Il paese che non c'è

È un gesto d’azzardo il nostro incontro del 5 aprile alla Fondazione Pini, che riunisce intorno a un tema oggi cruciale – Patrimonio, Paesaggio, Ambiente – specialisti e studiosi di discipline diverse in un aperto confronto con associazioni e amministratori.
Azzardo: intanto perché la battaglia preliminare è quella di dar conto, a chi opera nei diversi ambiti, del senso dirompente che proprio questo “nesso ritrovato” fra Ambiente, Patrimonio storico artistico e Paesaggio, ha sul piano culturale e politico in generale.

 

Il paese che non c'è


E poi perché, in questa ri-connessione, c'è un rovesciamento di 360° del discorso tradizionale sulla Tutela in genere (come spiegherà Bruno Zanardi, autore del recente Patrimonio artistico senza tra i principali artefici di questa giornata).  
Infine perché, in questo ridisegno di ciò che è fruibile come bene di tutti e in quanto tale soggetto a tutela (il Patrimonio nel suo contesto con il Paesaggio e l’Ambiente), c'è  tutto il potenziale di una battaglia più estesa per la cittadinanza e per i diritti ad essa collegati.
 
Cittadinanza

Che cosa c’entra la parola cittadinanza con un quadro di Cimabue o un borgo di montagna in abbandono? Qualcuno lo penserà. Mi proverò, schematizzando molto, a incrociare le cuspidi di questa triade. Almeno per cenni.


Sono stati proprio gli storici dell’arte, gli archeologi e chi si occupa di Patrimonio storico-artistico in genere a far sentire con più vigore la loro voce (Salvatore Settis,  e prima ancora Giovanni Urbani, ci spiegherà Bruno Zanardi), a ricomporre la Trinità laica di Patrimonio, Paesaggio, Ambiente. Una connessione per altro, che già figurava, almeno in nuce, negli articoli della nostra Costituzione come hanno specificato i giuristi.

 

Non è un caso, dato che tanto l’arte figurativa italiana quanto l’architettura religiosa e civile nascono con un significato eminentemente pubblico. Si tratta di qualcosa che, lungo i secoli, si è radicato nel contesto della vita quotidiana degli abitanti, in Italia ancora più che altri Paesi. Un bene, dunque, che fin dall’origine è un bene comune.

Territorio

Il territorio fa parte dei diritti di cittadinanza che però, preciso, hanno anche quelli che cittadini in senso urbano non sono: direi in senso lato quelli che lo abitano.
La parola è un po’ cacofonica, ma soprattutto è spesso abusata e avvilita da tanti equivoci della politica, e appunto per questo è importante che venga esplicitata al di sotto della Triade stessa.

 

Territorio non è sinonimo infatti di paesaggio e neanche di ambiente: il suo significato, e il suo valore, è tanto più cruciale se lo si considera in quanto ambito di un conflitto radicalizzatosi nell’epoca del globale.
Territorio, allora, come pertinente alla sfera del conflitto. Del resto lo suggerisce già  la sua etimologia medievale, che va ricondotta (è l’insegnamento prezioso dei geografi alla Franco Farinelli) non a terra ma a terrere, atterrire: il verbo della guerra e dei saccheggi, sempre più attuali nel tempo in cui i luoghi stessi rischiano di essere mangiati dal globale (cito la sociologia di Aldo Bonomi) e il territorio rischia, nell’età avanzata dei flussi e del virtuale, di “deterritorializzarsi” (cito il presidente dei territorialisti Alberto Magnaghi). Geografi e sociologi.

Territori, allora, non solo Paesaggi: dove operano molti di noi impegnati nelle circa 30.000 associazioni che in tutta Italia lottano per l’ambiente, la difesa del suolo, dei beni artistici (dati riportati da Salvatore Settis).
 Con la speranza (questo è il senso dell’incontro) di costruire una koiné tra diversi linguaggi disciplinari e di farlo nel confronto diretto con gli amministratori, gli operatori a vario titolo del territorio. E nell’intento di avviare, almeno in traccia, un documento programmatico che sintetizzi proponimenti e progetti operativi.

Ritorno

Noi della Rete del Ritorno all’Italia in abbandono (architetti, storici, urbanisti) usiamo come parola chiave quella di Ritorno. Anche qui nel senso etimologico (desunto dal Dizionario di De Mauro) di “girare il tornio”: operare, così lo intendiamo, una conversione dello sguardo sui luoghi, includendo quelli finiti ai margini, abbandonati, e anzi privilegiando ciò che si vede meno, che è caduto fuori dal nostro orizzonte abituale.
Tra le prime cose da considerare con attenzione sicuramente ci sono i nuovi nessi tra Patrimonio, Paesaggio, Ambiente (Territorio) come ci invita a fare Bruno Zanardi.


Ma a me piace anche pensare al Ritorno (al “giramento del tornio”) nella sua veste di un lavoro vero e proprio, con i suoi tratti prosaici. Facendo atterrare – nel nostro sguardo riconfigurato – le chiese, le loro cupole celesti, proprio sulla sfera dei territori: lì dove i diritti di cittadinanza connessi al Patrimonio, all’Ambiente e al Paesaggio sono messi seriamente in discussione. Cioè nei territori spaesati dove è lo stesso Paese Italia (con la P maiuscola) ad aver perso la sua forma. Schiacciato come è tra i Troppo vuoti dei luoghi in abbandono (penso soprattutto al lavoro dell’antropologo Vito Teti):
-    tra i 3000 paesi fantasma (dati Legambiente, Confcommercio) citati da Bruno Zanardi che insistono su almeno 100.000 kmq di territorio italiano (parliamo di montagna e interni per lo più).
-    e i Troppo pieni delle pianure e delle coste travolti dagli 8 mquadri di cemento al secondo (dati stop al consumo del territorio, WWF).

Territori fragili, vulnerati (su questi la nostra Rete è chiamata in prevalenza ad operare), dalla cui capacità di resistenza dipende però in gran parte la tutela di tanto patrimonio “diffuso” e della nostra stessa memoria.
Due casi esemplari sono sicuramente:

A nord, la borgata alpina di Paraloup nel cuneese che gli amici della Fondazione Nuto Revelli (il Presidente è Marco Revelli) sta recuperando. Con il doppio intento di salvare la memoria della Resistenza (a Paraloup nasce la prima banda partigiana Italia Libera il 20 settembre del 1943) e insieme la memoria della cultura della montagna.


Lì, il 20 ottobre del 2011 (a pochi mesi dal Festival del Ritorno ai luoghi dell’Italia in abbandono che ha, si può dire, inaugurato la rinascita del borgo e da cui è sorta questa Rete) i sindaci e gli amministratori della Valle Stura hanno scelto l’antico alpeggio per fare un Falò resistente, in nome degli ideali da cui nasce la nostra Repubblica (c’erano anche alcuni amministratori della Lega) per “mettere a fuoco” e far luce sul problema drammatico della soppressione dei piccoli comuni sotto i mille abitanti, specie in montagna, unico presidio per quei territori, tanto più col venir meno delle stesse Comunità montane. Borghi spesso “patrimoni” in se stessi: ho in mente, come molti architetti e amici, i capolavori dell’edilizia montana tradizionale, per non dire dei cicli pittorici cinquecenteschi.


Ecco i diritti di Cittadinanza che invocano quelli (e sono tanti) che abitano ai margini, privi di ogni tutela giuridico-amministrativa. Trascurati spesso, per non dire calpestati, dalla politica.

A Sud, il Museo etnografico di Carbonara, in Irpinia, che mi ha fatto scoprire l’amico Franco Arminio, anche lui tra i promotori di questa Rete: uno dei più importanti Musei sulla civiltà contadina in Italia, istituito da Beniamino Tartaglia e fortemente voluto proprio dalla comunità dei giovani di Aquilonia, la città nuova “spaesata”, sorta sull’abbandono di Carbonara dopo il terremoto degli anni Trenta.

Ma gli esempi sono tanti. Per esempio Cavallerizzo in Calabria, di cui si è occupato attivamente Vito Teti con filmati, interviste, ricostruzioni di un paese squassato dall’alluvione. (L’ambiente mai tutelato, mai custodito in Italia.)

Ecco allora la mal cittadinanza che patiscono spesso gli abitanti dei territori considerati ai margini dello sviluppo, i borghi in abbandono, delimitati dai loro campanili instabili, con le case sventrate, opere d’arte incustodite (penso al Crocefisso di una Chiesa di Roghudi, un paese abbandonato della Calabria inquadrato nelle folgoranti immagini del film Corpo celeste della regista svizzera Alice Rohnwachwer, tratto dal libro della Ortese).


Patrimonio, Paesaggio, Ambiente da difendere allora con tutte le lingue che abbiamo, tornando a guardarli (a “rigirare il tornio”) attraverso un confronto serrato tra studiosi e con gli operatori che venga dall’esperienza e produca, si spera, contaminazioni di idee e proposte meticce.

 

Qui il programma del convegno

Allegati: 

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