Stanze di silenzio

Non molto tempo fa ho ricevuto in trasmissione (Uomini e Profeti, Radio 3) la lettera di una docente di Psicologia dei Processi Sociali all’Università di Milano-Bicocca, Chiara Volpato, autrice, tra l’altro, di un intelligente – e angoscioso – volume sui processi di legittimazione della violenza nella storia, che passano attraverso procedure di deumanizzazione di persone o gruppi sociali (Deumanizzazione, Laterza 2011). La professoressa Volpato ha raccontato di una sua studentessa turca, di religione musulmana, che si è rivolta a lei perché l’aiutasse a trovare un posto dove poter pregare, ogni giorno per pochi minuti, dato che sta nel campus dalla mattina alla sera. La professoressa si è messa in moto, interpellando varie autorità all’interno dell’Università, ma una soluzione non si è trovata, se non quella – certamente poco pratica e un po’ bizzarra – di cedere di tanto in tanto il suo studio per consentire alla studentessa di pregare.

Casi analoghi sono stati segnalati a Torino, e immagino che la situazione di Roma e di altre città italiane non sia tanto diversa. Tenuto conto, che verosimilmente, non saranno molti gli studenti desiderosi di uno spazio in cui pregare durante le ore di studio, anche perché quasi sempre nelle sedi universitarie gli studenti cattolici posso usufruire di un luogo di culto vero e proprio, mi chiedo se sarebbe così difficile trovare in una università una stanza bella, accogliente, ariosa, priva di simboli identificativi, in cui qualcuno possa esprimere in libertà e tranquillità quei gesti di culto che la sua tradizione gli chiede, e qualcun altro magari raccogliersi per un momento di silenzio, di meditazione, di colloquio con se stesso. Forse, all’uscita da quella stanza, studenti e studentesse di culture e fedi diverse si potrebbero anche incontrare e scambiare qualche parola tra loro.

 

L’idea di una “stanza del silenzio”, si sa, non è nuova. Il primo – a quanto ne so – a mettere in pratica la semplice intuizione di un luogo di meditazione e di preghiera aperto a qualunque culto, o anche a nessun culto, fu il segretario delle Nazioni Unite, Dag Hammarskjöld, che il 17 settembre del 1961 morì in un incidente aereo, le cui cause non furono mai del tutto chiarite, mentre era impegnato ad affrontare la tragedia di una guerra rovinosa nel Congo. Era il 1957 quando fu aperta al pubblico, nella Hall dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, e dunque nel cuore pulsante ma anche fragile dell’intricata politica dei paesi di tutto il mondo, una “stanza” di meditazione e di preghiera. Hammarskjöld ne aveva seguito da vicino il progetto. Aveva un’idea precisa: doveva essere un luogo spoglio, dalle linee essenziali. Un raggio di luce, attraversando lo spazio, si sarebbe posato su una pietra solida, rocciosa, proveniente dal suo paese, la Svezia. Il raggio avrebbe ricordato “come la luce della spirito dà vita alla materia”, e quel blocco consistente di materiale ferroso, emblema di stabilità nel continuo mutamento delle cose, richiamando la “resistenza” e la “fede” che fanno da base a ogni sforzo umano, avrebbe evocato un “altare, vuoto non perché non vi è un Dio, non perché è un altare a un Dio ignoto, ma perché è dedicato al Dio che l’uomo adora sotto molti nomi e in molte forme”. “Ciascuno di noi ha dentro di sé un centro di quiete avvolto dal silenzio . Questo palazzo, dedicato al lavoro e alla discussione al servizio della pace, doveva avere una stanza dedicata al silenzio, in senso esteriore, e alla quiete, in senso interiore. L’obiettivo è stato di creare in questa piccola stanza un luogo le cui porte possano essere aperte agli spazi infiniti del pensiero e della preghiera”. Così aveva lasciato scritto in un semplice dépliant, all’ingresso di questa singolare “stanza di quiete”, quell’uomo politico davvero singolare Dag Hammarskjöld. Traeva le sue certezze dall’ambito del dovere, le sue inquietudini da quello dello Spirito. Si mescolavano nel suo sangue tradizioni consolidate e certamente diverse: da un lato quella militare e politica del padre, secondo la quale “nessuna vita dava più soddisfazione di una vita di servizio disinteressato al proprio paese e all’umanità”; dall’altro la tradizione religiosa luterana della madre: “dalla mia ascendenza materna ho ereditato la convinzione che, nel vero senso dell’evangelo, tutti gli uomini sono uguali in quanto figli di Dio e devono essere accostati e trattati da noi come i nostri signori in Dio”.

 

Qua e là l’idea di Dag Hammarskjöld è stata ripresa. Anche nel nostro paese. In alcuni luoghi si sono inaugurati pomposamente questi centri del silenzio, in altri quasi nascostamente, magari all’ombra di piccole e generose parrocchie. Ma perché non farne una consuetudine diffusa sul territorio?

Penso a Roma, alla sua religiosità incombente e distratta allo stesso tempo. E a come sarebbe bello e salutare per lo spirito di questa città far sorgere in ogni quartiere, almeno, ma certo l’ideale sarebbe pensare a una mappa più fitta, delle “stanze del silenzio”, dove chi passa possa sostare un momento, in preghiera, ma anche “in pensieri”, dove la propria preghiera e il proprio pensiero potrebbero incontrare, al fondo del proprio percorso, silenziosamente, le preghiere ei i pensieri di altri.

Irrealizzabile? Perché? Quasi ovunque ormai si vedono negozi chiusi, saracinesche abbassate. Possibile che un piccolo sforzo di una circoscrizione, di una parrocchia, di un grande e ricco magazzino non potrebbe riuscire ad alzarne una? La gestione? Con una sovvenzione minima – ma davvero minima – gli abitanti del quartiere o della zona potrebbero darsi il turno per una pulizia, per una discreta sorveglianza, per una iniziativa. Chissà se, in questo modo, coloro che si sentono respinti dal gelo e dalla distanza che si respira ormai in certe chiese non potrebbero ridare fiato a una loro sopita spiritualità.

E mi piace pensare che in questo modo proprio Roma, la “capitale” del cattolicesimo, potrebbe così rianimare la sua vocazione “cattolica” – cioè universale – dando accoglienza agli “spazi infiniti” di ogni preghiera e di ogni pensiero.

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Logo della stanza del silenzio all'ospedale Molinette di Torino.