Sotto il tappeto del concorsone

Ci siamo: non ci sono stati ripensamenti, è stato pubblicato il bando per 11.542 cattedre nelle scuole “di ogni ordine e grado”. E già si annuncia una pioggia di ricorsi: il mondo dei precari è in rivolta. Come sempre, verrebbe da dire, se non fosse che a molti di loro non mancano certo le ragioni per protestare.

 

Col passare degli anni, la realtà umana e professionale legata al lavoro precario nelle scuole ha sempre più assunto i connotati del fallimento, a guardarla in termini puramente funzionali, se non della tragedia sociale. Sono finiti da decenni, se mai sono esistiti, i tempi capaci di alimentare quell’immaginario pecoreccio tipicamente italiano legato alla figura della “supplente”. I colleghi precari che rimbalzano come trottole da una scuola all’altra, assunti a settembre, ottobre, anche a novembre, e licenziati a giugno, sono ormai uomini e donne sui quaranta, che non fai in tempo a riconoscere nei corridoi perché poi spariscono, inghiottiti da quei gorghi infernali chiamati graduatorie. Fantasmi fra le cattedre italiane, che magari ricompaiono nelle stesse aule a distanza di anni ma dei quali proprio non riesci a ricordare il nome.

 

Ci sono quelli che per raggiungere la nostra scuola di montagna (e un’eventuale seconda sede per completare l’orario cattedra) si fanno anche cento chilometri al giorno. E a scuola non esiste il rimborso benzina. Molti tremebondi, nella classe e nelle relazioni con dirigenti, genitori e colleghi, perché ricattabili: ne hanno viste troppe, nella loro condizione il licenziamento non è un tabù… Altri spaventati anche solo per l’incessante mutare delle classi, alle prese con automatismi inceppati, insicurezze diffuse, programmi e lezioni da ripassare, trafelati, nelle ore buche. Altri ancora sfiduciati e talvolta incarogniti, perché convinti di subire torti da anni, e quindi inaffidabili agli occhi di alunni e colleghi: giocano al ribasso, puntano alla fine del mese, alla scadenza del contratto… A parte qualche raro caso di giovani neolaureati, chiamati quando si è raschiato il fondo delle ”graduatorie d’istituto”, in genere muniti di portatile, dal passo scattante, qualcuno perfino con la gioia negli occhi di chi si accosta ad uno dei mestieri più belli e difficili e gratificanti in assoluto, a parte quei pochi angeli - dicevo - si ha davvero l’impressione che negli ultimi quindici anni la precarizzazione del lavoro docente abbia prodotto soprattutto danni.

 

In quale altro settore professionale, se ci pensate, nel quale siano richiesti titoli di studio e capacità relazionali paragonabili a quanto necessario nelle scuole, si potrebbero costruire progetti e chiedere risultati “di gestione” ad un personale sottoposto ad un turnover misurabile nel 30-50% annuo? I ragazzi e le famiglie si trovano di fronte tutti gli anni facce e stili di lavoro che non fanno in tempo a riconoscere e comprendere, e il lavoro di gruppo nei consigli di classe, al quale si affida da anni ogni speranza di interdisciplinarietà e trasversalità e svecchiamento metodologico ecc, beh, lasciamo perdere. Ci sono riunioni in cui ti capita di entrare, sederti, guardarti intorno e chiederti se non hai sbagliato orario o aula e se non ti si stiano manifestando i primi segni di confusione senile. Già, perché poi il mancato ingresso nella scuola di energie nuove e stabili ha prodotto nell’ultimo quindicennio il danno collaterale che spesso si trascura e che riguarda noi anziani brontosauri, rassegnati a ricoprire gli stessi incarichi anno dopo anno, a sopportare le nostre stesse inadeguatezze e pigrizie e “cadute motivazionali” senza lo stimolo di qualche giovane collega capace di sfidarci o anche solo di farci sentire utili nel cammino che abbiamo scelto di percorrere.

 

Secondo i vertici dell’amministrazione, il concorsone avrà appunto il compito di riversare nella scuola forze fresche e meriti accertati. Il fronte dei precari esclude in modo assoluto che ciò possa accadere, ma forse vale la pena di riaprire quella porta ormai chiusa da troppo tempo. Quanto alle procedure di selezione, da giorni sento e leggo le voci più discordi. Ci sarà un quizzone preselettivo di cinquanta domande a risposta multipla su questioni di logica, comprensione del testo, informatica e lingua straniera, e questa credo che sia la prova  più temuta e detestata, visti i precedenti bizzarri e la casualità che spesso ne stabilisce gli esiti. Ma di fronte al numero dei candidati, se ne prevedono 160mila, non si riesce da anni a escogitare un filtro più attendibile e meno dispendioso. Seguirà una prova scritta, ai miei tempi era il buon vecchio tema, che prevede domande aperte rivolte all’accertamento delle conoscenze. E su questa credo ci sia poco da eccepire. Tornano i dubbi, invece, sulle prove orali: simulazione di una lezione e colloquio con approfondimento delle scelte metodologiche ecc; un conto è, infatti, simulare davanti a tre commissari, un altro la praticaccia quotidiana davanti a trenta alunni dalle 8 alle 9, altri 25 dalle 9 alle 10, poi altri 29 fino all’intervallo… Chi la vive da anni, ed è su questo che ai precari viene l’orticaria, non ammette di rischiare la cattedra e finanche l’abilitazione in condizioni tanto dissimili dal lavoro concreto, perché asettiche e per così dire “in vitro “.

 

Ai giovani e meno giovani colleghi che mi auguro davvero possano entrare l’anno prossimo a scuola finalmente rassicurati e gratificati dal ruolo, non credo si possano dare consigli sulla preparazione al concorso, tanto più se non richiesti. Se qualche “supplente o incaricato” di mia conoscenza dovesse tuttavia chiedermi qualcosa (ma sarà difficile), oltre a raccomandare la lettura vita natural durante di almeno un libro a settimana e - a rotazione - di un quotidiano al giorno, beh, dirò una sciocchezza, ma almeno per le domande di logica del quizzone, suggerirei dosi robuste di enigmistica. Non si riesce a credere quanto possa tenere in esercizio la sfida con cruciverba senza schemi, cornici concentriche, rebus, per non parlare delle spiazzanti e bastardissime definizioni di Morelli, Ghilardi, Bartezzaghi.

 

Da un collega anziano, e con le migliori intenzioni.

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