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La festa del non lavoro

Nel discorso d’insediamento alla sua seconda presidenza della Repubblica, Giorgio Napolitano ha riportato ex imo cordis all’attenzione pubblica il tema della disoccupazione generazionale, invitando a «comportamenti collettivi di maggior responsabilità». Mi ha colpito l’uso dell’aggettivo, che pareva  oramai un reperto vintage buono per liceali okkupanti e  femministe redivive. Poi mi torna in mente Dante, il canto XIV del Purgatorio, in cui l’ “invidioso” Guido del Duca si chiede retoricamente ragione dell’affannosa e tranciante rincorsa dei beni materiali da parte dei viventi, utilizzando la formula sibillina del «consorte divieto». Più avanti toccherà a Virgilio scioglierne il senso, spiegando come l’invidia degli uomini scaturisca dal perseguire il loro desiderio proprio quei beni la compartecipazione ai quali ne diminuisce l’entità: «dove per compagnia parte si scema». 

 

Altro che collettivo: è l’invidia, caro presidente, a segnare i rapporti intra e intergenerazionali, in un momento storico in cui un’esigua porzione di trenta-quarantenni (ossia di quella che dovrebbe costituire anagraficamente la middle class della produttività) beneficia di un impiego fisso. Non dirò un lavoro, perché non conosco nessuno, tra i miei coetanei, che non ne abbia uno, ma un impiego, inteso come impegno remunerato presso un ente, istituzione, associazione in grado di garantire anche una minima continuità (con annesso reddito, ovviamente) alle cosiddette collaborazioni occasionali. Ecco, allora, l’invidia, nei confronti di quanti invece, pur nei mutamenti politico-economici e sociali intercorsi negli ultimi due decenni e a tutti evidenti, abbiano avuto comunque il privilegio (non disgiunto dal merito, in molti dei casi, ma non per forza o soltanto ad esso conseguente) di entrare a far parte a pieno titolo della vita sociale (e materiale) connessa a un circuito produttivo definito e consolidato.

 

Quelli che invece no, gli invidiosi (tra cui chi scrive), cosa fanno, come vivono, di cosa campano? Hanno lauree, dottorati, master, specializzazioni, esattamente come i loro coetanei più fortunati, hanno fatto, al pari di quelli, la gavetta in molti campi: università, editoria, giornalismo (limitandoci all’ambito culturale, che qui si pratica). E adesso? E adesso niente, lavorano. Lavorano tanto, magari ogni giorno, anche se il sistema produttivo li chiamerebbe disoccupati per la mancanza di un reddito fisso. Contano sulle sporadiche entrate da collaborazioni free lance che nel frattempo si diradano rendendosi sempre meno remunerative (una scheda di valutazione editoriale viene retribuita cinquanta euro lordi, una recensione, quando va bene e cioè quando il compenso non sia uno schietto “grazie”, non molto di più), non pagano la tasse o i contributi (a differenza di badanti e collaboratrici domestiche, ad esempio, che guadagnano non meno di dieci euro all’ora - esclusi i contributi, versati a parte), non avranno la pensione. Ma, soprattutto, si sentono ripetere, quando provano a chiedere consiglio ai referenti dei loro percorsi formativi (se non vogliamo più chiamarli “padri”), che è normale, che il mondo è cambiato, che c’è da aspettare, o da inventarsi qualcosa, le ripetizioni, affittare una camera ammobiliata qualora se ne disponga, oppure (“e perché no?”), proporsi in qualità di “compagnia qualificata” di manager o uomini facoltosi in occasione di convegni o altri ritrovi di (chiamiamolo) lavoro.

 

Intanto, però, più si guardano intorno, gli invidiosi, più verificano che la rappresentazione vulgata non coincide esattamente con la realtà, e che alcuni degli ex compagni di strada, oggi più o meno amici, un lavoro ce l’hanno, e spesso ne hanno due, e qualche volta vantano collaborazioni multiple piuttosto redditizie e prestigiose. Dirigono collane, scrivono sui quotidiani, tengono corsi a pagamento, oltre a percepire un fisso a tempo indeterminato.

 

Allora? Forse i tempi mutati e le nuove condizioni economiche, sociali e culturali imporrebbero un passo indietro e un rovesciamento del «consorte divieto» in «solidarietà generazionale». Forse quanti godono del vantaggio di uno stipendio fisso, in considerazione dell’emergenza del mercato del lavoro e in special modo di quell’ampia zona di sommerso (nero? volontariato?) dei cosiddetti knowledge workers, potrebbero farsi da parte («comportamenti collettivi più responsabili») in favore di ex compagni di strada, che a parità di merito abbiano incontrato percorsi più accidentati, vicende professionali o personali meno lineari e fortunate. Farsi da parte, ma non solo; declinare cortesemente per sé e proporre un altro: conosco il tale che questo lavoro lo farebbe altrettanto bene e che non ha, al momento, di che campare. Un socialismo dell’emergenza, un “lavorare meno, lavorare tutti” aggiornato all’epoca del precariato come lagna (dall’interno) o come alibi per non fare (dall’alto) nulla che vada al di là della disamina teorica del problema, come se non ci riguardasse (e taluni, poi, in effetti, non li tocca direttamente).

 

Altrimenti converrà disobbedire al presidente e disoccuparsene, senza più farne materia di chiacchiera pubblica éngagé o di improbabili consigli fuorilegge nel privato. Dopotutto il sistema produttivo li emargina, gli amici li dimenticano: resteranno, dantescamente, degli incappati.

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Giuseppe Biagi