vi porto la pace se volete la pace, volete misericordia porto misericordia, volete il sangue, eccovi il petto tirate a me salvate il popolo.” Si diede come il Cristo che portava in processione. “Tirate a me le palle! Tirate a me, io sono la vittima” (Lucio Niccolai – David Lazzaretti il racconto della vita, le parole del “profeta” – 2006).

 

Il Delegato diede l’ordine e le truppe spararono. Fu colpito in fronte e morì con il suo sogno di un mondo nuovo di nuova giustizia in un progetto di repubblica ideale. Non è stato dimenticato e di lui resta il mistero di come un barrocciaio, che dalle scuole aveva appena imparato a leggere e scrivere, fosse riuscito a scrivere tanto copiosamente in versi e in prosa – al di là dei contenuti colmi di profonde riflessioni fortemente “ispirate” al Vangelo e ai riferimenti ecclesiali e socialisti – anche con una forma letteraria corretta.

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