Noi emiliani, mezzadri mai domi

E ora che i campanili e i capannoni sono crollati, che i segni dell’identità antica e della modernità imprenditoriale sono venuti meno, che ne sarà della mia terra e dei suoi abitanti? E come sarà il futuro dopo che sono morti, quasi insieme, imprenditori, figli di generazioni di emiliani, e immigrati arrivati qui in cerca di una vita migliore, accettati grazie alla antica abitudine all’ospitalità, ma anche alla sana razionalità? Insomma quale sarà il carattere dell’Emilia dopo lo choc e il trauma che ha visto paesi e simboli devastati?

 

Per rispondere a queste domande, forse dovrei cominciare dall’inizio, dal  fatto che la terra, il clima e la storia plasmano il carattere degli abitanti.A dare la forma all’Emilia, regione che prende il nome dalla strada consolare tracciata da Marco Emilio Lepido per collegare Piacenza a Rimini, intorno al 179 a. C., è la centuriazione romana avvenuta nel IV secolo a. C.: affidare ai coloni la terra appena conquistata e metterla a frutto mediante un sistema produttivo razionale. Si tratta del reticolo di lotti rettangoli, in cui è divisa la pianura padana, e che ancora oggi si legge dall’alto; una trama continua e costante che ha dato l’imprinting alla regione pianeggiante.

 

Il primo carattere degli emiliani trae origine proprio da questa fitta rete di campi e canali, che bonificarono le terre sotto il Po, rendendo agevole lo spostamento degli uomini e dei mezzi di trasporto. Regolarità e costanza sono una delle caratteristiche degli emiliani che vivono da secoli dentro un clima umido, il quale rende fertili le campagne. Se si vuole capire la radice ultima della mia gente, si deve attraversare la pianura nei mesi in cui la terra viene rivoltata dagli aratri, un tempo tirati dai buoi, oggi da ultramoderni trattori con l’aria condizionata: il paesaggio è composto a perdita d’occhio da zolle, una terra scura, pastosa e insieme dura, umida e compatta. Il carattere ci deriva anche dalla nebbia costante in autunno e inverno, dal ristagno dell’aria che sperde i confini e confonde la visione producendo una forma di concentrazione dubbiosa su se stessi. Sicuri e costanti, come lo sono solo coloro che lavorano la terra, gli emiliani sono problematici, perciò amano la discussione e la polemica, discutono sino a spaccare il capello in quattro, ma sanno ascoltare anche lo straniero, abituati a sedere a tavola con chiunque attraversi le loro terre nel corso dell’anno.

 

L’identità emiliana si è formata nel corso dei secoli nei paesi, nelle piccole città, intorno ai campanili delle chiese e ai municipi, alle rocche e ai palazzi, un’identità fatta di ritualità religiose e civili dove, come nella leggenda novecentesca di Giovanni Guareschi, i due poteri, il parroco e il sindaco, confliggono e insieme si bilanciano, in una sorta di lotta con se stessi, con l’altra metà, opposta e simmetrica, che non si può non riconoscere. La laboriosità della mia regione deriva da un’istituzione che altrove – il Sud del latifondo o il Nord delle grandi cascine signorili – non è mai nata, o non si è mai sviluppata: la mezzadria. Vivere in piccoli nuclei, sparsi sul territorio, in case coloniche, e fare a metà con il proprietario delle terre – signore, feudatario, ecclesiastico o nobile che sia – spinge il contadino a produrre di più, a inventarsi sempre nuovi sistemi di sfruttamento della terra, tecniche agricole migliori. Dalla mezzadria settecentesca e ottocentesca deriva la piccola imprenditorialità diffusa degli emiliani, i distretti delle macchine agricole, delle ceramiche, delle tecniche biomedicali, della produzione tessile.

 

Si è imprenditori perché prima si è stati mezzadri, e poi operai, come a Modena e Reggio Emilia, dove le dure lotte sindacali degli anni Cinquanta alle Reggiane, o alla Fiat trattori, produssero tante piccole aziende meccaniche nate dall’iniziativa degli ex operai licenziati. Socialisti prima, fascisti poi, e ancora comunisti dopo la Liberazione, gli emiliani, diffidenti ma generosi, sono stati fedeli alla linea del Partito traducendo nel linguaggio del XX secolo le tradizioni civili del Medioevo e degli Antichi Stati. Fu proprio a Reggio Emilia, con un celebre discorso, che Palmiro Togliatti, detto il Migliore, traghettò il partito resistenziale dalla lotta di classe del proletariato contadino e urbano verso l’identità progressiva dei ceti medi.

 

Oggi di fronte a un evento imprevedibile e inarrestabile come il terremoto, dinanzi a cui si è quasi impotenti, come si comporteranno gli emiliani? Cosa faranno dopo che le prime scosse hanno messo in ginocchio la ricca agricoltura imprenditoriale del Parmigiano Reggiano, mentre le seconde hanno colpito i capannoni industriali, moderne fucine di una imprenditorialità tra le più attive e frenetiche del Paese? Cosa resterà dell’identità dopo il crollo delle torri e dei campanili, dopo che gli orologi, simbolo del Tempus Fugit, ma anche della scansione lavorativa giornaliera, sono caduti a terra, spezzati in mezzo alla macerie dei rossi mattoni?

 

Sarà dura, ma l’Emilia risorgerà: le torri e le pievi là dove erano com’erano, perché l’identità è fatta dai luoghi e dalla storia. “Aspetto un’emozione/ sempre più indefinibile/ sempre più indefinibile”, così si chiudeva Emilia Paranoica cantata nel 1985 dai Cccp, gruppo punk filosovietico emiliano. Questa emozione è arrivata: ripartire.

 

 

Questo articolo è apparso su L’Espresso

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO