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La repubblica dei lettori

Pubblichiamo di seguito alcune riflessioni scaturite dalla “Carta dei Diritti del Lettore”, interessante discussione aperta da Finzioni sul ruolo del lettore. 

 


 

La Repubblica dei lettori non è solo l’effetto delle nuove tecnologie. Anche prima del web esisteva, come spiega a più riprese nel suo libro  La galassia Gutenberg Marshall McLuhan.

 

Nonostante quello che si può credere, sia durante il medioevo, quando nacquero le università, sia qualche secolo dopo, quando prese piede la stampa, tra autori, editori e lettori esisteva un feedback molto forte, dato che si trattava in ogni caso di comunità coese, motivate ed esigenti. Lo stesso accadde durante i decenni che precedettero la Rivoluzione francese, quando la produzione di libelli, compresa la pornografia letteraria, come racconta Robert Darton, divenne un elemento decisivo nella caduta politica del Antico Regime: i lettori diventarono un fattore preponderante nella diffusione di nuove idee agendo come un fattore attivo, e non solo come un elemento passivo del mercato librario. Gli autori erano i primi lettori dei nuovi libri.

 

Certo, che il libro sia anche una merce, è una consapevolezza che la cultura occidentale possiede da almeno seicento anni. McLuhan, citando padre Ong, lo studioso del ritorno all’oralità, scrive che dall’epoca di Ramo (1532) i libri erano considerati merce da vendere e da comprare, e le parole stampate, o in precedenza manoscritte, finivano per reificare la parola per fini intellettuali. Dico questo perché se non abbiamo in mente cosa è accaduto prima di noi, molto difficilmente capiremo cosa sta accadendo oggi. Non c’è dubbio che il web cambia il modo con cui leggiamo i libri, dal momento che chi legge può scrivere la propria impressione di lettura, il proprio giudizio in rete e divulgarlo presso gli altri lettori (sempre che lo vogliano leggere). Rinasce la glossa, una volta redatta sul margine dei volumen, oggi dispersa in modo pulviscolare nella Rete.

 

I lettori sono sempre starti dei parlatori, dei recensori, dei commentatori e anche dei critici. Nei salotti, nei caffè, nei circoli culturali, nelle Case del popolo, nelle sezioni dei partiti, e anche nelle parrocchie. Lì si discuteva di libri. Ma verba volant… certo lasciare una traccia scritta modifica molto le cose; tuttavia questa attività, che si è diffusa nei siti, non è esattamente una forma di critica letteraria, bensì qualcosa d’altro. Non intendo dire che la critica sia patrimonio solo dei critici, ma che la critica è a suo modo un mestiere. Come ha spiegato Jean Starobinski, il critico è in origine un mediatore; uno che sta sulla piazza del mercato e che si mette in mezzo tra il venditore e il compratore e assicura che l’oggetto scambiato (una mucca, una pecora, del formaggio, ecc.) sia davvero buono e il prezzo giusto. Assicura che il passaggio della “cosa” avvenga in modo onorevole e corretto. Si tratta di un uomo di Hermes, Mercurio, il dio degli scambi (protettore dei commerci, ma anche dei ladri…).

 

La critica è un mestiere, oggi in disuso, eppure importante e forse non inutile, dal momento che chi lo esercita svolge questa attività cui si è addestrato attraverso studi, letture, meditazioni, viaggi, incontri, scambi, ecc. La Repubblica dei Lettori ha ancora bisogno dei critici di professione, gente che dedica la propria vita alla lettura, e che è anche pagata per questo (in genere non molto), ragione per cui deve possedere una discreta professionalità. Tutti possono diventare critici, è solo questione di tempo, di studio, di fatica e di esercizio (e di talento, e quello o ce l’hai o non ce l’hai).

 

Detto questo, sono sostanzialmente d’accordo con l’elenco finale. Questi sono i diritti basilari (minimi!) del Lettore. La situazione non è certamente ottimale nel nostro paese il lettore come acquirente è ben poco stimato e tenuto in considerazione dagli editori (con le dovute eccezioni). Il prodotto librario è sempre più modesto, se non proprio pietoso. I libri importanti non si trovano; spariscono dalle librerie; le biblioteche sono spesso luoghi inagibili (a Milano per avere due libri impiego una mattinata, e non riesco ad avere più di quattro libri al giorno per consultazione… un vero schifo).

 

Per molte delle ragioni così ben esposte nel decalogo finale del pezzo di “Finzioni” abbiamo aperto doppiozero.com. Uno dei nostri progetti è lavorare intorno ai libri scomparsi, introvabili. Ritrovarli, rivederli, prefarli nuovamente, metterli in circolazione, in forma digitale (e non solo, potendo). Usare il web come luogo della circolazione di opere, ma anche di giudizi, discussioni, recensioni (Italic, la rubrica di recensioni di narrativa italiana, è condotta a turno da tre giovani lettrici, alla loro prima prova scritta, e altri progetti di recensione e critica abbiamo in preparazione nei prossimi mesi). Doppiozero è una realtà no-profit che raduna lettori, scrittori, editori, grafici, editor, lavoratori dell’editoria. Bisogna farsi sentire. Lo dico da vecchio critico e soprattutto da Lettore: lego, legis. Leggere (falsa etimologia) vuol dire legare insieme.

Marco Belpoliti

 


 

Difficile non concordare, in linea di massima, con questo abbozzo di “Carta dei Diritti del Lettore”. È anzi auspicabile che essa venga approfondita e ampliata dai diretti interessati; e poiché mi onoro di essere, prima e più di ogni altra cosa, un lettore, vorrei dare il mio piccolo contributo affrontando un paio di punti che, a scanso di equivoci, mi sembra opportuno mettere in chiaro in via preliminare, perché altrimenti potrebbero inficiare la validità il resto del discorso.

 

Vorrei che fosse spazzata via ogni traccia di sospetto, in particolare quelli del risentimento e dell’ambizione frustrata, che, per farsi avanti, si appoggia o spera di trovare sostegno in compagni di sventura. Questi discorsi sacrosanti, infatti, spesso sottintendono (molto diffuse) delusioni riguardo a mancate pubblicazioni, scarse o nulle ricezioni, nonché strade sbarrate a ogni tentativo di collaborare a qualche giornale o periodico o rivista specializzata (quando ci scrivono ignoranti patentati, raccomandati, figli di, o addirittura puri e semplici imbecilli). (Confratelli dei quali mi sento spesso sodale, spero senza condividerne astio e rivendicazioni. Sarà l’età... Va però aggiunto, come gli estensori della carta sanno e dicono benissimo, che molti di quelli che scrivono sulla stampa cartacea spesso guadagnano poco o nulla e talvolta non hanno nemmeno l’agio di scegliere ciò che preferiscono, venendo a compromessi non del tutto rivoltanti - l’onore! - pur di poter dare spazio a ciò che davvero preme.)

 

Per ovviare a questi inconvenienti il web è un’ottima opportunità. Ce n’erano anche prima: rivistine, ciclostili, fanzine, fascicoli graffettati; però non consentivano la diffusione e la possibilità di verifica della ricezione che sembra offrire il web. La speranza del sito che trova centinaia di migliaia di visitatori, partendo dal nulla, dalla pura, semplice e anonima buona volontà, non importa quanto preparata o dotata, è identica ai sogni inconfessati di chi ambisce a comparire tra i bestsellers che pure disprezza. Il sito web è un discreto surrogato: è facile e bello mettere e leggere e veder leggere il proprio nome (e un nome a volte è quasi tutto: o così sembra, le prime volte); ma anche qui si possono creare i piccoli circoli, le combriccole di infimo cabotaggio lievemente paranoiche (oggetto di complotti planetari), le sedute consolatorie tipo Lettori Anonimi e così via. Verificare per credere.

 

È sacrosanto criticare editoria, distribuzione e eventualmente professori universitari e critici professionisti, ma insomma... Io personalmente ne conosco alcuni e in linea di massima non mi sembrano dei cretini, anche quando non condivido i loro giudizi o le loro idee, e nemmeno mafiosi o raccomandati. Sarò fortunato... (Non sono uno di loro, sempre a scanso di equivoci: mafioso, barone o stipendiato da editori, intendo; quanto al cretino, non spetta a me dirlo.)

 

E questo mi porta al secondo punto: giustamente il Libro rosa dice che non c’è nessuna auctoritas. Per fortuna! Ma una certa autorevolezza derivante, in modo abbastanza verificabile, dal valore, dalla competenza, dalle opere licenziate e dal tenore morale, anche senza voler fare i chierichetti, mi sembrano indispensabili. Qualcuno di cui fidarsi fino a prova contraria, insomma, senza perdere troppo tempo: ci sono tutti gli altri lettori, certo; ma tra le migliaia, che faccio? mi fido di tutti? verifico i suggerimenti di ciascuno, prima di scartare questo e quello?

 

Ora, io leggo parecchio, e mi piace tantissimo, non farei quasi altro: però i libri sono tanti; alcuni sono da studiare; altrettanti, se non di più, è bello, indispensabile, rileggerli; le lacune sono infinite; le novità si moltiplicano, anche da culture in passato trascurate; e il tempo è limitato. Io ho già i capelli bianchi, maledizione a loro! Sono disposto a perderne per non mancare di rispetto a ogni lettore in cui mi imbatto nei vari siti che visito per curiosità e professione, ciascuno che reclama, o più modestamente suggerisce, il proprio diritto all’ascolto e la propria legittimità a parlare, a dire la propria idea?

 

Mi spiace: no. Posso fare dei sondaggi; verificare qua e là; saggiare nuove proposte in un ventaglio più ampio di quello offerto dai giornali; non voglio nemmeno sfiorare lo spazio sempre più ridotto e il numero di righe sempre più basso dedicato alle recensioni; per tacere della critica saggistica e degli studi monografici o teorici, dalla quale vengono pochissimi suggerimenti e che peraltro è quasi sparita dagli scaffali (un esempio: giorni fa, in una Feltrinelli - tanto per non fare nomi di una grande distribuzione che poco si differenzia dagli ipermercati e che boicotta da anni la media e piccola editoria, certo per ragioni legittime secondo i principi del capitalismo; pardon: del mercato - di una media città del nord, non ho nemmeno trovato, nel settore della saggistica né lo scaffale né la pura indicazione di quella letteraria); ma alla fine, come mi scelgo degli amici, metto insieme un gruppetto di critici di cui mi fido molto, altri di cui devo leggere bene gli articoli prima di vedere se fidarmi davvero, e altri ancora di cui mi fido al contrario, cioè evitando ciò che esaltano e correndo a leggere ciò che sconsigliano.

 

Molti siti web letterari non hanno creato anche loro gruppetti di “amici”, gerarchie più o meno marcate, tapini che alzano la mano dal fondo sperando che qualcuno li stia ad ascoltare ecc.? Non mi scandalizzo affatto. Non grido al lupo! Non penso a raggiri. Mi sembra nella logica delle cose: e se non ti va quel gruppo, vattene, scegline un altro o stai solo, a leggere per conto tuo, chiacchierando con gli amici quando è il caso, ascoltando i loro consigli o dandoli, come faccio quasi sempre io. E come fanno alcuni miei amici, che mi chiedono fiduciosi dei consigli; e io, senza metterla troppo dura, a voce, per telefono, via mail, facebook e talvolta (molto di rado) anche su carta o siti web, lo faccio. E sono contento se e quando si fidano di me. È bello che abbiano fiducia e che mi beneficino di un minimo di autorevolezza.

 

In letteratura, e in genere nel sapere, non esiste la democrazia. Il mercato della cultura è retto da leggi economiche e sociali che sembra che abbiamo rinunciato a cambiare; figuriamoci se saranno i lettori a farlo! Con tutto questo è ottima cosa cercare di fare in modo che tutti abbiano il diritto e le opportunità di accesso nelle condizioni migliori e con la minore spesa (scuole, biblioteche, testi gratuiti online ecc.: nel mio piccolo io lascio che chi vuole prenda e riproduca dove vuole qualsiasi cosa che posso aver pubblicato in qualsiasi luogo: grato che lo trovino di sufficiente interesse da riprodurlo o usarlo, fosse pure per denigrarlo) e infine di dire la loro e di metterla a disposizione di chi lo desidera, cosa che ora sul web è possibile: ma, detto questo, neanche come lettori siamo uguali né sullo stesso piano.

Luigi Grazioli

 

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