L’atelier dell’errore

“Yona, what about beauty?

Everything is beautiful, you have to have the eye.  (Dogs know this)

Yona Friedman

 

 

 

Da dieci anni, come artista visivo, ho dedicato un atelier ai bambini della Neuropsichiatria Infantile per l’AUSL di Reggio Emilia.

Ho iniziato per caso, se mai il caso esistesse, e all’inizio mi sembrava proprio un errore stare lì pomeriggi interi, con loro.

E questo è il primo motivo per cui noi siamo l’Atelier dell’Errore.

Poi ho scoperto che loro si sentono quasi sempre errori, grazie a noinormali: a scuola, sull’autobus, alle feste di compleanno dove non vengono invitati, mai.

E questo è il secondo motivo per cui noi siamo l’Atelier dell’Errore.

Ma anche che sull’errore si può costruire un meraviglioso metodo di lavoro per riscattare la facoltà poetica di questi ragazzini. Facoltà sconosciuta a molti, a me per primo.

E questo è il terzo motivo per cui noi siamo l’Atelier dell’Errore.

Altri motivi ce ne saranno sicuro, ma non ho fretta.

Mi hanno addestrato loro all’arte dell’attesa.

 

Il Gerpaldo denti Filati come un Vampiro (in alto a destra) a spasso con i suoi amici nella sala d’attesa del reparto di Medicina Nucleare, Clinica Humanitas Gavazzeni, Bergamo.

 

In atelier, con i ragazzini, da sempre raccontiamo solo di animali.

Animali rari, paleontologia a mani nude, solo carta, parole, matite e colori.

In atelier il contrario di normale è speciale, quello di guardare è vedere.

 

Dicono i ragazzini, che gli animali dell’atelier, segno su segno, pomeriggio dopo pomeriggio, noi non ce li ricordiamo.

Dicono che quelle bestie lì, sono quelle che non hanno dato retta a Noè, e non ci son volute salire in quell’Arca venuta su in mezzo al deserto, o sono arrivate in ritardo, come sempre, come a scuola.

Poi tutta l’acqua di quaranta giorni e quaranta notti... tutte morte, estinte tutte.

A volte affiorano anche bestie che non hanno mai messo zampa sulla terra.

Bestie che stanno ancora in lenta marcia, per lunghe fila, nei cieli, dai cieli, per arrivare fin quaggiù.

Ma ci vorrà tempo, un lungo tempo, dicono i ragazzini.

Se ci saremo ancora.

 

I ragazzini arrivano in atelier inviati dalla Neuropsichiatria Infantile dell’AUSL Reggio Emilia.

Cartella clinica con difficoltà in ordine sparso.

Fra le più frequenti: ritardi più o meno gravi, difficoltà di apprendimento, dislessie, disprassie, sindromi dai nomi aggraziati e quantomai traditori (Turette, X-fragile...), ipercinesi, fino al misterioso ed onnivoro contenitore dell’autismo.

 

Il politicamente corretto più aggiornato li chiama: ragazzini con problemi.

Il risultato non cambia.

La pietà sa essere in certi casi assai più feroce dell’indifferenza.

Questo lo impari stando con loro, in breve.

Loro restano in attesa, d’altro.

 

Il Lefante che vede una donna e aveva vergogna litiga con il Ceraphris Ornata nel cavedio del reparto di Medicina Nucleare, Clinica Humanitas Gavazzeni, Bergamo.

 

Perlopiù, un ragazzino arriva in atelier educato alla convinzione di non saper disegnare.

Spesso, memorabilmente, arrivano a proclami perentori del tipo: io non posso disegnare.

Che è il non sai disegnare inflitto a scuola, subito e poi sublimato in formula assoluta.

Questa è la sfida.

Ma è difficilissimo tirarli fuori da quelle convinzioni lì.

E tempi lenti, e pazienze, a dosi massicce. Su entrambi i fronti.

 

Giovanni, arrivato in atelier avrebbe voluto fare il vaso, o il portaombrelli; si sarebbe trovato più a suo agio. Disegnare, un affare proibito. Da lui il primo non posso disegnare, entrato nell’aneddotica dell’atelier.

 

Poi lentamente, scopriamo che le bestie, come le vede lui... nessun altro.

E gambe lunghe, lunghissime su ginocchia a sfere, e corpi solidi, di un'aurea geometria morfologica, secca ed armonica. Mi è perfino venuto da pensare ad una particolare correzione interna al suo occhio, fisiologia a noi negata.

Meraviglia di un alfabeto inedito che mi diventa nel tempo sempre più familiare.

Mi avvicino a lui di soppiatto, mentre traccia anatomie su fogli sempre più grandi, e m’incanta. Sempre.

Un po’ così, è nato Il cammello purpureo di Correggio, che Giacometti ha già voluto nel suo atelier celeste.                                         

 

C’è anche chi vorrebbe disegnare sempre e solo quello che sa già disegnare.

Presunta, testarda, apparente e fragilissima sicurezza che non è di soddisfazione a nessuno.

Men che meno a loro.

In quel caso si dà battaglia al segno presupposto, risaputo, stereotipato, quasi compulsivo e alla conseguente inibizione ed insoddisfazione.

 

Il Rinoceronte Inbirinto passeggia sull’impianto di illumimazione all’ingresso dei bunker della Radioterapia, Clinica Humanitas Gavazzeni, Bergamo.

 

Queste, per approssimazione evidente, sono due differenti tipologie d’ingresso in atelier.

Ma a dire il vero, ognuno di loro, come ogni Uomo, fa storia a sé.

E di storie, in atelier, ne avremmo davvero tante da raccontare.

 

Spesso mi sono chiesto perché in atelier ci interessano solo bestie, solo animali.

In realtà a me non interessa che i miei ragazzini eseguano il disegno di un animale, una zebra che sia una zebra o un icneumone che sia un icneumone, ma che partendo dall’ispirazione di una zebra ne esca un quasi icneumone, o qualcosa del genere, o meglio ancora qualcosa di mai visto, che non abbia nulla più della zebra né del nostro icneumone, ma che evidentemente emerga da una maggiore urgenza, da una necessarietà non prevedibile né programmabile.

E poi, dico sempre loro, ce ne sono già tante di zebre e icneumoni perfettamente ri-disegnati, ri-prodotti!

Noi siamo semplicemente chiamati ad altro.

Quindi a partire dall’informe, che domina il foglio bianco dopo i primi segni fallimentari, ed è spesso preludio alla resa, all’abbandono, guardare e ri-guardare fino a vedere là dove tutti guardano e pochi vedono.

Indurre ad una strategia dell’improvvisazione, personale traduzione del dono celeste dell’ispirazione.

 

In atelier quindi, nessuna retromarcia consentita, e vietatissima: la gomma.

Andare avanti piuttosto, proseguire sempre da quel che c’è, per quel che si è.

Che è un po’ quello che si capisce della vita, da grandi.

Nobilitare una sconfitta, trasfigurarla in qualcosa di inatteso, di inaspettato, di insperato.

Meraviglia delle meraviglie.

 

L’universo parallelo di bestie che nascono in atelier, appartengono di fatto ad una oltre-zoologia che a noi non è data, e che per assurdo, si dà solo a mani poco o per nulla addestrate al disegno, mani di allevatori-pastori-demiurghi erranti come quelle dei ragazzini in atelier.

 

Il Pesce Carnivoro che vive a Cattolica guida i suoi compari nei corridoi del reparto di Medicina Nucleare, Clinica Humanitas Gavazzeni, Bergamo.

 

E successivamente, una volta apparse, comprese, riconosciute:  nominare, e prendersi cura di quelle creazioni-creature.

Costruire una casa ed un mondo, in parole e racconti, al Lefante KinKon che vede una donna e aveva vergogna, al King Kong gigante con i tentacolio al Pesce Carnivoro che vive a Cattolica...

È più chiaro forse ora che, ai miei ragazzini non chiedo semplicemente di disegnare un animale, quanto di dare vita all’unicità di una loro creazione-creatura.

E allora, se devo prendermi cura di qualcosa-qualcuno, nominarlo, creargli un mondo attorno che lo qualifichi e lo determini, certo molto meglio un essere vivente che non un vaso di fiori, una bottiglia, un paesaggio.

Una Natura Morta, come si dice.

Sì... c’è pure la figura umana.

Però quella fa davvero storia a sé e noi non siamo ancora pronti per un tema come quello lì.

Se mai lo saremo.

 

Giulia, se la incontri per strada fai fatica a guardarla negli occhi, un po’ per la timidezza assoluta, un po’ per lo strabismo che ti disorienta. In atelier, come l’albatro di Baudelaire, dispiega ali regali e ti lascia piccolo piccolo in basso, piedi a terra. Ormai disegna su fogli che sono fondali da scenografia, bestie da lasciar d’incanto, con una passione e una tenacia quasi maniacali.

Poi sfrutta la dislessia per nominare in maniera assoluta e unica: il Bisoten, che incornerebbe una locomotiva d’acciaio con la facilità con cui facciamo una pallina della stagnola per la cioccolata, il Gerpaldo denti filati come un vampiro che se lo guardi e non ti piace affila i suoi artigli nel tuo sguardo o la Ienacinta che ha in pancia contemporaneamente 25000 figli, oppure ancora il Rinoceronte Inbirinto... e mi ci sono voluti giorni, e notti, per vedere e comprendere come il tratto labirintico lo riempia proprio solo dentro il segno della sua forma.

In appunto, un labirinto dentro, che si fa corpo, e che corpo...

 

Errore, caduta, cadere, in atelier si pratica la caduta controllata e il suo riscatto, la sua inversione benigna.

Considerare l’errore, la caduta, costituitivi della vita, di ogni vita, di ogni Uomo che sia tale.

Del resto, insegna la meccanica della biologia molecolare, se non ci fossero stati errori su errori, in quella meravigliosa elica che è il nostro DNA, saremmo ancora miliardi di batteri perfettamente allineati.

Anche questo è un altro motivo per cui siamo felici di essere: l’Atelier dell’Errore.

                                                                                                          

La Ienacinta accasata nel Bunker 01 della Radioterapia, Clinica Humanitas Gavazzeni, Bergamo.

 

P.S.: In questi dieci anni di attività, Atelier dell'Errore si è rivelato valido compendio all'attività clinica della Neuropsichiatria Infantile ma anche opera d'arte relazionale, una scultura sociale direbbe Beuys (ma erano i lontanissimi anni ’70...) e come tale ha partecipato a numerose manifestazioni in tutta Italia.

Dal 2011, per volontà dei genitori e dei ragazzini che frequentano l’atelier, si è costituita ufficialmente Atelier dell’Errore ONLUS, con il mandato di promuovere il lavoro già svolto per la NPI dell’AUSL di Reggio Emilia e con l’intenzione di sperimentare questo approccio metodologico alle problematicità inerenti la Neuropsichiatria dell’Infanzia, anche in altre realtà nazionali.

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