Natale: una bizzarra adozione

Si può raccontare questa storia per Natale? Una storia poco natalizia, alla fin fine, ma che qualcosa ci insegna circa la bontà e la generosità degli uomini e delle donne. Il Natale è questo? Non so. Ma state a sentire. Decisero di fare un viaggio in Turchia, nell'estate del 1988; erano due coppie di amici, con due moto di grossa cilindrata. Una volta nel paese, puntano direttamente sulla città storica di Bursa. Mentre stanno per entrare nella moschea verde, la Yeşil Camii, gioiello dell'architettura ottomana risalente al 1400, vengono avvicinati da un ragazzo turco che in un italiano più che decoroso si offre di far loro da guida. Flavio e Annalisa, entrambi liguri, di Savona, ma residenti a Genova, professore di filosofia lui, ricercatrice di botanica lei, accettano, Annalisa con un leggero fastidio perché avrebbe preferito muoversi a suo piacimento. Il ragazzo li guida nella visita al mausoleo, è gentile ed educato. Quando vede la moto con cui i nostri eroi erano arrivati fin lì, una Yamaha 750, si entusiasma, e a quel punto Flavio gli fa fare un bel giro su per la montagna. Al ritorno il ragazzo, che si chiamava Gürol e aveva allora vent'anni li invita a cena a casa sua e mostra loro il negozio di stupendi tappeti e kilim – ricorda Annalisa che mi ha dettato questi pensieri – che gestiva col fratello, litigandoci sovente. Annalisa e Flavio comprano un tappeto, piccolo (erano in moto!) e si fermano a chiacchierare in quel negozio, una vecchia casa ottomana con cortile interno, bevendo litri di the. E poi la cena, dove c'era chi suonava e cantava. Ripartono con grandi manifestazioni reciproche di simpatia e ancor più grandi promesse di rivedersi.

 

E il rivedersi, dopo intenso scambio di cartoline, avvenne l'anno dopo, nell'estate del 1989, durante quello che avrebbe dovuto essere il viaggio epico della vita della scienziata e del filosofo: partenza in moto da Genova in direzione Turchia, ancora con le due motociclette e gli stessi amici dell'anno prima, attraverso la pianura padana, poi la Yugoslavia, non ancora ex, e la Grecia settentrionale. Per salutare il loro amico dell'anno prima passano da Bursa. Gürol li porta a casa a conoscere la madre che prepara da mangiare per loro; è allora che i due imparano la importantissima parola turca yeter, che significa «basta». Basta grazie, altrimenti sarebbero scoppiati per la quantità di cibo che si sarebbe voluto far mangiare loro. Ripartono da Bursa per Ankara, dove visitano il meraviglioso museo archeologico della capitale, e poi per il sito di Hattuşaş, la capitale dell'antichissimo popolo degli Hittiti, nel cuore dell'Anatolia.

 

Il giorno dopo, l'incidente. Nei pressi di Samsun, città della costa orientale affacciata sul Mar Nero. Mentre le moto procedono a velocità sostenuta, un furgoncino esce da una strada laterale, a destra, senza guardare. Il veicolo di Flavio e Annalisa viene colpito sul fianco, la moto giace rovesciata a terra e loro pure. Ambulanze non ne arrivano e così un'auto privata li porta all'ospedale universitario di Samsun. Lucidi, non perdono mai conoscenza. Annalisa se la cava con qualche contusione ma Flavio ha la caviglia spezzata, l'osso esce dalla carne. Sala operatoria, anestesia, intervento, ricovero. E a quel punto, l'incredibile: viene sgombrata una camera da tre letti e i due vengono messi in camera insieme! Gli amici dell'altra moto telefonano al ragazzo di Bursa che in una notte riesce a percorrere settecento chilometri di strada e a essere lì il giorno dopo. La presenza di Gürol si rivela preziosa per l'assistenza e l'aiuto anche burocratico. Il giovane sta con loro, si interessa di ogni cosa, li assiste, si occupa persino della spedizione della moto, che viene rimandata in Italia per poter godere dell'assicurazione. Flavio deve essere operato anche al braccio; richiesto se preferiva essere rimpatriato o se voleva farsi operare in loco, sceglie il sistema sanitario turco. Insomma rimangono lì circa due settimane per essere poi rimpatriati, lui col braccio al collo e il gambone. Dopo baci, abbracci e saluti con Gürol, un'auto privata li trasporta fino all'aeroporto di Ankara; cambio a Istanbul e a Roma per arrivare a Genova, e di lì direttamente all'ospedale.

 

Gürol viene due volte a trovarli, cogliendo l'occasione di una esposizione di tappeti a Milano. Nel frattempo ha frequentato un anno di informatica all'università di Bursa e continua a lavorare nel negozio di tappeti ma non è contento, non va d'accordo col fratello. I nostri eroi, che hanno ventiquattro anni più di lui e potrebbero essergli genitori gli chiedono: «Ma ti interesserebbe studiare in Italia»? No, ni, sì. Gürol si trasferisce in Italia e si iscrive ad Architettura a Genova, vivendo a casa loro: l'appartamento è piccolo ma si organizzano. Gürol un po' studiava un po' no, un po' stava a casa a studiare e un po' invece di studiare andava in giro, con la quantità incredibile di amici che si era fatto. Ogni estate tornava a Bursa durante le vacanze. Passano gli anni e tutti si affezionano tra di loro, finché Flavio - che era il filosofo Flavio Baroncelli, professore di Filosofia morale all'Università di Genova, studioso di Hume e come Hume scettico, autore di numerosi volumi condotti in stile analitico-ironico (tra cui un insuperabile Mi manda Platone) e caro amico dell'autrice di questo articolo, come amica dell'autrice è Annalisa (Annalisa Siri, biologa e ricercatrice...) – Flavio insomma, dichiara: «Questo ragazzo ci fa stare allegri e ci fa preoccupare, ci fa divertire e ci fa terribilmente arrabbiare, e in più ci fa spendere un sacco di soldi... Che cos'è se non un figlio?». Così nasce l'idea della adozione, che a onor del vero aveva attraversato per prima la mente del vecchio papà di Flavio: «Perché non lo adottate?». L'idea si propaga, Flavio la accoglie; dopo qualche esitazione Gürol approva, e dopo poco anche Annalisa si dichiara favorevole.

 

Non è così facile adottare un adulto che ha ancora i genitori in vita – a quel punto però soltanto la madre perché il padre era deceduto – eppure, con l'aiuto di una amica avvocatessa si affrontano giudici e chiamate, si mettono insieme documenti e approvazioni della madre biologica, carte bollate e firme, e alla fine l'adozione ha luogo (anche se per ottenere la cittadinanza italiana passeranno ancora molti anni, dieci anni dall'arrivo di Gürol in Italia). E il ragazzo che sapeva l'italiano per averlo imparato da coetanei di famiglie italiane residenti a Bursa per la presenza di una fabbrica FIAT, di nazionalità turca e di religione musulmana, diventa il figlio di due italiani non credenti, scettici, atei, di cui uno, Flavio, biondo e riccioluto e con gli occhi azzurri come un'icona di Gesù Bambino. Gürol è credente, blandamente osservante, non beve alcool e non mangia maiale, rispetta il Ramadan e prega almeno quando arriva a casa e prima di andare a dormire, e fin dall'inizio della storia si preoccupa per l'anima dei suoi genitori adottivi: «Se almeno foste cristiani, mi preoccuperei di meno».

 

Il ménage familiare comunque funziona, e nel 2000 il figlio si laurea in architettura a Genova, continua a vivere a casa loro, collabora con uno studio di architetti e supera l'esame di stato. Ma in Italia il lavoro scarseggia mentre la Turchia è in pieno decollo e così Gürol ritorna là per lavorare, apre uno studio, conosce Rana, anch'ella architetta, che era andata a Bursa per seguire un corso di restauro di edifici antichi con un professore di Genova. Ma nel frattempo Flavio si ammala gravemente: un mieloma multiplo, una malattia ematologica difficile da trattare. Gürol, ora fidanzato con Rana, si reca varie volte a Genova, soprattutto dopo gli interventi importanti. I due si sposano in Turchia in un momento in cui per Flavio era impossibile muoversi. Flavio muore nel febbraio del 2007 e nel marzo del 2007 nasce il piccolo Kerem. Quando nel maggio del 2008 viene presentato a Genova il libro «americano» di Flavio, Viaggio al termine degli Stati Uniti Perché gli americani votano Bush e se ne vantano, si presentano tutti e tre alla cerimonia, madre, padre e bebè.

 

E la storia continua tuttora. Annalisa si reca spesso a Istanbul dal figlio, dalla nuora e dai nipotini (è arrivato anche Berk). Lo stile di vita della loro famiglia è occidentale, l'abitazione è di tipo occidentale, il cibo misto: cose turche cucinate dalla tata, ma i bambini adorano la pasta al pesto. Le scuole sono pubbliche, con un po' di insegnamento religioso e moltissimo nazionalismo. E il figlio musulmano adottato da adulto continua a preoccuparsi dell'ateismo della madre: fosse almeno cristiana! Ho pensato che qualcuno l’avrebbe letta il giorno di Natale. Così ve l’ho raccontata.

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25 Dicembre 2015