Il presidente apostata. L'esame di maturità

Quando mi era stata comunicata la notizia, ai primi di giugno, all’inizio avevo pensato ad uno scherzo: nominato presidente di commissione agli esami di maturità presso il liceo linguistico della scuola cattolica più prestigiosa della città. La voce cominciò presto a circolare fra i colleghi e le battute presero a fioccare. Vedrai, lo spirito santo ti farà rinsavire; secondo me non ti lasciano neppure entrare; speriamo abbiano un buon sistema antincendio, coi fulmini che ti crepiteranno fra le tempie ... eccetera. Pochi tuttavia erano a conoscenza della natura profonda del mio sconcerto. Già, non l’avevo raccontato quasi a nessuno, ma già da parecchi anni avevo formalizzato il mio distacco dalla chiesa cattolica attraverso la procedura dello sbattezzo. Ero e sono ormai da tempo un apostata riconosciuto, come alcune migliaia di nostri connazionali, e sono stato quindi scomunicato ufficiosamente – ma per iscritto – con “latae sententiae” e sigillo episcopale. Chiunque fosse interessato all’esercizio di questo elementare diritto civile, reso possibile fin dal 1999 grazie a Stefano Rodotà, allora Garante per la protezione dei dati personali, trova tutte le informazioni necessarie qui.

 

 

Insomma, mi dicevo, proprio un apostata dovevano mandare a presiedere gli esami in una scuola cattolica? D’accordo, l’Ufficio Scolastico responsabile delle nomine non è tenuto a conoscere questi dati, ci mancherebbe, ma era inevitabile che con tutti i miei pregiudizi anticlericali mi trovassi a dubitare della mia capacità di adempiere all’alto incarico assegnatomi. La mia ottusità era tale da indurmi a prevedere le situazioni più imbarazzanti: le preghiere del mattino, magari prima delle prove scritte; la santa messa prima degli orali o degli scrutini finali; colleghi in abito talare ferratissimi sulle opere di Agostino d’Ippona e Tommaso d’Aquino; discussioni penose sulla laicità della scuola pubblica …

 

Sentirsi chiamare “Signor Presidente” è di certo fra le libidini più coltivate dall’italiano medio, lo so bene, ho studiato l’argomento, e ad alcune migliaia di nostri concittadini capita di soddisfare questa innocua mania tutti gli anni, per tre settimane circa. Fin dal primo giorno di lavoro delle commissioni di maturità, dal bidello che ti accoglie nell’atrio della scuola al personale di segreteria, è tutto un presidente la prego di qua presidente un attimo solo di là. Poi ci si mettono i colleghi commissari, cui  però è concesso darti del tu, e infine i maturandi. Ed anche nel liceo di quest’anno nessuna eccezione, anzi, una profusione di “prego, Presidente” da farti girare la testa: un caffettino prima di visitare i locali, Signor Presidente? Qua da noi, sa, non si fuma nemmeno in cortile, ma le servisse un posacenere, Signor Presidente, non si faccia problemi … Come inizio, niente male, non sia mai mi proibissero caffè e sigarette, anche se la statua della  beata cui l’istituto era stato intitolato fin dal primo dopoguerra era lì, appostata all’ingresso, con quello sguardo fintamente benevolo da cui avevo subito temuto di essere smascherato. Poi gli attestati di santità della beata nei corridoi, i crocefissi artistici nelle aule, la struttura labirintica dell’intero complesso che per almeno tre giorni mi costringe a chiedere di essere accompagnato per non perdermi nel tragitto dal parcheggio e viceversa. Segnali inquietanti ma anche messaggi rassicuranti. Procedo felpato, a passi brevi e poco distesi.

 

Esaurite le riunioni “preliminari e plenarie” dei primi giorni, finalmente iniziano gli esami e faccio la conoscenza delle due classi di cui mi toccherà attestare la raggiunta maturità. Una buona impressione: bellissimi ragazzi e ragazze, educatissimi, rispettosissimi, benvestiti ma senza sfoggi, niente orecchini, niente pantaloni a vita bassa con vista su lingerie d’alta moda, pochi pochissimi e discretissimi tatuaggi. Nulla di sorprendente, sono pur sempre studenti di buone famiglie che frequentano da cinque anni una scuola cattolica notoriamente severa, ma non posso ignorare da vecchio insegnante della scuola pubblica quell’impressione di aria rarefatta, da scuola d’altri tempi. Sì, lo devo ammettere, a quel sentore di disciplina e a quelle camicie con maniche lunghe e colletti abbottonati non riuscivo a restare indifferente. Se  si aggiunge il fatto che alle prove scritte quasi tutti avevano deciso di usare per intero le sei ore a disposizione, quando in altri istituti m’era successo di assistere a fughe liberatorie già dopo tre ore di lavoro, e soprattutto se si tiene conto delle lusinghiere valutazioni che nei giorni di correzione i commissari di inglese francese e tedesco presero ad attribuire a quelle prove, capirete che al giro di boa della prima settimana avevo buone ragioni per sentirmi sollevato. Nonostante la presenza ansiogena di una preside che fin dal primo giorno, cosa mai vista, s’era posizionata nei corridoi oppure a fianco della macchina fotocopiatrice, pronta a soddisfare ogni minima richiesta, della commissione o dei candidati, con la solerzia delle mamme bidelle del buon tempo che fu. Capisco le ragioni della ditta, mi dicevo, ma insomma, un po’ di dignità. Comunque.

 

 

Iniziano gli orali e mi ritrovo a fare i conti con lo strazio delle tesine, della cui inutilità ho già scritto per i lettori di Doppiozero l’anno scorso e su cui non intendo dilungarmi. In quei giorni hai modo di conoscere meglio il carattere e lo stile dei tuoi colleghi, interni ed esterni. Dalle domande rivolte agli studenti e dal tono di voce capisci tante cose: ci sono quelli che sussurrano con timidezza, neanche fossero in confessionale, quelli che scandiscono ad ogni colloquio la solita richiesta sulla fase superomistica di D’Annunzio, in attesa dell’illuminante confronto con il pensiero di Nietzsche, quelli che non danno il tempo di rispondere e ansiosamente anticipano, suggeriscono, in genere si tratta dei cosiddetti membri interni. Come il simpatico docente di storia e filosofia, un sacerdote, che nei ritagli di tempo mi confida di rimpiangere gli anni da curato in una piccola parrocchia di montagna. E’ un bonaccione, un orso Yoghi grande e grosso, giovanilmente rivestito di collanine e braccialetti, altro che abito talare, e proprio non riesce ad aspettare le risposte dei suoi pargoli. Inoltre è fissato con la Conferenza di Postdam, con Popper e i limiti della scienza; i ragazzi, quando riescono, abbozzano qualche nozione ma si capisce che riservano ad altre materie i colpi migliori.
Nel frattempo la preside assiste il prossimo candidato, come il secondo col suo pugile nell’angolo del ring, e finito con quello si accinge a rincuorare lo studente appena sopravvissuto all’ardua prova e incerto del risultato. Non smette di stupirmi, là in mezzo a genitori e fratellini e sorelline, una vera chioccia fra i suoi pulcini. Qualcuno però prima o poi dovrà spiegarle che quella confusione di ruoli non si addice al mestiere del dirigente, di certo non io.

 

Per tornare agli studenti, devo dire che -dopo le buone prove scritte- dai colloqui mi aspettavo qualcosa di  meglio. Sarà che la dimestichezza con i commissari interni mi aiuta a capire tante cose, soprattutto quando  si chiude la porta e si assegna la valutazione della prova orale: che ad esempio mi stanno sfilando davanti i rampolli di famiglie davvero importanti, alcuni dei quali è da anni che giungono a scuola accompagnati dall’autista personale. Comincio a fare caso al pubblico e in effetti mi accorgo di borse e accessori vari di gran classe, ma che importa? Lo sfoggio di ricchezza delle madri non può ricadere sulle valutazioni dei figli. E quindi mi rassegno ad ascoltare l’audace presentazione della vita e del magistero di Pio XII, che non è mai stato antisemita, al massimo un po’ anticomunista, oppure il commovente percorso multidisciplinare attorno al mistero della maternità, a partire da quella luminosa e misteriosissima della Vergine Maria.
Ma forse esagero e non voglio essere frainteso: tolti rari casi, come quelli appena citati, la discriminante religiosa è risultata davvero insignificante nel complesso delle presentazioni. Certo, come purtroppo capita spesso nei licei, le debolezze in storia e la vetustà dei programmi di letteratura italiana fanno davvero riflettere, e irritare, ma sulle competenze linguistiche niente da dire. I commissari di lingue straniere non smettono di sospirare, ah, la gratificazione di quattro chiacchiere in tedesco sul teatro epico di B. Brecht o, in inglese, su O. Wilde e il moralismo della victorian age …
Il primo luglio è un lunedì e sono passati due giorni dalla scomparsa di Margherita Hack, così propongo alla collega di scienze di accertare con uno di quelli bravi, candidato al massimo dei voti, quanto conoscesse del lavoro svolto dall’illustre scienziata.  Vengo sistemato con una sola tagliente battuta: qua non si studia astrofisica, tiè.  In cuor mio rivolgo le mie scuse e un pensiero riconoscente all’ex Presidente Onorario dell’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti … E capisco che non è il caso d’insistere.

 

Gli ultimi giorni, quando ormai era chiaro che non ci sarebbero state vittime, raccolgo lo sfogo di alcuni colleghi ‘interni’, complici anche un paio di pranzi offerti dalla mensa dell’Opera Pia, aperta chissà perché ai soli impiegati e funzionari bancari del centro città. E in effetti qualche magagna del prestigioso liceo cattolico salta fuori: ore di straordinario non riconosciute, un parcheggio per gli insegnanti a duecento metri dalla scuola e pagato con trattenute mensili sullo stipendio, l’occhiuta vigilanza della preside sulle relazioni fra i docenti, cose così, poco allegre. Ma sui programmi, e questo mi colpisce e mi tocca testimoniare, massima libertà e nessun condizionamento ideologico.
Così ci salutiamo, consegno il pacco con i verbali, le prove scritte e tutte le scartoffie con timbro in ceralacca alla dirigente, finalmente un po’ rilassata, e torno libero alle strade della mia amata città. Sono sopravvissuto, niente roghi all’orizzonte, l’apostasia di un vecchio mangiapreti non ha lasciato tracce. A ben vedere, un segnale positivo. Almeno nella scuola, stiamo forse diventando davvero un paese normale.

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