La mamma italiana. Da chioccia a rapace

Le mamme migliori del mondo secondo il Wall Street Journal (Il Sole 24 Ore, 16 febbraio 2012) sono italiane, anche se pareri contrari indicano la preferenza per le francesi o, potenza dei nuovi mercati, addirittura per le cinesi.

L’autorevole quotidiano cala dall’alto la sua osservazione forse confusa con la qualità della vita che, crisi permettendo, esiste ancora in Italia: clima piacevole e vita all’aperto, buon cibo, solidarietà familiare, persistenza dei valori sacri del focolare.

Ma se osserviamo da vicino questi domestici animali che da sempre custodiscono la prole, notiamo che nell’ultimo trentennio hanno subito strane metamorfosi.

Se la cura e l’attenzione al neonato spesso diviene maniacale, è forse anche per il legame stretto con il pediatra di base, recettore involontario delle ansie da puerperio, che le trasforma in avamposti delle case chimico-farmaceutiche in fatto di igiene e pulizia ambientale. “Sterilizziamo tutto,” dal biberon alle mura domestiche, fino alle mani parentali che osano toccare la preziosa creaturina.

 

La nevrosi, che tutti ci accumuna nella psicopatologia della vita quotidiana, ormai si è insinuata in forme di controllo smodato, e come potrebbe essere altrimenti in un clima di insicurezza generale che dal politico, martellante nella sua inefficienza e corruzione, si estende ad ogni spazio della vita economica e lavorativa perché si sa, le donne sono sempre in credito: di emancipazione, salari, diritti, tempo e, complice Freud, attributi fallici?

Come non pensare che il femminile non sia l’indicatore di una trasformazione che già Pier Paolo Pasolini indicava, negli anni Settanta, nella sua sostanza antropologica verso forme ibride, confuse, allo sbando?

Ma le madri resistono, complice la pubblicità incitante alla perfezione, il perbenismo cattolico che trasforma le genitrici, agnostiche distratte fino al giorno prima, in celeri taxiste verso il Catechismo infrasettimanale: certo la Prima Comunione è ormai una festa imprescindibile, un po’ come il Natale, nulla di autentico, solo la facciata religiosa che non riesce più neppure a nascondere l’esibizione e l’allestimento da palcoscenico verso il pubblico dei parenti festanti ivi accorsi, recanti regalucci e ricordini, nel consueto scenario agrituristico post cerimonia.

 

Ma è nell’esperienza scolastica che la madre chioccia, accudente, e plaudente i successi della scuola materna con le prime paroline in inglese (interessante sarebbe valutare l’effettiva validità di certe esperienze didattiche che paiono allestite più per spendere i fondi d’Istituto a vantaggio di qualche docente che per quello dei piccoli scolari!) sfoga la sua atavica frustrazione ed esclusione dal potere politico, finanziario, decisionale, prendendo a cuore in modo ossessivo l’andamento scolastico dei propri geni.

Sì “geni”, perché il DNA non è certo un’opinione, ma neppure è opinabile che il proprio figlio sia sempre e insindacabilmente “un genio”, certo magari incompreso.

E provino, guai loro, gli insegnanti a dire che magari qualcuno di questi piccoli eroi, non sempre è quell’asso che lo sguardo amorevole materno, e purtroppo anche paterno, crede che sia.

 

Se gli sparuti alberelli, fuori dagli edifici scolastici, potessero parlare, ne direbbero delle belle: quelle eterne comunelle di madri sparlanti e pettegole che restano in piccolo gruppo a disquisire su questo e su quello, spalleggiate dal fatto che nelle assemblee di classe potranno dire la loro.

E la loro, la dicono su tutto, fino alla nausea. Forse sarebbe più efficace sostituirsi agli insegnanti, vista la loro smisurata competenza. E così via per tutto l’iter scolastico, sorvegliando compiti con l’occhio del falco, scrutando ogni movimento di supplenti, povere loro, con il fiuto dell’aquila e pronte a piombare sulla preda, ignare delle tante gioie del “precariato docente.”

Certo la loro competenza avrà pure un limite, su su fino al liceo. Come fare con matematica e latino, infatti? Non si ha una “laurea in tutto”, ma si può sempre dire che il docente non piace, non è efficace, non tiene conto di questo e di quello…!

Ma ormai la piccola creatura è adulta, ops… forse non ce ne siamo accorti! E se anche fosse, che fare per rimediare? E di nuovo la voce dall’estero, ma questa volta non per osannare le abnegazioni materne ma per ridicolizzare i frugoletti che non potranno mai diventare adulti, complice le ottuse politiche di un’Italietta provinciale, mai svezzata in termini di dinamicità lavorativa, possibilità di vivere e mantenersi da sé, strana alleata della materne virtù nell’infantilizzare ad libitum!

 

Lo spot di una società immobiliare norvegese (La Repubblica, 15 ottobre 2012) sui figli italiani e le loro mamme coglie nel segno, non solo per i vizi familiari del bebè adulto, ma perché a noi italiani fino al midollo evidenzia quell’incapacità tutta peninsulare di dire basta alle pastoie che stringono da tutte le parti, che soffocano e negano l’unico vero diritto di autonomia e libertà.

In tempi bui, quando anche di fronte alla violenza di un figlio omicida si cercano scusanti, fermarsi e rimodulare il passo diventa essenziale; in una società più che mai fondata sulla famiglia e sulle sue contemporanee declinazioni urge un ripensamento incisivo e sincero sulle forme che il nostro quotidiano assume, sapendo distinguere amore e rispetto dalle pose da pubblicità televisiva del “perfettino” ambiente familiare sempre a rischio di trasformarsi in trailer filmico di un horror senza regime finzionale.

 

Se oggi in Italia tutto ci appare fuori misura, ben venga l’autocritica femminile dissacrante o gentile, pungentee ironica per ciò che siamo diventati, ma più ancora per ciò che vogliamo e sogniamo d’essere: madri, donne che accettano di non piacersi per volersi migliori.

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30 Novembre 2012