Reliquie dei Re Magi

Luca Scarlini ha recentemente pubblicato per Einaudi Il Natale dei Magi , ve ne proponiamo un breve estratto.

 


 

Le reliquie dei Magi ebbero un destino assai complicato e burrascoso e proseguirono un karma di nomadismo, passando da Bisanzio a Milano e approdando alla loro attuale sede di venerazione, a Colonia. La tradizione offre versioni tra loro assai diverse degli eventi, concordando però sul fatto che i nostri sarebbero infine morti martiri a Gerusalemme, dove sarebbero tornati per narrare le loro imprese di evangelizzazione. Nella chiesa milanese di Sant’Eustorgio, dove per tradizione si reca nel suo ingresso in città l’arcivescovo, sono molteplici i segni dei Magi. Qui si ammira un grande sarcofago romano, in marmo, che gli archeologi ritengono una delle maggiori opere scultoree del IV/V secolo. Esso in origine si trovava nel santuario di Nostra Signora dei Miracoli, presso San Celso e sopra, a fianco delle reliquie di Basilide martire, venne scolpita una precoce raffigurazione dei Magi. Poco lontano tra le navate c’è poi un enorme avello romano che reca l’iscrizione Sepulcrum Trium Magorum: titolo altisonante che copre una realtà assai diversa. Dentro infatti c’è solo un’urna in bronzo con dentro due fibule, una tibia e una vertebra, che nel 1903 giunsero dalla Germania dopo una lunghissima trattativa che nel corso dei secoli si era più volte intrapresa e interrotta, cui riuscì a porre un sigillo finale il cardinale ambrosiano Andrea Ferrari, che portò personalmente quelle sacre memorie. Questa presenza dà alla basilica un peso rilevantissimo nel disegno simbolico dell’ecclesia milanese, ma a tutti gli effetti i corpi sono solo un fantasma culturale.

 

I resti infatti vennero portati in Lombardia, secondo la tradizione, da Eustorgio, principe e poi vescovo, in una città che da poco era diventata capitale imperiale, nel 286, sotto la guida di Massimiano, nel momento in cui il dominio romano si separava nei due emisferi di Occidente e Oriente. Su questo personaggio c’è ben poco di certo, visto che addirittura ci sono due religiosi con lo stesso nome a breve distanza negli annali storici ambrosiani che ebbero il ruolo di presule (per la precisione, rispettivamente, nel 331 e nel 518), ma la leggenda vuole che i resti sarebbero stati donati dall’imperatore Costante. Celebre è la vicenda simbolica del viaggio, per cui dentro l’enorme arca romana che è oggi nella chiesa, i resti sarebbero giunti su un carro trainato da un bue e da un lupo. Dopo un lunghissimo viaggio dall’Abruzzo, il veicolo, sovraccarico per il pesantissimo monumento, si sarebbe fermato di colpo in un luogo e per quel segno il punto esatto da tutti venne inteso come quello predestinato alla costruzione di un grande tempio, che avrebbe tutelato i preziosi resti. Nei secoli seguenti fioriscono le leggende, ma ben pochi sono i dati certi sui culti e gli eventi connessi alle reliquie. La storicità ritorna in ballo vari secoli dopo con un evento tragico per il destino di Milano: nel 1164 i sacri resti infatti vennero trafugati da Federico Barbarossa, dopo una lotta all’ultimo sangue: immenso era il loro potere simbolico. Per la tradizione i magi erano i primi re cristiani e il monarca teutonico voleva che fosse chiaro il circuito del pensiero per cui, come essi, egli era investito di un potere divino. Non poche peraltro, anche altrove, erano le famiglie nobili che vantavano di discendere dai saggi, avanzando le stesse motivazioni simboliche.

 

Il caso più famoso è quello dei provenzali Des Baux, che furono rilevanti anche in Italia, dove ebbero un ruolo importante nella vicenda di Napoli con il nome di Del Balzo. Il loro stemma era una cometa bianca in campo rosso e il grido di battaglia urlato dalle loro milizie era: “au hasard Balthasar”, rivendicando appunto la propria origine dal re Baldassarre, come spiegavano varie, con riferimenti più o meno incredibili, agiografie prezzolate. I milanesi tentarono in ogni modo di difendere i resti e li nascosero, ma nel momento della massima distruzione della urbs, affidata per spregio dall’imperatore agli stessi lombardi, qualcuno fece la spia (per la precisione una signora Visconti per salvare il fratello prigioniero, in pericolo di vita) e lì terminò un percorso dell’immaginario per iniziarne un altro. Lo racconta in tono accorato Bonvesin de la Riva in De Magnalibus Mediolani (1288), in cui, dopo il racconto di molte meraviglie, lo scrittore dà voce al cordoglio della città lombarda per aver perduto le sue celebri reliquie. Il cancelliere arcivescovo Reinald von Dassel si incaricò personalmente del trasporto nella città-simbolo del potere svevo, lontanissima da eventuali colpi di mano italiani a venire. In un tempo torbido di guerra e conflitti, l’itinerario fu particolarmente zigzagante, per evitare cattivi incontri e territori pericolosi. Como, Vercelli, Torino, San Gottardo, Lucerna, Abbazia di Grammont, Arisach sul Reno, Remagen, Bamberg, Mainz, Erfel e infine, trionfalmente, Colonia. Nel tragitto non si contano i segni della memoria, le locande all’insegna dei tre re, delle tre corone, del moro, della stella (come è possibile vedere ancora oggi in moltissimi alberghi), o nel segno di uno solo dei re e in molti altri simboli di una transizione epocale di una delle più mitopoietiche reliquie del cristianesimo dall’ambito latino a quello germanico. Nella gran cattedrale gotica attendeva quei preziosi beni uno scrigno mirabile: un capolavoro in argento, oro e pietre preziose opera del maestro orafo Nikolaus von Verdun, che riproduce le fattezze di una piccola cattedrale gotica all’interno di quella grande, che con essa trionfalmente si rispecchia.

 

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06 Gennaio 2012