Mancavano pochi giorni al Natale. Ero in quarta elementare. Fuori era buio e pioveva. Ingannavo l’attesa contando le goccioline che scivolavano sul vetro appannato della finestra, come le finestrine del Calendario dell’Avvento.

Sognavo l’arrivo dei regali e non mi sembrava esistesse altro. Il bambino, che stava seduto nel banco di fronte al mio, alzò gli occhi dal suo quaderno, mi guardò perplesso e disse ad alta voce: “Francesco è tutto blu!”. Ci fu una grande confusione e in pochi minuti mi ritrovai in infermeria.

 

Mentre stavo sdraiato sul lettino, tutto nudo, come su un tavolo anatomico, l’infermiera riuscì a rintracciare mia madre nella scuola dove insegnava e la fece venire d’urgenza. Mi consegnarono a lei con un misto di paura e ribrezzo. Sul taxi, che sfrecciava per le strade addobbate con le luminarie, tremavo tutto e sbavavo, mentre cantavo come un disco rotto la canzoncina del Natale. Il conducente disse a mia madre: “Signora, non son fatti miei, ma fossi in voi lo porterei diritto all’ospedale”. La parola ospedale non era mai piaciuta alla mamma e gli rispose seccata che il mio posto era al calduccio nella mia camera. Là arrivarono dopo poco i due zii medici (il fratello di papà, specialista in malattie polmonari o, come lui precisava, “della povertà” e quello della mamma, giovane analista del sangue e studioso di leucemie). Siccome ciascuno vede anzitutto quello che sa, si dissero convinti, dopo un paio d’ore, che si trattasse proprio di leucemia e che forse non c’era più nulla da fare La mamma ribadì disperata che mi avrebbe curato a casa. La mia stanzetta si trasformò così nell’appendice di una clinica, con vari trespoli che reggevano boccioni per le flebo, macchine-rilevatori ispide di fili e tavolini traboccanti di multiformi scatole di medicine. Su una parete comparve, a un certo punto, anche la riproduzione di un’icona russa che rappresentava San Giorgio su un cavallo bianco che infilza un attorcigliato drago.

 

Iniziò così un lungo periodo di cure che durò cinque mesi. La parola leucemia, per tassativo divieto della mamma, sempre incline a considerare le parole foriere di reali mali, non veniva mai pronunciata. Si usava una formula più generica e misteriosa, che poi divenne però la diagnosi ufficiale: “avvelenamento del sangue”.

All’inizio, a causa della febbre altissima, delirai, a intermittenza, per una settimana. Chiamavo in continuazione un compagno di classe, tale Mauro Falsini, che abitava in una sorta di “casa famiglia” attigua a un ospizio per vecchi, a due passi dalla scuola, in riva all’Arno. Mauro era sempre vestito di grigio, con i pantaloncini corti, modello a mutanda, e un baschetto bretone costantemente calcato sulle ventitrè. Sembrava sbucato fuori dal film Marcellino pane e vino, o da La guerra dei bottoni. Era un pessimo studente, tanto che avevo dovuto aiutarlo io a scrivere la lettera a Babbo Natale (desiderava un pallone e rivedere la sua mamma). Era anche molto grasso e a merenda si nutriva sempre con una michetta ripiena di gnocchi al pomodoro freddi, avanzi della cena del giorno prima, che offriva generosamente ai compagni nella speranza di ricavarne in cambio qualche gustosa brioche o pizzetta. Veniva chiamato “Cicciobomba” e così io lo invocavo nei miei pirotecnici deliri. Soprattutto la notte, quando la temperatura saliva oltre misura, mi percuotevo con i pugni la fronte, costringendo la nonna, che mi stava accanto insonne, a tenermi saldamente le mani nelle sue, più bianche del mio lenzuolo.

 

La festa di Natale di quell’anno venne considerata da tutti come, probabilmente, la mia ultima. Mi coprirono di regali, provando ad esaudire in una volta sola, e per sempre, tutti i miei desideri: un cannocchiale monoculare; la locomotiva elettrica in latta che tornava indietro, in uno sfavillio di lucine gialle e rosse, quando cozzava contro un ostacolo; un variopinto atlante geografico; la scatola da trentasei dei pastelli a olio “Panda”; un nuovo pallone di cuoio con le giunture che parevano stringhe e lo stemma del Milan; un compasso appuntito e una macchina fotografica a soffietto della Germania Orientale; una piccola clessidra di precisione con sottilissima sabbia nera.

 

Attraverso i vetri smerigliati della porta della mia camera intravedevo le ombre distorte degli ospiti che, alla luce fioca delle candele, depositavano pacchetti sotto l’albero, come fossero corone di fiori. Mi sembrava di esser protagonista di una Natività corrotta dalla malattia: vedevo piegarsi esitanti su di me pustolosi Re Magi, vecchi angeli intenti a disporre stoppose ragnatele luccicanti attorno al mio letto-giaciglio, e sentivo il calpestio sulla paglia di pastori in slabbrate tute da sub che trascinavano riottose pecore, dal rugginoso mantello, che biascicavano pesci argentati.

Mi pareva di rinascere e perire ogni ora, in una sorta di Natale mortale. Quella festa tanto attesa si dilatava nei giorni malinconici della febbre che giocava a rimpiattino col respiro affannoso, tra le mie costole ormai sporgenti.

 

Quando la febbre calava, nel generoso tentativo di alleviarmi il tedio di quella violenta malattia, mi somministravano robuste dosi di musica. Il vecchio e potente radio-grammofono del papà, trasferito in camera mia, diffondeva a getto continuo le note della musica classica. Inevitabilmente, alcune mie inspiegabili idiosincrasie musicali risalgono a quel periodo. Una volta, di certo inavvertitamente, qualcuno mise sul piatto la Prima sinfonia di Gustav Mahler. Quando si alzarono le note del terzo movimento, quella specie di grottesca marcia funebre, suonata con la leziosa cadenza di una canzoncina per bambini (Fra’ Martino), la mamma cacciò un urlo dall’attiguo salotto e, si precipitò a tirar via il disco da sotto la testina, gettandolo per terra come un serpente velenoso. Il papà si arrabbiò molto e litigarono, come non facevano mai, davanti a me, sfogando su quel disco rotto tutta la tensione che si erano covati dentro in quei giorni.

 

Passata l’emergenza sopravvenne la noia. Non potevo alzarmi dal letto ed ero debolissimo. Sembravo, diceva sconsolata la mamma, un fantasma illuminato da una candela. Così, alle quattro del pomeriggio, mio padre prese a rincasare anticipatamente e a leggermi a puntate il Don Chisciotte. Quello fu probabilmente il mio battesimo con la letteratura e la vita. Era anzitutto piacevole che quel severo papà, molto più anziano della esuberante mamma (era stato il suo professore!), sempre con il naso immerso in libri e giornali, si dedicasse per metà pomeriggio a leggermi un libro. Era un lettore caldo e appassionato. Gli piaceva raccontare e vedere sul mio volto le reazioni. Si sentiva che i suoi antenati siciliani avevano avuto familiarità, tra pupi e carretti, con le storie dei cavalieri antichi. Parteggiava apertamente per il cavaliere della Mancia e dedicava a Sancio Pansa una voce tignosetta, decisamente antipatica. Amava e si identificava con Don Chisciotte. Il ritorno del reale era anche per lui sempre fonte di tristezza.

Papà mi guardava allora con uno sguardo acquoso, come non è mai più capitato. Finché è vissuto, il mio rapporto con lui è stato viziato dal bisogno di quello sguardo, dolce e triste, evidentemente irripetibile. L’ho ritrovato soltanto, molti anni dopo, in quello di San Giuseppe falegname di Georges de la Tour, che l’ha fissato per sempre, per tutti noi, figli strani di padri che, tutti presi dal lavoro e dalla fatica del vivere, non sono stati capaci di aprirci ai loro sentimenti.

Anche per questo, Don Chisciotte mi ridette forza.

 

L’anno seguente, forse per esorcizzare di quel periodo, intrufolai, tra le figurine in terracotta del Presepe, un cavaliere a cavallo con la lancia in resta, nella zona delle muschiose casette coi mulini, molto più avanti dei Re Magi, traballanti sui cammelli.

Georges de la Tour, San Giuseppe falegname.

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