World Press Photo 2012: quando il bello è di troppo

Una pietà a colori, citazione di quadri celebri e sculture che appartengono alla memoria culturale occidentale. Così si presenta l’immagine dello spagnolo Samuel Aranda, fotografo trentaduenne, che ha vinto con questo scatto il World Press Photo 2012, prestigioso premio assegnato ogni anno. Un’immagine ad alto contenuto estetico, prima ancora che giornalistico o comunicativo. Tutto gioca in questo senso: il cappuccio nero della donna, i suoi guanti bianchi, la pelle del ragazzo, la postura dell’abbraccio, la testa reclinata, le mani che stringono pudicamente il corpo, tirandolo a sé. Persino il dettaglio del tatuaggio sul braccio destro dell’uomo è perfetto.

 

Siamo a Saana, durante le rivolte dell’anno scorso, e una donna accoglie nella moschea il ragazzo: “Venite a me voi tutti che siete affannati e stanchi”, recita un passo del Vangelo. La fotografia interpreta in modo perfetto questa immagine che riecheggia nel nostro ricordo per averla vista in decine e decine di tele, o per esserci soffermati davanti alla Pietà michelangiolesca. Il punctum della foto sono ovviamente i guanti bianchi che richiamano al tempo stesso i guanti di un cameriere e quelli di gomma di un’infermiera. Così si colloca la donna che si nasconde sotto quella palandra nera che la ricopre dai piedi al capo lasciando solo aperte le feritoie degli occhi.

 

Un’immagine altamente estetica che rinvia per la sua postura a certe fotografie di Robert Mapplethorpe: le foto atletiche dei corpi nudi in piena salute, quelle del corpo colpitio dalla malattia, dall’Aids, ai conosciutissimi atti innaturali. C’è una famosa foto dell’artista americano, scandaloso e manierista a un tempo, che riecheggia in questa composizione di donna e giovane uomo: Thomas. Raffigura un giovane nero seduto sui talloni e col capo chino tenuto dalla propria stessa mano, mentre l’altra s’appoggia a terra. Un uomo solo, ma che sembrano due, per via del modo con cui Mapplethorpe l’ha fatto inginocchiare e abbracciare. Anche qui, nello scatto di Aranda, la sensazione della composizione è fortissima. Foto rubata, ma anche, nel momento di selezionarla per la pubblicazione, foto scelta: l’incrociarsi delle braccia e delle mani; la mano guantata bianca – spettrale e igienica insieme – che afferra il viso. Nessuno dei due volti si vede: né la donna incappucciata (probabilmente una ragazza), né il ragazzo che si appoggia alla sua spalla.

 

 

Molte delle foto scelte nelle varie sezioni del premio appaiono fortemente estetizzanti. Così è quella di Emiliano Larizza, che ritrae un momento rituale ad Haiti, coi corpi nudi e la donna popputa in primo piano che ricorda le scenografie di Sebastião Salgado, o quella di Simona Ghizzoni a Gaza, che somiglia a un acquerello romantico dei tempi di Flaubert: esotismo arabo. Tutte belle foto, ma segnate da questo aspetto manierista che sembra dominante nella fotografia contemporanea, e a cui si sottraggono forse solo alcuni fotoreporter di guerra, come Paolo Pellegrin. Ma non sempre.

 

 

L’immagine che conserva una freschezza, un delicato sottotono, è quella di Damir Sagolj che ritrae un caseggiato a Pyongyang, Corea del Nord: un condominio che è una prigione, o forse una prigione che è un condominio. Messo di sghimbescio, l’edificio ha tutte le finestre spente, occhi neri verso il crepuscolo; una sola finestra illuminata, che poi non lo è: è invece il ritratto del dittatore coreano. L’unico abitante della Capitale. Forse meritava di vincere questa istantanea che racconta con la sua apparente modestia, invitando l’osservatore a guardare meglio, con attenzione, la condizione di milioni di uomini sotto l’assurda dittatura di  Kim-Il-Sung.

 

 

Meno estetica delle altre immagini vincitrici, alla pari del soldato canadese nel fortilizio afgano, che si dedica al suo passatempo preferito, suonare la batteria, scattata di lontano così da attenuare l’aspetto eccezionale del contesto, opera di David Goldman, lo scatto di Damir Sagolj, catturato dall’alto e distante, ci consola e atterrisce al medesimo tempo. Come dovrebbe essere una foto che vince questo importante premio.

 

(apparso su “La Stampa”)

 

PS: Leggo solo ora su Minimaetmoralia il pezzo di Christian Raimo sulla foto che ha vinto il World Press Photo dell'anno, che rinvia alle osservazioni e testimonianza dei giudici del premio, tra cui quella di Renata Ferri apparsa su ilpost, che personalmente ho trovato molto debole. Raimo ricorda la foto di Gheddafi scattata col telefonino il giorno della sua esecuzione, una foto davvero terribile in coppia con quella del vincitore spagnolo. Rinvio quindi al bel pezzo di Raimo, e segnalo che qui in doppiozero c'è un testo di John Berger su Fotografia e verità, anticipazione del volume di "Riga" appena pubblicato.

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