Spaesati traghettatori tra rovine e futuro

Un atlante delle rovine, soprattutto se dedicato a un Paese come l’Italia, è creatura troppo variegata e stratificata, mutevole e ingannevole, perché possa accasarsi dentro le pagine di un solo libro, pur intenso e attentamente costruito quale Spaesati. Luoghi dell’Italia in abbandono tra memoria e futuro (pp. 250, € 18), che Antonella Tarpino ha appena pubblicato da Einaudi. Già c’è qualcosa di paradossale e contraddittorio, di speranzoso e scorato al tempo stesso (che sia “il pessimismo dell’intelligenza e l’ottimismo etc etc…”?) nel progetto di dar vita a una costruzione, seppur fragile come un libro, attingendo a rovine.

 

Rovine, non macerie, come già nelle pagine iniziali precisa l’autrice: poiché “la maceria… è traccia inerte del passato, sequenza muta di un tempo che non parla più”, mentre la rovina è il suo contrario: “irriducibile alla storia, o almeno alla cronologia (in quanto… incrocio di passati multipli, tutti inesorabilmente “in rovina”) essa dà tuttavia ancora segni di vita”. La rovina è qualcosa di “caduto fuori dal tempo, costretto a cedere a nuove pur precarie funzionalità, a progetti a loro volta mai durevoli”. La rovina, insomma, “è sospesa in una fine, piuttosto che finita”.

 

Dunque se questa è la rovina, e se costruire è dar vita a qualcosa di nuovo per farvi abitare il futuro, costruire attingendo a rovine è accendere un cortocircuito, evidenziare contraddizioni e implicazioni di un non sopito evolvere.

 

Del resto ne sa qualcosa questo nostro Bel Paese nel quale, da sempre, sino a poco tempo fa, il nuovo è stato quasi sempre fabbricato attingendo, in qualche misura, alle rovine circostanti. Dando vita a quella metabolizzazione del passato, a volte riuscita, a volte molto meno, da parte del presente. Da qui prendeva e prende vita il non ancora esistente. Il futuro, dunque.

 

È con questo spirito che, senza enfasi, con applicazione e sabaudo understatement, muove il viaggio di Antonella Tarpino lungo la penisola alla ricerca di luoghi in abbandono. Muove i primi passi dalle baite in rovina dei borghi delle Alpi occidentali da cui presero l’avvio le prime bande partigiane: sono le baite di Paraloup e gli orizzonti delle valli contigue alle quali, dopo la Resistenza, tornò Nuto Revelli per costruire quel monumento alla memoria della vita quotidiana della gente di montagna eretto con Il mondo dei vinti pubblicato da Einaudi. Sono gli stessi luoghi dove Olmi e Stajano gireranno Nascita di una formazione partigiana e Paolo Gobetti Prime bande.

 

Dalle parti di Paraloup ora molti ambienti sono stati recuperati – c’è lo spazio per il museo multimediale, la biblioteca, l’area dell’ospitalità – con interventi dove è esplicita la discontinuità tra il pre-esistente e quanto di nuovo si presenta oggi agli occhi del visitatore che vede all’opera la “supplenza” del moderno – all’insegna della sostenibilità ambientale e della reversibilità – nel sorreggere l’antico in rovina.

 

Quello che traspare dall’esperienza di Paraloup, luogo che come tante altre località di montagna è stato investito dalla discesa a valle degli abitanti e dal progressivo abbandono, emerge anche dalle altre tappe di questo viaggio condotto attraverso la penisola. Antonella Tarpino pare seguire un crinale non orografico ma storico e culturale, soggettivo e, al tempo stesso, condiviso, lungo quel confine mobile che passa tra rovine e macerie, memoria e abbandono, spaesamento e costruzione di un nuovo accogliere.

 

Dalle Alpi scende alle grandi cascine della pianura attorno al Po, scenari delle lotte contadine del dopoguerra e, ora, luogo di vita e di lavoro degli immigrati indiani che, utilizzando le più sofisticate tecnologie installate nelle stalle, sostituiscono, nell’accudimento delle mucche, i mungitori e i lavoranti agricoli che facevano da sfondo alla narrazione cinematografica di Novecento, il film di Bertolucci girato proprio in questi luoghi. Qui ci sono ambienti come il “Calderon” (la Cascina Falchetto del Vho di Piadena) ripresi negli primi anni ‘90 da Giuseppe Morandi, uno dei fondatori della Lega della Cultura di Piadena, nel filmato I Paisan. La vita quotidiana dei contadini, così come si svolgeva nella prima metà del Novecento a “El Calderon”, occupava un posto centrale ne Il paese sbagliato (Einaudi, 1970), il libro costruito da Mario Lodi, allora maestro elementare e animatore della biblioteca di Piadena, assieme ai suoi scolari. Del resto in un’altra cascina vicina al Vho c’è la Drizzona dove Mario Lodi ha poi impiantato la sua “Casa delle arti e del gioco” per continuare con mostre, seminari per insegnanti, visite di scolari, il suo impegno di decenni fa.

 

Il percorso di Antonella Tarpino prosegue quindi attraverso quella spina dorsale della penisola rappresentata dall’Appennino, fragile e ballerino compagno della vicenda italiana, presenza con cui talvolta è così doloroso, faticoso e tuttavia imprescindibile imparare a convivere. Vi sono dunque, in Spaesati, le pagine dedicate al centro dell’Aquila distrutto dal recente terremoto e l’incontro con i “carriolanti” che, contro l’inazione dello Stato e dei commissari straordinari nominati dal governo Berlusconi, portano via le macerie, come azione emblematica di rivendicazione di un urgente recupero del centro storico della città e della vita comune che vi deve rifiorire. Altre tappe, sempre intense, oltre a quella al monumento ai martiri delle Ardeatine posta a conclusione del libro, conducono nell’Irpinia messa in ginocchio dal terremoto del 1980 e rimessa in piedi da una ricostruzione dissennata, priva di saggezza urbanistica e di meditato rispetto delle rovine che costellavano il territorio. Questo, come sanno i lettori dei numerosi libri del paesologo Franco Arminio, ha significato per intere comunità sperimentare uno stare in piedi stralunato, senza baricentro, come se il terremoto si fosse trasferito nell’anima dei sopravvissuti. Il viaggio di Spaesati raggiunge infine la Calabria, quella dei paesi abbandonati, più volte narrata con lucida partecipazione dall’antropologo Vito Teti. Sono le località inerpicate dove di tanto in tanto si sta sperimentando l’accoglienza, quanto mai difficile da radicare davvero, dei profughi sbarcati sulle coste.

 

Cosa emerge da questo complesso cammino delineato dall’autrice di Spaesati lungo un’Italia disaccostata dai grandi percorsi, trascurata dall’attenzione dei media, in bilico tra silenzio avvolgente e omogeneità che tutto travolge? Affiora – quasi per interstizi e imprevedibili presenze – la forza con cui le rovine si insinuano comunque nel presente. Sono mondi irrimediabilmente trascorsi eppure ancora capaci di accendere emozioni, rievocare vite, testimoniare in modo forte sulla verità e la dignità dell’essere uomini. Se questo accade è perché si è messo all’opera un traghettatore, qualcuno che ha saputo e voluto caricarsi di un significativo frammento del passato, e dei suoi nodi ancora attuali, portandolo nell’oggi, facendogli spazio e difendendolo dal frastuono che tutto tritura e dall’omologazione che tutto cancella.

 

A questa tribù di indispensabili “traghettatori” appartiene anche Vittorio Emiliani, una delle grandi firme del giornalismo italiano, saggista (suo tra l’altro Il silenzio e il furore, splendida biografia di Rossini), deputato progressista per una legislatura nel 1994 ma, soprattutto, protagonista di grandi campagne a difesa del paesaggio e contro la selvaggia cementificazione del Bel Paese. Di Vittorio Emiliani appare ora Belpaese Malpaese. Dai taccuini di un cronista 1959-2012 (pp. 435, € 23, Bonomia University Press), ed è un libro denso di spunti che, seppure da altra angolazione, entrano in dialogo fecondo proprio con le tematiche affrontate da Spaesati.

 

Come si sarà capito un atlante delle rovine accoglierà i frammenti di mondi che ancora parlano, da traghettare appunto dal passato al presente, secondo la personalissima rete di cui ognuno saprà e vorrà dotarsi.

 

Quella di Spaesati è una rete robusta e ideologicamente ben connotata, contiene luoghi-momenti rilevanti e prevedibili: la Resistenza, le grandi lotte del mondo contadino, il terremoto e la ricostruzione delle comunità.

 

La rete che il “cronista” Emiliani trascina lungo mezzo secolo è diversa. A sguardo superficiale sembra dare l’impressione – sbagliata – di essere un po’ sbrindellata e di lasciarsi sfuggire eventi rilevanti: poi si scopre che non è affatto così. In realtà chi sale sulla cartacea barca su cui Emiliani accoglie è omaggiato, grazie anche a una scrittura diretta e felice, da una pesca gioiosa, sorprendente. Emiliani recupera “rovine” di un’Italia che è appena dietro le spalle, le accosta al presente più attuale, e ce le mette sotto gli occhi così che sia evidente la filigrana che percorre il tutto. In Belpaese Malpaese ci sono alcune sue inchieste giovanili esemplari (sui contadini padani, sui pescatori dell’Adriatico, sui pendolari durante il “boom”, sulle voraci edificazioni nei centri storici). Emiliani ci racconta in modo impareggiabile i suoi amici (Fellini, per dirne uno) e i suoi maestri (Arrigo Benedetti, Antonio Cederna, Renzo Zorzi, Camilla Cederna). Pesca nei fondali vicini e meno vicini della nostra storia recente e porta alla superficie, e alla nostra memoria, un continuo susseguirsi di momenti, personaggi, testimonianze, eventi, grandi querelle che s’accendono, scompaiono dalla ribalta nazionale e poi ritornano: il risultato è un affresco vivacissimo, mai affastellato, dove il passato prende vita e significato. Ci parla. Suggerisce strade di impegno non più dilazionabile (si vedano le profonde riflessioni sul paesaggio e sul perché, nel difenderlo, la sinistra marxista italiana non fu, e a lungo, in prima fila, anzi…).

 

Emiliani, prodigo della propria esperienza e generoso nel condividerla, ci porta lungo il crinale tra il Bel e il Mal Paese, con la lucida sicurezza di chi sa riconoscere la strada giusta. Quella dove il ricordo non è rimpianto, il cammino verso il futuro non è rassegnato, la memoria è una forza alla quale ogni traghettatore, se vorrà, potrà attingere.

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