Op-Ed art your mind. Il New York Times e le immagini al potere

Che cosa hanno in comune i paesaggi digitali di Ben Wiseman, le creature oniriche di Victo Ngai e le vecchie litografie trasformate in bizzarri monstres da Chloé Roizat?

Estremamente diverse nello stile, tutte queste immagini sono accomunate dall’aver fatto incetta di premi prestigiosi (quelli della Society of Illustration, per esempio, o dell’American Illustration) e dalla presenza nella gallery che celebra le migliori opinion art del New York Times nel 2012: una carrellata che mette insieme le più interessanti illustrazioni dell’edizione cartacea e dell’edizione digitale, con i suoi contenuti appositamente concepiti per il web – anche sotto forma di piccole animazioni.

 

Ben Wiseman, Our Newly Lush Life

 

Victo Ngai, The Cost of Cool

 

Chloé Poizat, Joan of Arc: Enduring Power

 

 

Impossibile, qui, tentare di analizzare da vicino o anche soltanto descrivere queste immagini: meglio prendersi un po’ di tempo per fare una lunga passeggiata nella gallery online come nello spazio fisico di una galleria.

 

Più interessante, invece, soffermarsi su un dettaglio non di poco conto: che questa galleria esponga, pagina dopo pagina, non semplici illustrazioni ma pezzi di opinion art, divisi in quelle che potremmo chiamare, riprendendo la metafora, quattro sale – Op-Ed art, Opinionator art, Letters e Sunday Reviews.

 

Sono i nomi delle rubriche che nella scansione classica del New York Times rientrano nella sezione Opinion, in cui trova posto tutto ciò che non è News e non è Features (cinema, teatro, libri): tutto ciò che non è fatto ma punto di vista, che sia un editoriale, la lettera di un lettore, l’intervento su un tema di un esperto non a libro paga del giornale, sia su carta (gli Op-Ed, “opposite the editorial page”, dalla collocazione che avevano sul menabò) sia online (nel blog Opinionator).

 

Altri esempi di Op-Ed pages, New York Times

 

 

Ed è proprio per dare un controcanto visivo al punto di vista degli Op-Ed che nascono quelle che saranno poi chiamate, in gergo, opinion art.

 

Non si tratta, quindi, di semplici illustrazioni, ma di qualcosa di più complesso, che ha una sua funzione altamente specifica e codificata: quella di affiancare agli articoli di opinione un’interpretazione visiva dello stesso tema capace di mettere a fuoco l’argomento e allo stesso tempo di approfondirlo, preferendo l’allusione e la metafora all’accompagnamento didascalico del testo.

 

L’idea di mettere insieme articoli e immagini, accordandoli tra loro come strumenti in un’orchestra, fu una vera e propria scelta editoriale, come racconta molto bene Jerelle Kraus, art director della sezione degli Op-Ed per trent’anni, nel suo libro All the Art Thats Fit to Print (And Some That Wasnt): Inside The New York Times Op-Ed Page (New York, Columbia University Press, 2009 e 2012).

 

Jerelle Kraus, All the Art That’s Fit to Print (And Some That Wasn’t): Inside The New York Times Op-Ed Page, New York, Columbia University Press, 2012

 

 

Il libro, uscito in occasione dei quarant’anni della pagina degli Op-Ed e da poco riedito in paperback, narra di lotte all’ultimo sangue tra reparto creativo ed editor, di illustrazioni scartate all’ultimo minuto per una sfumatura di significato giudicata troppo ardita, pericolosa, non adeguata, di immagini commissionate ad hoc a grandi illustratori discusse per ore in redazione.

 

Era importante e delicato, sottolinea Jerelle Kraus, far parlare quelle pagine anche per immagini, strappando un’occhiata alle colonne di testo.

 

L’immaginazione provava, in quell’attimo, l’ebbrezza di stare al potere, di far guardare le cose in modo diverso, suscitando collegamenti, costruendo metafore, misurandosi, tratto dopo tratto, con la potenza corrosiva della satira. E lo faceva, per la prima volta, su un terreno del tutto nuovo, quello della pagina in cui confluivano le opinioni di illustri contributors e le lettere alla redazione.

 

Ma il libro della Kraus traccia anche, aneddoto dopo aneddoto, una piccola storia della ricezione delle Op-Ed art, come quando racconta dell’illustrazione a corredo di una lettera sull’incidenza delle donazioni in denaro, sotto elezioni, per la riuscita di questo o quel candidato.

 

Ner Beck, Big-money donors decide election winners (Jerelle Kraus, All the Art That’s Fit to Print (And Some That Wasn’t), p. 194)

 

Nell’immagine, che rappresenta una mano pesantemente ingioiellata nell’atto di infilare una scheda dell’urna, molti lettori videro un’allusione antisemita, per via delle sfaccettature a stella dei diamanti indossati. In realtà l’illustratore si era limitato a copiare, da un catalogo di fine Ottocento, un certo taglio di diamante. Il Times lo specificò in una nota, scusandosi comunque per avere urtato, senza volere, la sensibilità dei lettori.

 

Quei brillanti a più facce, che scompongono la luce che li attraversa in fasci di colore, sono un’ottima metafora della complessità delle immagini: apparentemente semplici, perché costrette a far vedere un concetto per comunicarlo, prendendo così, in un modo o nell’altro, posizione, in realtà aprono a ulteriori possibili interpretazioni, proprio per le loro scelte. La caratterizzazione di un personaggio o di una situazione, il richiamarsi a un’ambientazione o a un’altra e persino un dato stile possono, come nel caso dei diamanti incriminati, suggerire molto di più di quello che vorrebbero (o dovrebbero, a seconda dei casi) trasmettere.

 

Ecco il perché di una art direction forte, pronta al dialogo con la redazione, ed ecco il perché delle tante storie di rifiuti, modifiche, ripensamenti dietro alle immagini degli illustratori del New York Times. Una tessitura di testo e di immagini che ha visto protagonisti, tra i tanti, grafici come Milton Glaser, Paul Rand, Mirko Ilić, e illustratori come Sempé, Maurice Sendak, Tomi Ungerer, Art Spiegelman, e che continua ancora a coinvolgere le più importanti firme della grafica e dell’illustrazione contemporanea.

 

L’obiettivo, allora come oggi, è raccontare il mondo come lo pensiamo e come lo vediamo ora, cercando di dare un volto al nostro modo di interpretarlo: così Mike McQuade scompone e ricompone l’immagine di Eisenhower, rimessa in gioco dal progetto di un Eisenhower Memorial, O.O.P.S. fa incontrare Foucault e il surrealismo, a proposito del tema della sorveglianza di stato, e Bénédicte Muller parla della solitudine di chi è affetto da demenza.

 

Mike McQuade, I like Ike (and His Memorial)

 

O.O.P.S., Giving In to the Surveillance State

 

Kraus, di nuovo, lo sintetizza molto bene, con la sensibilità che le deriva dalla sua esperienza di mediatore tra la creatività degli artisti e le esigenze della redazione: “these pictures reveal that illustrations can do more than break up gray text or decorate it narratively. They can be vessels of meaning that enhance right-brain experience by altering mood, jump-starting imagination, or swaying interpretation. This is what Op-Ed art did, and it was startling” (p. 6).

 

Su questa stessa strada continuano a incamminarsi le opinion art del New York Times oggi, riflettendo il mondo sulla loro superficie e restituendo un’immagine che è già un punto di vista su quel mondo, un editoriale visivo.

 

Un’interpretazione che apre a un tipo diverso di riflessione, che è quella di chi legge e contemporaneamente guarda le pagine degli Op-Ed per farsi un’opinione e assume come punti di partenza, entrambi validi, articoli e illustrazioni – vicine di scrivania anche in redazione, e con uguale diritto di parola.

Bénédicte Muller, The Challenges of a Dementia Patient

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