Ricomincia il campionato e, poi, la scuola

Abdi sembra un ragazzino come tanti; sullo sfondo ancor prevalente di visi pallidi i colori non destano ormai più particolare attenzione e curiosità. Eppure, parlandoci a quattrocchi per allenarlo alla nuova lingua, si scopre che nel suo paese c’è stata fino a ieri la guerra civile: le camionette dei militari con mitragliatrici innestate hanno invaso il suo quartiere ed ha visto ammazzare la gente per strada. Con la mamma s’è chiuso in casa un sacco di tempo, le provviste in progressivo calo ed il padre che gli telefonava dall’Italia tutti i giorni. Ciò mentre con filmati sulla trincea e la voce di vecchi partigiani si cerca di rendere reale qualcosa del genere ai suoi compagni di classe. Ciò mentre uno di loro da mesi non viene più a scuola perché ha paura che la madre in sua assenza una bella mattina se ne scappi lontano. I racconti di Abdi per ora li tengo da parte, in attesa di utilizzarli appunto per tentar di forare la bolla di rosso virtuale che avvolge i suoi compagni fruitori di sparatorie da playstation. E dunque non è questo a segnare in lui la differenza.

Piuttosto, ad osservarlo con approssimativo occhio antropometrico, sembra più grande dei compagni di almeno un paio di anni. Tuttavia in quella gente, sostiene un collega, lo sviluppo è precoce ed i documenti, conclude il dirigente scolastico, sono inoppugnabili, si tratta di un 2000. L’incertezza sull’età è il primo elemento di una fioritura di leggende sul suo conto. Per esempio che sapeva già esprimersi in modo basico perché, prima di venire a scuola, gli avevano già organizzato un corso, ovvero che la sua famiglia vive in un appartamento pagato; ma chi ha fatto tutto ciò per lui? La Squadra.

 

Una delle grandi squadre del nostro calcio, che alle 14.00 lo preleva in pulmino insieme ad altri eletti della nostra provincia, e lo porta al campo di allenamento della grande città. Sì, proprio uno di quei nomi che si sentono nei tg sportivi, dove s’allena la formazione dei grandi. Così tutti i giorni (tranne lunedì), poi la partita al sabato e il raccattapallaggio nel grande stadio la domenica, a tu per tu con i campioni. Se no anche sugli spalti, visto che è sempre ben fornito di biglietti omaggio. Tutti i compagni vedono calcio, fanno calcio, sognano calcio, lui vola a Los Angeles per un torneo con Chelsea, Manchester, Barcellona etc. E ha finito prima l’anno scolastico perché doveva andare a Madrid con la nazionale, e ride guardandomi. Ride molto Abdi, piegando la testa e stringendo gli occhi. Parliamo di nazionale italiana, anche se ignoro a che titolo è stato provinato (c’era Roberto Baggio, di cui ignora bellamente ogni cosa) e poi aggregato dopo 8, 9 mesi di residenza italiana. Chi sa come funzionano le regole di cittadinanza nel calcio? Abdi ride, dopo aver detto Santiago Bernabeu e attendendo la mia reazione, nessun miedo scenico verso il tempio visto da noi solo in tivù.

 

È chiaro che vive una dimensione separata all’interno della classe e degli altri coetanei. E probabilmente anche della famiglia: figlio unico con il padre metalmeccanico che manda pacchi di magliette e regali tecnologici ai parenti sparsi per il mondo. Mentre si muove nel flusso dell’intervallo tutti cerchiamo di spiarne il segreto nelle movenze; ciò che lo differenzia e lo destina. Quando scende dall’autobus strapieno di studenti una qualche luminosità lo avvolge, come divinità e schiavo? Tutti alla ricerca del segreto, che di sicuro s’intuisce dentro alla lampante esuberanza fisica, come per il protagonista della Macchia umana di Philip Roth.

 

Naturalmente Abdi non si chiama Abdi; almeno in questo frangente possiamo consentigli un po’ di protettiva normalità. Questo luglio doveva essere tutti i giorni a fare un duro allenamento. Adesso per noi, gli spettatori, e per lui, ricomincia il campionato e, poi, la scuola; il sottile disagio, il sotterraneo piacere del voyeur, del benefattore, dello sfruttatore s’insinua in me.

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06 Settembre 2012