Il sabato del villaggio / Kate Moss dal vero

La galerie de L’instant di rue Poitou a Parigi ha da poco inaugurato una mostra dedicata a Kate Moss. Ci vado in un giorno feriale intorno all’ora di pranzo. La mostra presenta foto di vari autori, da Mary McCartney a Paolo Roversi, da Bert Stern a Bettina Rheims. Alcune appese, alcune appoggiate alle cassettiere, altre senza cornice, racchiuse in grandi albi da sfogliare, proprio come album di famiglia.

 

Mi aggiro nella piccola galleria osservando con gli occhi, ora di Corinne Day ora di Marc Hispard, sempre lo stesso soggetto, la stessa donna. Fino a quando dietro le pose appoggiate al pavimento intravedo una fotografia con ritratti Romy Schneider e Alain Delon: sono abbracciati, giovani, entrambi sorridenti in uno scatto in bianco e nero. Scosto qualche “Kate Moss” e afferro la foto con Romy Schneider per osservarla meglio, ma a mia volta mi sento osservato. Come uno sguardo sulle spalle. Un poco infastidito rimetto a posto la fotografia e voltandomi mi ritrovo in un racconto di Cees Nooteboom come ci descrive Elio Grazioli.

 

Assuefatto forse alla sua immagine stento a riconoscere di fronte a me non l’ennesima fotografia ma il corpo leggero e il viso sorridente di Kate Moss, entrambi alludiamo con gli occhi alla fotografia appena riposta. Tutto sommato è normale vedere Kate Moss ad una mostra a lei dedicata, ma meno vederla in carne e ossa guardare con me una fotografia che con la mostra non c’entra nulla. Probabilmente c’è stato un corto circuito tra le mie intenzioni e le sue, qualcosa che Barabási definirebbe un lampo o una fiammata, qualcosa che ha fatto coincidere le nostre trame. Se ci sia la possibilità di prevedere le trame nascoste delle nostre vite, come ci spiega Marco Belpoliti, nemmeno il libro di Barabási sa dirlo con chiarezza. Anche quando la trama è spesso composta da giorni in cui non succede niente, come nei paesi italiani in cui: a domanda tutti rispondono che non succede mai nulla. Di questi giorni senza furore e di questi paesi ci parla Franco Arminio: “Devo imparare ad amputare l’impazienza. L’orma della viltà è ben chiara in questa società di fango”.

 

Negli occhi di Kate Moss - e lei nei miei - mi ritrovo sì in un lampo, ma molto simile a quello del flash fotografico, entrambi indifferenti l’uno all’altro stiamo come in posa in una fotografia prima di muoverci ognuno nella sua direzione, qualcosa di simile linguisticamente allo: “Scrivere con la sinistra è disegnare” di Alighiero Boetti a cui Stefano Bartezzaghi dedica un saggio colto e giocoso.

 

La carne e le ossa di Kate Moss (più ossa che carne) sembrano più che ad un corpo dare movimento ad una fotografia. Una globetrotter e una grande camminatrice, in quell’avanti e indietro che sono le sfilate di moda, un continuo movimento ripetuto che trae origine da un nomadismo ridotto anche quello a immagine. Una cultura, quella nomade a cui ci rifacciamo in continuazione, ma a cui ormai siamo poco avvezzi. Maurizio Sentieri, con la ricetta dell’Arrosto di agnello ci riporta ai nostri geni barbari desiderosi più di carne che di ossa.

 

Ed è forse in virtù delle nostre origini nomadi che niente è più necessario alle immagini che un atlante capace di associare ai ricordi le intenzioni. E pur sorprendendo, niente meglio di un atlante può dar conto del percorso teatrale di Fanny & Alexander, ce ne parla Andrea Cortellessa: “In tempi di sempre più uggiosa estetica del documento e del “fatto vero”, è questo – dicono F&A – un ben più profondo “realismo psichico”. Che, anziché imporre a tutti la stessa realtà (cioè lo stesso stereotipo), a ciascuno evoca la propria realtà”.

 

Kate Moss mi lascia stringendomi la mano, ce le porgiamo quasi contemporaneamente come indecisi sulla realtà dei rispettivi corpi. Ci sorridiamo nuovamente, sempre senza parole, ognuno con la sua immagine negli occhi.

Se ne va a piedi incorniciata dalle strade di Parigi, esile e gentile come una photo trouvée.

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