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Fresco di giornata

Sono sul treno che mi porta da Lancaster a Londra. È ora di pranzo e la signora di fronte a me estrae dalla borsa un paio di tramezzini confezionati in un involucro di cartone, con un ampio tassello di plastica trasparente che, come una finestra, permette di vederne la fattura. La confezione, non sigillata ma chiusa con un semplice adesivo circolare rosso recante il tipo di farcitura, è elegante e minimale. Nessun disegno o simbolo, niente colori sgargianti, solo nero e marrone, di una tonalità che fa pensare al cartone grezzo o riciclato.

Sono attratta da questo packaging sofisticato e vorrei conoscerne l’origine. Eppure l’unica scritta presente sull’involucro, stampata a grandi caratteri, non mi aiuta affatto: “Freshly made here today”. Ne so esattamente quanto prima: benché la frase faccia riferimento a un dove e un quando il tramezzino è stato prodotto, questi dove e quando restano indeterminati. Il motivo della sorprendente carenza di valore informativo di questa frase è la presenza in essa di due termini dimostrativi (o indicali) : “here” e “today”. I termini dimostrativi, leggiamo in qualsiasi manuale di linguistica, sono termini il cui riferimento e il cui significato variano a seconda del contesto di proferimento.

 

Ovviamente, i termini dimostrativi non sono sempre privi di valore informativo. Nella vita di tutti i giorni, usiamo continuamente termini dimostrativi e attraverso essi formiamo un gran numero di informazioni che nella maggior parte dei casi vengono perfettamente intesi. La signora di fronte a me ne fornisce subito un esempio. Mentre io ispeziono con discrezione i suoi tramezzini, le suona il telefono e, appena risponde, dice “Si, sono qui... Bene”. Scambia ancora poche parole, che non capisco, e poi mette giù. Verosimilmente, la persona con cui parlava ha capito senza difficoltà il dove a cui il suo “qui” si riferisce, tanto che poco dopo, alla fermata successiva, sale un uomo (che immagino essere colui che l’ha chiamata al telefono) che cerca qualcuno con lo sguardo e poi si dirige verso di lei. La signora si alza, gli fa un cenno con la mano dicendo “sono qui” e insieme vanno a sedersi in fondo al vagone, dove ci sono due posti liberi vicini.

 

Distendendo finalmente le gambe, mi viene un dubbio: davvero la telefonata a cui ho appena assistito era un esempio di comunicazione soddisfacente, informativa e disambigua? Basta poco per accorgersi che, malgrado la dimestichezza che abbiamo con gli indicali, può essere difficile determinarne il significato, con conseguenze importanti sulla nostra capacità di capirci reciprocamente e di determinare la verità o la falsità di ciò che viene detto. Possiamo immaginare che l’uomo che ha raggiunto la signora non fosse colui che un attimo prima l’ha chiamata per verificare che avesse preso il treno e fosse seduta nella carrozza convenuta. Per quanto ne so, la persona al telefono avrebbe potuto essere il marito, che la crede a Manchester per lavoro, mentre lei si sta recando a Londra per una fuga d’amore con l’amante, che l’ha raggiunta sul treno (e che mai la chiama sul cellulare per evitare di essere scoperto). Così la conversazione telefonica di cui non ho potuto sentire che una parte potrebbe essere andata così:

“Ciao, cara. Tutto bene?”

“Si, sono qui”.

In questo scenario, il marito, che crede la moglie a Manchester, capisce che, con quel “sono qui”, la moglie abbia voluto dirgli che è arrivata a Manchester, a quell’incontro di lavoro di cui hanno parlato la sera prima.

 

Qualcosa nella comunicazione va storto: il marito crede di ricevere un’informazione che non corrisponde al vero. Ma è possibile accusare la moglie fedifraga di aver mentito, con questa frase, al marito? Secondo molti filosofi, primo fra tutti Kaplan, no: è impossibile affermare falsamente “Io sono qui ora”. Infatti è largamente accettato in filosofia del linguaggio che “qui” indichi il luogo, variamente limitato, occupato dal parlante. Questo luogo può essere più o meno esteso a seconda del contesto: se sto addestrando un cane e gli dico “vieni qui”, indicherò con “qui” uno spazio circoscritto ai miei piedi, mentre se dico “qui oggi ci sono le elezioni presidenziali” mi riferisco allo Stato da cui sto parlando. Allo stesso modo, “adesso” (o “ora”) indica il tempo in cui l’enunciato è proferito. Non è dunque possibile mentire dicendo “io sono qui ora”, che è una tautologia. Il marito infelice non potrà, almeno in questo, rimproverare la moglie, e dovrà semmai biasimarsi per non aver chiesto ulteriori indicazioni per stabilire il “qui” e “ora” della sua interlocutrice.

 

 

Ma torniamo ai nostri tramezzini. Se vi applichiamo la definizione del significato di “qui” e “ora” appena esposta, possiamo supporre che la scritta “Freshly made here today” dica il falso. Supponendo che vi sia un’ellissi del soggetto e del verbo, per cui la frase completa sarebbe “I’m freshly made here today”, il suo significato dovrebbe essere qualcosa del tipo “Sono stato prodotto sul treno Lancaster-Londra il 29 settembre 2011”, il che è palesemente falso per quanto riguarda il luogo, perché so per certo che sul bar di questo treno vendono panini preconfezionati di gran lunga meno invitanti, e con tutta probabilità per quanto riguarda il tempo: il panino potrebbe essere stato acquistato ieri sera, tanto più che il treno è partito stamattina alle 6.30 dalla stazione di Lancaster e non ho visto alcun bar aperto.

Ma che senso ha dire che la scritta di questo involucro mente? Se, trovando questo tramezzino abbandonato su un sedile lo mangiassi e mi sentissi male, che senso avrebbe sporgere denuncia ai produttori per informazione mendace?

 

L’insensatezza di una causa legale di questo genere getta un dubbio sulla tesi che “qui” significhi sempre e comunque il luogo in cui, approssimativamente, il soggetto si trova. Altri controesempi sembrano far vacillare questa tesi. Si possono immaginare molti casi in cui “Io sono qui” è falso. Per esempio, persa in una città che conosco poco, posso dire “sono qui” indicando un punto sulla cartina (diciamo, a Londra, nei pressi di Regent’s Park), allorché mi trovo da tutt’altra parte, di fronte a Victoria Park.

Ancora, immaginiamo che volendo fare un sonno pomeridiano non senza rassicurare il mio compagno (che presto rientrerà) della mia presenza in casa non senza suggerirgli di non disturbarmi, gli scriva: “ciao caro, sono qui. Sto dormendo. Ho messo la sveglia alle 5”. Tuttavia mi ricordo all’improvviso di avere un appuntamento ed esco, dimenticandomi di togliere il biglietto. È piuttosto evidente che, quando il mio compagno lo leggerà, “sono qui” sarà falso e, allo stesso modo, “qui” non significa in questa frase il luogo in cui in questo momento il parlante si trova, cioè all’appuntamento in università, bensì in casa.

 

Per ovviare a questa carenza, alcuni filosofi hanno proposto una teoria intenzionale degli indicali, per cui il significato è (parzialmente) determinato dall’intenzione del parlante. Nel mio bigliettino “qui” indica in casa, perché questa era la mia intenzione. Tuttavia, questo solleva problemi ancora più gravi per il nostro tramezzino. Se un’ipotetica causa intentata al produttore da qualcuno che trova il tramezzino sul treno e sta male appare intuitivamente infondata, l’intuizione si ribalta completamente se solo variamo un poco le condizioni. Se trovo il tramezzino che si autoproclama prodotto qui e oggi sui banchi di un bar nel centro di Londra e successivamente scopro che i prodotti venduti in quel bar non sono confezionati sul posto e freschi di giornata, ma prodotti in Romania almeno una settimana prima, sporgere causa al bar sembra perfettamente legittimo. Ma, se adottassimo la teoria intenzionalista, il venditore potrebbe sempre giustificarsi di fronte al giudice dicendo che con “qui” e con “oggi” intendeva una fabbrica in un’amena zona della Romania e il 20 settembre 2011, luogo e data in cui effettivamente il tramezzino è stato confezionato.

 

Se queste riflessioni non mi sono state di nessun aiuto nella soluzione del mio interrogativo iniziale (chi mai è il produttore di questo appetitoso tramezzino?), esse rivelano un limite di fondo di gran parte delle teorie filosofiche dei termini indicali. Pretendere di fissare una volta per tutte il significato di termini come “ora” o “qui” significa dimenticare ciò che è peculiare di questi termini: la dipendenza al contesto. Significa perpetrare un’illusione di cui è stata a lungo preda la filosofia del linguaggio e da cui la scoperta degli indicali sembrava doverla risvegliare: la pretesa di fissare in maniera immutabile e atemporale il valore semantico dei termini del linguaggio.

E invece il contesto ha proprio questo di peculiare: che non è una parte della semantica e non può esservi ridotto. Il contesto non può essere ricondotto ad una regola di attribuzione di significato, ma è ciò entro cui queste regole hanno senso e ciò contro cui, alle volte, queste regole si scontrano.

Se il contesto permette, in alcuni casi, di attribuire un significato e un valore di verità a un enunciato, in altri casi esso è il limite contro cui la possibilità di un significato si scontra. Non in tutti i contesti è sensato proferire una stessa espressione. Così, se leggendo “Freshly made here today” sul tramezzino in un banco di un negozio ha senso chiedermi se il panino è stato davvero prodotto qui e oggi e se qui e oggi si riferiscono al luogo e il tempo in cui mi trovo, non ha alcun senso porsi questa domanda se vedo la scritta sull’involucro vuoto gettato in una pattumiera, o su quello di un panino abbandonato per strada.

 

Ma quello che non può la semantica, può l’esperienza. Una volta arrivata a Londra, ho scoperto il produttore dei famosi tramezzini: si tratta della nota catena di supermercati del Regno Unito. Per quanto riguarda le mie congetture sulla vita privata della mia compagna di viaggio, purtroppo, probabilmente nulla potrà mai confermarle.

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12 Dicembre 2011