Parole da accumulare

L’appello di Ceronetti contro l’impoverimento lessicale fa venire voglia di aggavignarsi a quell’elenco che mescola la latrina con il pulpito, la lordura con l’Ente Supremo, il baccanale con il sudario. Non è solo questione di nostalgia. Quando nel 1977 Luigi Malerba scrive il suo catalogo di Parole abbandonate non compie una semplice operazione-malinconia, ma cerca di porre un argine alla sparizione del mondo contadino.

 

D’altra parte basta aprire un vocabolario della lingua italiana. Lettera A. Saltiamo le preposizioni e iniziamo a leggere in fila le prime parole. Nello Zingarelli 2012 incontriamo subito abacà: “Pianta rizomatosa tropicale delle Musacee da cui si ricava la canapa di Manila”. Viene da una voce della lingua tagal delle Filippine. La seconda, l’abaco, è una tavoletta simile al pallottoliere usata per eseguire le operazioni di matematica. La terza appartiene a tutti, ma abita solo il linguaggio dei filosofi: nella scolastica medievale si definiva abalietà la condizione di tutte le cose create, la cui esistenza dipende da un altro essere. Seguono: abarico (detto del punto in cui cessa l’attrazione gravitazionale delle Terra e inizia quella delle Luna), abasia (incapacità di camminare), abatino (giovane prete mondano e galante), abat-jour (lampada con paralume), abato (luogo sacro del tempio greco), abavo (trisavolo), abbacare (fare i conti, ma anche fantasticare, almanaccare). E poi: abbacchiamento, abbacinare, abbadare, e si potrebbe andare avanti.

 

Una lista di parole lontane scomparse dal nostro modo di parlare. Ed è solo un gioco, fatto con la prima lettera dell’alfabeto, la prima pagina del vocabolario, i primi vocaboli che ci venivano incontro. Ma volendo si può anche aprire il dizionario a caso:farfanicchio, è una “persona mediocre e superficiale”, da non confondere con il farfallone, che è persona fatua da cui è meglio tenersi alla larga.

I nostri dizionari sono pieni di parole rare, antiquate, polverose, desuete o semplicemente disabitate, parole comuni che hanno vissuto una loro stagione d’oro e che poi hanno traslocato verso altri significati. Se diciamo compagno oggi difficilmente ci riferiamo al militante del Pci. Così la base è una vecchia parola del lessico comunista che rimanda ormai a una stagione sorpassata. Ceronetti nomina il macinacaffè, ma si potrebbe fare lo stesso con il floppy disk che designa una modernità diventata già vintage (termine invece molto di moda).

 

Le parole vincolano. Scrive Roland Barthes: “Il nome conserva col suo sistema d’origine un cordone che non è tagliato ma resta”. Se dico transfert – spiega Barthes – penso alla psicoanalisi, immaginario rimanda a Lacan, cattiva fede a Sartre, borghese a Marx. E se per riportarle in vita bastasse semplicemente nominarle? Abacà, abaco, abalietà, si portano dietro i tropici, i numeri, le nostre esistenze precarie. Solo Dio può scegliere di non parlare: in questo caso si dice aseità, che è la “prerogativa di Dio in quanto ha in sé la ragione della propria esistenza”.

 

PS: Ecco la lista di vocaboli pescati che Guido Ceronetti propone agli insegnanti di scuola come prontuario di parole “ignote” da cui partire:

duolo, latrina, gavigne, aggavignare, esborso, tralucente, allucinazione, lordura, sudario, filatelico, baccanale, casus belli, deflorazione, tribunizio, pulpito, vocazione, meteorismo, nunziatura, antropologia, formalina, balbo, ctonio, mellifluo, contrazioni, brancicante, esilio, paradosso, balestruccio, brucolacco, agghindato, allampanato, fantesca, vestale, zaffata, micòsi, Ente Supremo, cullare, emmenagògo, giullare, giumenta, giogo, spingarda, trinchetto, mormone, Maya, arabesco, cuneiforme, gnostico, agnostico, enteroclisma, caustico, Sesto Grado, sbrindellato, gongolante, addobbo, fecaloma, onnisciente, ludico, trinitario, subbuglio, nittàlopo, cacofonico, epistassi, ludibrio, contrito, cércine, mustacchi, librarsi, garrire, sguarnire, orlatura, fedifrago, psicosomatico, chiliasmo, baratro.

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