L’evoluzione linguistica dei discorsi di Napolitano

Il discorso di fine d’anno è l’unico momento rituale in cui la figura più autorevole del nostro ordinamento si rivolge direttamente a tutti i cittadini. Per questo ciascun Presidente si è posto il problema di come stabilire il contatto simbolico con gli italiani che lo ascoltano da casa. Sono rimasti famosi i riferimenti di Pertini a tutti coloro, adulti e bambini, che nell’anno in via di concludersi gli avevano fatto visita al Quirinale, così come è difficile dimenticare l’affettuosa trepidazione di Scalfaro, sempre preoccupato di apparire un intruso e attento a precisare che il proprio augurio si sarebbe fermato sulla porta di ciascuna famiglia nella speranza che poi qualcuno volesse accoglierlo tra le mura domestiche.

 

Giorgio Napolitano, al suo sesto discorso del 31 dicembre, ha deciso di cominciare questa volta con un ringraziamento per l’entusiasmo persino inatteso con cui uomini, donne e bambini di tutto il paese hanno preso parte alle celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario dall’Unità: una scelta insolita, perché i presidenti, conservano il proprio grazie semmai per la conclusione (nei suoi discorsi Napolitano lo ha espresso una volta soltanto, nel 2008, di fronte alle numerose manifestazioni di simpatia e di fiducia trasmessegli in tutto il paese).

 

Tuttavia, a darle troppa importanza, questa piccola infrazione delle leggi non scritte dei saluti di fine anno potrebbe ingannarci, perché semmai lo stile oratorio di Napolitano ha curiosamente evoluto da un’austera spontaneità verso un tono più formale e distante. La grande svolta, per cui si può parlare di una vera e propria cesura, si è consumata lo scorso anno. Fino al 2009, pur nella solennità dell’occasione, Napolitano inclinava per un fraseggio non eccessivamente complesso. Dal 2010, invece, i periodi si sono fatti anzitutto molto più lunghi e articolati, riportando la sintassi presidenziale a vertigini sostanzialmente scomparse dai nostri teleschermi dai tempi di Leone. Al posto della semplificazione – per trent’anni un indirizzo uniforme, pur con tutte le differenze di stile dei vari presidenti – ecco piuttosto la tendenza a riaprire all’improvviso la frase, con un nuovo concetto che integra e in parte corregge quanto appena affermato (vere e proprie postille come “senza mettere in causa la dimensione sociale del modello europeo, il rispetto della dignità e dei diritti del lavoro”o come “nonché del suo impegno per riforme strutturali volte a suscitare una più libera e intensa crescita economica”). Quando invece la coda non è costruita semplicemente attraverso un gerundio, seguito da una catena di subordinate.

 

L’impressione che adesso il discorso di Napolitano funzioni meglio per la lettura silenziosa che ad alta voce è confermata anche un altro aspetto singolare del saluto del 31 dicembre: l’iperaggettivazione (“nuove meditate decisioni”, “partecipazione sentita e significativa”) e in particolare la tendenza a collocare gli aggettivi davanti ai sostantivi, a costo di dare all’intera frase un’inflessione se non retorica sicuramente poco naturale. E questo appare tanto più vero di fronte al sistematico ripetersi di un medesimo modulo (“travagliata crisi politica”, “fecondo dispiegarsi”, “meditate decisioni”, “solido fondamento”, “forte vocazione”) e al proliferare di perifrasi tipiche della prima repubblica come “più conseguente integrazione europea”, “più costruttivo ed efficace svolgimento”o “più coerente sforzo congiunto”(dove l’aggettivo corregge, precisa ma spesso – soprattutto – attenua il sostantivo).

 

Quello che è quasi scomparso dal discorso di Napolitano è semmai un altro “più”, che aveva segnato invece i suoi discorsi fino al 2009, con un preciso richiamo al movimento lento ma costante verso una società al tempo stesso solidale e prospera che è la cifra distintiva di ogni vero riformista (quale per decenni il Presidente della Repubblica è stato). Già l’anno scorso aveva cominciato a intrufolarsi un dubbio: “il sogno di un continuo progredire nel benessere, ai ritmi e nei modi del passato, è per noi occidentali non più perseguibile”. E il dubbio, a distanza di dodici mesi, è diventato a tal punto una certezza che la parola chiave degli auguri per il 2012, nel passaggio più retoricamente scandito di tutto il discorso, è adesso “troppo”: “Dobbiamo comprendere tutti che per lungo tempo lo Stato, in tutte le sue espressioni, è cresciuto troppo e ha speso troppo, finendo per imporre tasse troppo pesanti ai contribuenti onesti e per porre una gravosa ipoteca sulle spalle delle generazioni successive” (corsivi miei). Nelle parole e nell’immaginario di Napolitano il sole dell’avvenire è stato sostituito da un tramonto.

 

Se escludiamo il 2010, anno dell’inversione di rotta, erano decenni che non veniva pronunciato un saluto ai cittadini così lontano dalla lingua degli ascoltatori (in bocca al Presidente oggi stonerebbe un’espressione al tempo stesso colorita e icastica come “procedere con rattoppi”da lui adoperata nel 2009). Si possono fare diverse ipotesi a proposito di questo radicale cambiamento. Un discorso importante come quello di fine anno nasce sempre dalla discussione con i collaboratori più stretti del Presidente e può darsi che a partire dal capodanno 2010 nello staff le mansioni siano state distribuite diversamente. O si può pensare invece che la dizione un poco solenne di Napolitano sia invece un risultato delle celebrazioni per l’anniversario dell’Unità, nelle quali un ruolo centrale ha avuto proprio il recupero della tradizione risorgimentale contro i rifiuti novecenteschi della retorica patriottica.

 

Non è inverosimile però che la svolta di Napolitano abbia a che fare piuttosto con la situazione politica e che dunque la minore scioltezza corrisponda al ruolo speciale che il Presidente della Repubblica è andato assumendo nell’ultimo anno e mezzo di crisi, e soprattutto da quando, con il governo Monti, si è accollato una funzione di indirizzo ai limiti delle sue prerogative costituzionali. I linguisti ci insegnano che, nell’economia della frase, avverbi e aggettivi hanno la funzione di introdurre quelle sfumature e quelle precisazioni che attenuano le contrapposizioni frontali. È insomma come se, dall’accresciuta responsabilità politica del Presidente sia discesa anche l’impossibilità di parlare in forme meno ingessate, secondo una precisa strategia di avvicinamento al cuore dei cittadini perseguita da tutti i garanti della costituzione da Pertini in poi: anche per sopperire alle lacune di una politica di Palazzo troppo spesso autoreferenziale nei propri codici per addetti ai lavori.

 

Nella costituzione italiana il Presidente della Repubblica regna ma non governa. Eppure, che – da un punto di vista strettamente oratorio – la distinzione non sia mai stata così sottile come negli ultimi dodici mesi potrebbe non essere più una semplice coincidenza.

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