Lacrime & Bestseller

Domenica 4 marzo, mentre Massimo Gramellini presentava a Che tempo che fa il suo ultimo romanzo Fai bei sogni (Longanesi), l’alacre e solitamente petulante accademia di taglio e cucito che è Twitter stranamente taceva. C’era nell'aria una certa perplessità, forse anche un po’ di sgomento. Gramellini stava spiegando di avere scritto un romanzo attorno alle reali circostanze della morte della madre, avvenuta quando lui aveva nove anni e che gli era stata spiegata come dovuta a un infarto. Queste circostanze non venivano specificate al pubblico televisivo, si è detto, per non svelare un “colpo di scena” del libro ma anche per evitare che l’intervistato fosse sopraffatto dalla commozione in diretta tv. Gramellini ha sostenuto di aver sempre evitato di fare e farsi domande al proposito, di avere ricevuto la rivelazione da un’amica di famiglia, a più di quarant’anni di distanza dai fatti, e di avere allora provato una forte rabbia postuma nei confronti della madre.

 

La verità non era proprio difficile da indovinare, per lo spettatore. Per controllarla avrebbe potuto consultare su Internet l’archivio del giornale La Stampa (Gramellini ha reso pubblica in tv la data dell’evento e ha precisato che il quotidiano di cui ora è vicedirettore aveva dato a suo tempo la notizia in cronaca). Un altro modo di saperlo era recarsi ad acquistare il libro, cosa che, nella settimana intercorsa dall’uscita in libreria a oggi, hanno fatto in 50.000. Cinquantamila, in lettere. Partenza a razzo? Sì, e in senso stretto: la differenza di velocità con gli altri best-seller (non con i libri normali) e questo è stata la medesima che intercorre tra la partenza di un Gran Premio di Formula Uno rispetto a quella di uno Shuttle da Cape Kennedy.

 

Non che Gramellini sia il primo a scrivere di una dolorosa storia famigliare. L’autobiografismo e la narrazione del dolore sono al contrario la caratteristica che accomuna molti fra i libri che (da sempre, ma soprattutto di recente) hanno interessato il pubblico più vasto. Basterà menzionare Emmanuel Carrère, la spietata anamnesi del dolore provocato dallo tsunami, dalla morte di una bambina e dalla malattia mortale di una cognata, in un libro sintomaticamente intitolato Vite che non sono la mia (Einaudi). O il caso di “Profezia”, un vero capolavoro che Sandro Veronesi ha scritto sulla morte di suo padre e che si legge nell’ultima raccolta di racconti Baci scagliati altrove (Fandango). La tragica morte di David Foster Wallace ha messo in evidenza come i suoi romanzi e i suoi racconti parlassero ossessivamente di depressione, psicofarmaci, tendenze suicide. L’autobiografismo più accanito, elaborato (ed elaborante) esce dall’ambito narrativo e tracima per esempio nelle arti figurative, con il lavoro di Sophie Calle sulla morte di sua madre (Pas pu saisir la mort, Biennale Arte del 2007) o la strenua messa in arte del proprio corpo, e anche della propria morte futura, compiuta da Marina Abramovic. La morte della madre, in particolare, è stato un elemento determinante nella biografia di molti scrittori, come Giorgio Manganelli (che non pubblicò nulla, sin che la madre visse). Ma abbiamo poi la morte di una figlia in Isabel Allende (Paula, Feltrinelli) o Philippe Forest (Tutti i bambini tranne uno, Alet), i clamorosi casi italiani di Susanna Tamaro e Oriana Fallaci (sul figlio non nato e sul compagno), o la Joan Didion che parla della malattia della figlia e della morte del marito, improvvise e concomitanti (L’anno del pensiero magico, Il Saggiatore). L’esperienza del lutto e del dolore è la più forte, ma non è la sola: la filosofa Michela Marzano ha fatto i conti con l’anoressia e il groviglio di rapporti famigliari che ha dovuto affrontare tramite un libro di totale franchezza, rivolto al grande pubblico (Volevo essere una farfalla, Mondadori).

 

Nella patria di Giovanni Pascoli (morte del padre), di Carlo Emilio Gadda (morte del fratello e della madre) o più recentemente di Aldo Nove (morte dei genitori e adolescenza perduta nell’attraversamento del doppio trauma, La vita oscena, Einaudi) non è certo il fatto di raccontare un vasto e persistente dolore a poter apparire anomalo, o commercialmente sospetto. Del resto, di cosa dovrebbe occuparsi la letteratura? L’America e la Luna sono state scoperte, Atlantide non c’era, gli dèi se ne sono andati, gli Ufo non sono arrivati mai. Per dirla una volta in più con il Gadda saggista, finiti tutti i Viaggi possibili, l’altrove di cui resta da parlare è la Morte. Ma appunto, come farlo? Ed è possibile distinguere tra la letteratura e un’editoria del dolore, che dalla letteratura prescinda?

 

Per Gadda il dolore era oggetto e tramite di cognizione. Ai tempi di Primo Levi la letteratura era il linguaggio che consentiva di esprimere il dolore, mediandolo razionalmente e cioè imponendo all’espressione una sorveglianza che lo rendeva comunicabile. Il libro rendeva pubblico ciò che non si sarebbe potuto, se non per via letteraria. Ma poi è arrivata la tv del dolore. Da Portobello al Maurizio Costanzo show ha offerto la possibilità dello sfogo, già tipica del rotocalco popolare ma anche delle chiacchiere in treno tra sconosciuti, sempre ben provvisti di rocambolesche disgrazie da raccontare. Oggi andare in tv a piangere la morte del gatto è da reality show; andarci per promuovere un libro, una canzone, un film o una fiction (che a loro volta parlino di un lutto, privato o collettivo che sia) è invece da artisti. L’affinamento dell’industria del dolore prevede ora il libro come oggetto transizionale: scrivo il dolore, così in tv vado a parlare del libro. Il libro, infatti, non è più visto come un oggetto pubblico (forse si sospetta che non verrà mai letto davvero, o capito, o ricordato). Di conseguenza, nel libro la mediazione non è più necessaria: se voglio, posso metterci le viscere allo stato grezzo, o il loro semilavorato. Tutto me lo consiglia: viviamo in un’epoca in cui l’emozione deve essere comunicata con meno mediazioni possibili.

 

La cosa che parte e arriva dalla pancia (senza passare dalla testa se non per il tempo di un breve marameo) una volta si chiamava colpo basso (o peggio). Ma erano i tempi in cui si teneva in onore la più nota poesia di Fernando Pessoa, quella che dice: “Il poeta è un fingitore / finge tanto interamente /che sa finger che è dolore / il vero dolor che sente”. Oggi si preferisce la sincerità.           

 

Questo articolo è apparso su La Repubblica il 16 marzo 2012.

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO