Dickens secondo Haz

Mirando Haz è un incisore; un incisore letterato. Il suo stesso pseudonimo, che nasconde il pur nobile Amedeo Pieragostini, è preso dalla letteratura e la sua alta casa-studio trabocca di libri. Sugli scaffali poi – segno inequivocabile dell’uomo di carta – campeggiano cartoncini per i visitatori che intimano “Non si prestano libri”. Ha illustrato molti autori: molto Proust, Andersen con relativa mostra a Colonia, lo Strindberg di cui s’innamorò Ingmar Bergman che ne acquistò la cartella; ha mostrato particolare inclinazione per il fantastico ed il nero, vedi Radcliffe, il James di Giro di vite o il Puškin della Dama di picche (edizioni Nuages 2007). Abbiamo detto ha illustrato, ma più che illustrazioni di un libro le sue sono immagini autonome, sempre riconoscibili, di cui, come scrisse Argan, lo spunto letterario diviene il contesto.

 

Girando per la casa-biblioteca, non lontano dal torchio e da una finestra che occhieggia Bergamo alta, in un’area particolarmente attrattiva si rinvengono i 60 volumi illustrati delle opere di Dickens e molte edizioni originali inglesi, anche alcune prime edizioni. E in effetti Mirando Haz è immerso in una rete internazionale, in buona parte involontaria, dice, di relazioni dickensiane. È stato in corrispondenza e talvolta in amicizia con alcuni tra i massimi esperti del grande narratore inglese come Peter Ackroyd o Silvère Monod; in La fortuna di Dickens in Europa, enorme volume che uscirà per il bicentenario curato dal professor Hollington, viene citato in uno dei saggi. Gilles Soubigou, che tratta gli illustratori di Dickens tra Francia e resto del mondo, lo cita quale unico italiano di rilievo accostandolo, in modo – dice – piuttosto imbarazzante, a Doré. Relazioni involontarie, si diceva, dovute a scoperte a posteriori; così Haz era solito disegnare ciò che l’immaginazione gli dettava dentro e poi presentare la cartella a Scheiwiller, suo primo editore di riferimento. Così fanno gli artisti e così fu per Un albero di Natale, edito nel 1981, nato attorno ad un racconto ancora sconosciuto in italiano, che reca 12 tavole sulle 49 ispirate alla produzione dickensiana.

 

 

Ma cosa colpisce Haz del mondo di Dickens? L’umorismo, dice in prima battuta; quello nero, aggiungeremmo, poiché il nostro incisore spesseggia nella conversazione sul tema macabro. E cita la magione di Mrs. Havisham, quel castello che la contiene in abito di nozze mai compiute, bloccata nel tempo come certe signorine di Washington Square di James. Oppure la stanzona ovattata dove giace Mr. Jarndyce, colpito al cuore dalle rivelazioni sulla moglie. Mirando Haz appare sensibile alla “duplicità” dei personaggi di Dickens, alle famiglie tremende ed alle ipocrisie sociali. Quelle che si esplicano nei grandi banchetti, così spettralmente resi nelle sue incisioni, che, dice, sono delle vere e proprie nature morte. Pensa alle argenterie dei semiricchi, perché gli oggetti sono fondamentali in Dickens, dice, e cita a memoria “una donna interamente metallica”, riferito alla sua borsetta azzannante, a un personaggio “fine come un coltello”. Le persone cosificate nelle convenzioni, specie dei banchetti; ecco perché Dickens, dice, è un autore così cinematografico, per queste scene. Addirittura da cartone animato, aggiunge.

 

Gli ricordo il saggio di Forster che basa la sua riflessione sul personaggio piatto, ma inteso positivamente per grande forza narrativa, proprio sull’opera di Dickens; forse questa fissità del flat riporta alla maschera, che è motivo tipico di Mirando Haz. Che dice: può essere. L’immutabilità del personaggio potrebbe essere una carta vincente anche per il pubblico infantile: Haz dice che in principio fu folgorato da David Copperfield, ancor oggi il primo romanzo che gli viene alla mente tra i preferiti, ma che fortunatamente Dickens è assai sadico con i bambini. Haz, che probabilmente odia i bambini, si compiace delle istituzioni scolastiche di Tempi difficili, della scena iniziale di Grandi speranze dove Pip, sulla tomba della propria mamma, viene brutalizzato dall’ergastolano evaso. Le belle illustrazioni ottocentesche, così accattivanti dal punto di vista del segno, sono un po’ troppo lacrimose ed indulgenti in tal senso. Altro che riformatore allora e realista: Dickens non è mai realista, dice Haz, ed è sempre realista aggiunge. C’è tutto Kafka nei corridoi della corte di giustizia di Casa desolata. E però, dopo tanti rivolgimenti e colpi di scena, tutto finisce bene; non sarebbe un romanzo, dice Haz.

 

Attendiamo con curiosità i disegni inediti su Scrooge; speriamo che il bicentenario della nascita di Dickens sia buon detonatore del tesoretto sepolto.

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