Nonne e cibo

Se avete provato a leggere un fumetto di Topolino da grandi sapete che voglio dire: per qualche misteriosa ragione quando si guardano le vignette dopo una certa età si notano cose che i bambini non considerano. Loro si concentrano sulla storia, sui personaggi, sulle azioni, sui “paf!”, “gulp!” e tutto il resto, noi su sfondi, passanti, paesaggi, tratti, colori etc. E sui cani. I quali, si sa, nei fumetti Disney hanno una caratteristica comune: somigliano ai loro padroni. Il tizio col bulldog ha la tipica espressione arcigna di questa razza, la signorina con il barboncino ha i capelli ricci un po’ lunghi che penzolano come delle orecchie, nonché l’atteggiamento aristocratico tipico di questo quadrupede e via così. Nelle fotografie di Gabriele Galimberti che compongono il reportage Delicatessen with love, accade qualcosa del genere.

 

 

I protagonisti, o per meglio dire le protagoniste, tutte invariabilmente nonne, somigliano ai piatti che hanno appena cucinato. Si tratta infatti di una collezione di immagini che affianca uno scatto fatto a un piatto a quello che ritrae la sua cuoca, dietro a un tavolo sul quale sono disposti gli ingredienti con i quali quello stesso piatto è stato cucinato. Se la signora abbia effettivamente dei nipoti nessuno lo sa, ma rughe, capelli bianchi, e soprattutto la pietanza sembra possano esserne la prova assoluta.

 

 

La nonna, Galimberti lo dice esplicitamente, è colei che ti ripete sempre di mangiare, soprattutto quando vai in giro per il mondo dormendo sui divani della gente come ha fatto lui. E così, la nonna armena ha davanti le foglie di vite insieme a tutto ciò che usa per farci degli appetitosi involtini, quella italiana (la nonna del fotografo, se ho ben capito) il necessario per i ravioli e via così, passando per l'iguana in casseruola delle isole Cayman fino alla bistecca di alce della signora dell’Alaska che più triste non si può. Non tanto per l’alce, che l’indispensabile political correctness ci impone di non avere più in simpatia dell’iguana, ma perché l’unica cosa che usa per cucinarlo è un po’ d’olio e una padella.

 

 

Altro che il caleidoscopio di ortaggi della collega indoneseiana, tutto apparecchiato che neanche l’Arcimboldo! Già, perché sul tavolo gli ingredienti non sono disposti semplicemente in modo da far vedere cosa contiene il piatto, come gli ingranaggi di un motore disassemblato, ma organizzati in composizioni geometriche, sorta di mandala del gusto.

 

 

Ma come è possibile trovare una somiglianza fra una nonna e un piatto? Il metodo Disney non funziona: non si tratta dei tratti comuni tra una patata e un viso o tra l’espressione di un barracuda e quella di chi lo ha cucinato (benché in qualche caso…). Perché il tutto funzioni, quello che è indispensabile è lo sfondo, il contesto, e dunque (spesso ma non sempre) la cucina. È su quella che, per delle ragioni misteriose, si finisce per concentrarsi dopo un po’. Sarà perché tutte le signore sorridono e, edulcorando quello che diceva Lessing a proposito della statua di Democrito, vedere qualcuno che sorride sempre lo rende meno interessante, o forse per lo sfondo che ha l’aria di essere sempre costruito nei minimi dettagli. O magari si tratta di due facce della stessa medaglia, l’idea di “foto in posa” che esibisce l’artificialità così come lo scatto rubato fa di tutto per dimostrare la sua casuale autenticità anche (e soprattutto) quando questa non è per nulla reale. Fatto sta che in un attimo lo sfondo passa in primo piano: diventa il testo da leggere, con pietanza e vecchina che assumono il ruolo di contesto. Il punctum ha colpito, e ora è difficile smettere di guardare i bordi.

 

 

È a questo punto che diventa chiaro come funziona la somiglianza di cui abbiamo detto: è l’ambiente che traduce quella faccia in quel piatto. In qualche caso si tratta di una cucina, in altri del salotto buono, in altri ancora di un vialetto sterrato con l’onnipresente bambino zozzo, e poi dispense, camini, angoli di case di fango e chi più ne ha più ne metta, piene di fotografie, oggetti, accessori. Non si tratta, banalmente, di trovare dei tratti comuni nello stile un po’ barocco del mobile egiziano che sta dietro la nonnina di quel paese e la sua torta di riso, pasta e legumi striata dello stesso rosso, effetto che la foggia del piatto (ancora una cornice!) contribuisce a completare costruendo l’aria di “egizianità”. È qualcosa di più sottile che guarda tanto alla geometria perfetta delle stufe (?) sullo sfondo della nonna etiope quanto al disegno, fatto da un bambino, di un uomo barbuto incorniciato e appeso al muro della nonna brasiliana. Per non dire del disordine discreto della cucina maltese, o di quello eccessivo della cucina delle isole Cayman, o ancora della razionalità essenziale “effetto Ikea” di quella svedese.

 

 

Ognuno di questi ambienti, con i suoi oggetti, con i suoi particolari più o meno casuali, fa da ponte, crea delle corrispondenze tra la signora sorridente, la sua espressione, il suo atteggiamento, la luce nei suoi occhi e quello che ci ha preparato. Da ogni elemento, anche il più apparentemente insignificante, emerge il desiderio di celebrare la vera divinità del focolare e il suo miracolo quotidiano. Ma senza quell’altare, che è il vero soggetto di queste fotografie, non ci sarebbe quel sistema di rime, quel gioco di parallelismi e inversioni che rende queste immagini poetiche.

Fotografie di Gabriele Galimberti

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11 Luglio 2013