Speciale Librerie | Libreria, scambio umano

E’ una questione di atmosfere, di involucri, perché se si pensa esclusivamente al contenuto non c’è partita: i libri si vendono solo nelle grandi distribuzioni non nei piccoli negozi dedicati. Questa è ormai la nuda realtà. Ciò che sta succedendo a Milano (vedi Cataluccio) o a Roma (vedi Cortellessa) è di fatto accaduto in generale nelle città italiane. Gli antichi luoghi dell’anima che erano le librerie storiche hanno dovuto sloggiare, riconvertirsi o addirittura chiudere i battenti. E questo è accaduto anche in moltissime città europee, poiché è un trend negativo preciso che le “ragioni dell’economia” impongono alle “ragioni della bellezza culturale”.   

 

 

La chiave per capire sta tutta nella pagina culturale dei quotidiani: in alto, in bella evidenza, la classifica dei libri più venduti della settimana, sotto le diverse recensioni proposte dalla redazione cultura e gli approfondimenti su un libro particolare ritenuto degno di speciale attenzione. In alto Luciana Litizzetto, Benedetto XVI, Mettiamoci a cucinare di Benedetta Parodi, Cinquanta sfumature di grigio, un Camilleri e Ken Follet; sotto recensioni a I maestri di Tuina di Bi Feiyu, Pro Patria di Ascanio Celestini, La parte del fuoco di Marco Rovelli; al saggio di Denis de Rougemont Pensare con le mani; al centro un approfondimento su Belle per sempre del premio Pulitzer Katherine Boo. In alto ciò che gira in gran quantità nelle librerie, sotto e al centro i libri appena usciti e destinati a un consueto standard vitale che può durare dai tre ai sei mesi, senza mai entrare neanche lontanamente nelle classifiche prima di finire nei magazzini-macero di Opportunity a Santarcangelo di Romagna. In alto vediamo ciò che conta economicamente per l’industria editoriale, in basso ciò che, secondo l’avveduta redazione di un grande giornale quotidiano conta per una proposta culturale seria e utile. Tutto nella pagina culturale: dalla cucina parodiana al conflitto tra etica e passione del vecchio e sempre attuale Rougemont. Dov’è il problema? Tutto fa editoria, no? Tutto fa economia, no? E siccome è con i soldi delle ricette (oggi al quarto posto nelle vendite) che noi paghiamo anche la preziosa riedizione del saggio di Rougemont, allora, per la proprietà transitiva, anche le ricette sono da ascrivere all’ambito culturale. O no? Quindi lo schema del gioco conclusivo è: quintali di Sfumature VS la qualità: uno scontro che non ha storia, un match stravinto dalle Sfumature, con grande gioia di Mondadori & C. Ora, a che serve allestire librerie di raffinata estrazione, in grado di “servire” la clientela rispondendo alle più ricercate esigenze, di ospitare iniziative di alto profilo in cui la scherma intellettuale possa prodursi nei suoi esercizi più belli, magari rimanendo nelle aree più piacevoli e “amichevoli” della città? A niente. Per vendere i metri cubi di Sfumature servono delle vetrine ben illuminate e basta, e le librerie per i pochi, pochissimi lettori italiani vadano pure al diavolo in una qualche periferia. E’ la legge dei numeri. La stessa legge che, a suo tempo, ha ucciso le piccole sale cinematografiche delle città e dei paesi d’Italia, lasciandoci in balìa della grande distribuzione. Questa è la realtà.



 

A Bologna, con in casa la più grande università italiana (la più antica mondiale), il sistema librario ha dovuto rapidamente adeguarsi ai grandi flussi mercantili per cui c’è tutto, come si dice, ma l’offerta è sostanzialmente un’offerta quantitativa con cui la rete è ormai ampiamente in grado di competere. Dai luoghi dell’anima si è passati al modello Feltrinelli (duole sempre dirlo pensando alla storia di questo editore): efficienza-quantità-impersonalità. Tutto avviene all’ombra delle torri e poco oltre: IBS, Feltrinelli, Feltrinelli International, Mondadori, Libreria universitaria, Libreria Nanni. Il resto sono piccole cose (lo dico con il massimo rispetto, naturalmente). Tranne in un caso, il passaggio dalla libreria al “negozio di libri”, come lo chiamano i rudi inglesi, è compiuto e io non credo che vi siano possibilità di ritorno.   

 

 

Rimangono le atmosfere, dicevo, cioè il come e non il che cosa viene proposto e allora lì la partita si riapre, in quella terra di nessuno che è la qualità, nella quale tutti possiamo portare il nostro contributo; lì si può lavorare per ripristinare le librerie-crogiuolo dove insieme agli altri volentieri ci piace “lasciare l’anima”. E’ il tentativo piuttosto straordinario che la Libreria Coop-Ambasciatori di via Orefici, e la neonata consorella (ex Zanichelli) di Piazza Galvani, stanno compiendo. Lo sforzo è quello di riconsegnare alla libreria l’alta funzione di scambio umano (proprio quella delle antiche stamperie quattro-cinquecentesche veneziane). Ma andiamo con ordine. In via Orefici, all’Ambasciatori, la formula è stata quella della fusione merceologica con il mondo del cibo proposto da Eatitaly; due mondi, i libri e l’alta gastronomia, che insieme letteralmente si accompagnano, si conversa ai tavoli di Eatitaly, degustando e sorseggiando primizie, e allo stesso tempo si può seguire dall’alto quello che accade al primo piano dove il regista-fondatore Romano Montroni coordina l’incontro con l’autore di turno davanti a una platea gremita e seguita, nasi schiacciati sul vetro, anche dalla retrostante via della Pescheria vecchia, dalle persone di passaggio attirate, che so, da un Bergonzoni in splendida forma o da Romani Prodi catturato al volo tra un impegno internazionale e l’altro. C’è un’atmosfera intensa, ancorché “di massa”, ma in questa libreria si ha la sensazione di essere accolti. Comprare lì, anche Ken Follet, è più confortevole che comprarlo in un “negozio di libri”. Più dei libri poté il cibo? Non credo, i comparti, nonostante la mistione, rimangono ben distinti e semmai, appunto, l’uno incrementa l’altro e lo scambio umano acquista una chance.

 

 

C’è l’altra versione, inaugurata lo scorso ottobre, della Libreria-Coop, quella di Piazza Galvani, direttore sempre Montroni: un luogo etereo, avvolto dalle antiche boiseries della storica libreria Zanichelli. Musica raffinata diffusa sottotono, stanze nitide e avvolgenti, ma soprattutto un’atmosfera silenziosa, assorta, da raccoglimento in cui la consultazione anche di Ken Follet può avvenire con l’assoluta discrezione del personale, e il grande rispetto degli altri clienti che condividono il clima sommesso. La negazione della cagnara del consumo.

 

Conosco bene, per mia fortuna, cosa sia una libreria in cui poter fare incontri e riflessioni con le persone che, per ragioni diversissime, scelgono un dato luogo per farlo, come per “esibirsi” suonando ciascuno il proprio strumento. Ho conversato per ore con Goffredo Parise e Andrea Zanzotto alla libreria Becco Giallo di Oderzo diretta da Gianni Zaghis, con loro abbiamo fatto progetti, incontrato moltissimi altri autori, persino fondato una casa editrice, e tutto è avvenuto rigorosamente in libreria.

 

Che dire: quelle cose non accadranno mai più, lo so. Ma potrà accadere che io possa andare in una “libreria Altra” in cui il coraggio di un’azienda investa energie e intelligenza oltre il commerciale per realizzare la stimmung senza la quale né si vendono libri né si realizza lo scambio umano.

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