Gesù sul crinale tra fede e ragione

L’ultimo libro di Gianfranco Ravasi, Biografia di Gesù (Raffaello Cortina Editore), inizia citando Ludwig Wittgenstein che nel Diario scriveva: «Il cristianesimo non è una dottrina, non è una teoria di ciò che è stato e di ciò che sarà nell’anima umana, ma è la descrizione di un evento reale nella vita dell’uomo». Subito dopo riporta un’altra dichiarazione, dello stesso tenore, di François Mauriac: «Il cristianesimo non è una filosofia, non è un sistema, o un rituale, non è altro che una storia». Enzo Bianchi, il fondatore della Comunità di Bose, un po’ provocatoriamente ma giustamente, ha spesso affermato che il cristianesimo non è neppure, propriamente, una religione, nonostante comprenda una professione di fede, dei riti, liturgie e indicazioni etiche. Esso è, piuttosto, come sostiene Marcel Gauchet a cui fa riferimento Bianchi stesso, «la religione dell’uscita dalla religione». Una religione che libera dai vincoli delle tradizioni umane e delle pratiche religiose per riportare il cuore delle persone e la loro intelligenza a Dio. Ma in che modo? Se ognuno pensa Dio a modo suo, non si finisce per crearsi da sé il proprio dio? Il Dio professato dal cristianesimo è una realtà-persona precisa, la cui esistenza e le cui caratteristiche sono attestate da un testimone del quale, di conseguenza, diventa fondamentale sapere tutto quanto è possibile per stabilirne l’affidabilità.

 

Per chi è interessato al tema “Dio” la questione è molto seria e la posta in gioco è alta. Nella Biografia di Gianfranco Ravasi la credibilità della testimonianza di Gesù è passata al vaglio da uno studioso e biblista al quale la fede religiosa non offusca lo sguardo, piuttosto lo rende più sottile e penetrante, mentre la competenza e il rigore scientifico dell’autore garantisce al lettore la fondatezza di ciò che legge. I frequenti riferimenti all’arte, alla letteratura e alla musica insieme a una scrittura fluida, elegante e semplice, rendono la lettura piacevole nonostante la profondità del tema. Caratteristiche che si ritrovano in molti saggi di Ravasi tra i quali vorrei segnalare, per complementarietà con il libro di cui stiamo parlando, Il racconto del cielo, in cui si percorrono le storie, le idee, i personaggi dell’Antico Testamento.

 

Dunque, alle origini del cristianesimo c’è un fatto storico che ha un protagonista reale e molti comprimari. Attorno a questo evento sono stati scritti dei libri, quattro dei quali, giudicati più attendibili degli altri per diverse ragioni tra cui l’essenzialità e l’assenza di intenti agiografici, sono i Vangeli, tre detti sinottici perché presentano un notevole parallelismo, più un quarto attribuito a Giovanni. Benché raccontino fatti storici, Ravasi precisa che essi non appartengono in senso stretto al genere storiografico perché «impastano insieme dati/fatti/eventi e interpretazione teologica di essi». Gli evangelisti mentre raccontano interpretano, comprendendo il senso di quello che narrano alla luce della risurrezione, «evento che ha lasciato dietro di sé tracce storiche ma che appartiene a un altro piano, oltre la storia».

 

Siccome ognuno dei Vangeli guarda alla vita e alla persona di Gesù da un’angolatura diversa e si rivolge a una specifica comunità, l’autore inizia tracciando le coordinate storico-culturali e geopolitiche in cui ciascuno di essi deve essere collocato. Poi li percorre avendo come filo conduttore le parole di Gesù e le sue azioni di guarigione (miracoli o segni, come li chiama Giovanni) per soffermarsi, infine, sugli ultimi eventi cruciali: la morte e la risurrezione. Un capitolo è dedicato anche ai Vangeli Apocrifi, non accolti nel canone e tuttavia divenuti fonte primaria del nostro immaginario tradizionale, soprattutto attraverso l’arte. Molte cose che crediamo di sapere sulla vita di Gesù, infatti, sono tratte dagli Apocrifi, mentre non ve n’è traccia nei quattro canonici, come per esempio il nome dei Re Magi, i doni di oro incenso e mirra, la capanna della nascita, l’anzianità di Giuseppe e così via. 

 

Scrivendo questa biografia Gianfranco Ravasi è consapevole, come avverte, di stare «camminando, in un delicato equilibrio, sul crinale tra fede e ragione». Pochi ormai mettono in dubbio l’esistenza storica di Gesù testimoniata non solo dal Nuovo Testamento – studiato e analizzato, soprattutto nell’ultimo secolo, più di qualsiasi altro libro e da ogni punto di vista – ma anche da riferimenti a lui e alla sua vicenda presenti in alcuni testi storici provenienti da ambienti estranei alla cerchia cristiana e ad essa ostili: una lettera di Plinio il Giovane, un passo degli Annali di Tacito e altri brani in ambito ebraico. Per quanto riguarda la formazione dei Vangeli, all’origine ci sono il racconto della passione-morte-risurrezione, alcune narrazioni dell’infanzia e un insieme di detti di Gesù. Ogni evangelista opera poi, sul materiale in suo possesso, un vero e proprio lavoro di redazione adattandolo alla comunità a cui si rivolge e interpretandolo secondo la propria prospettiva teologica. «È per questo – spiega Ravasi – che il profilo di Gesù Cristo, nei quattro Vangeli, è sostanzialmente lo stesso, ma ha lineamenti nuovi, sottolineature differenti, espressioni inedite proprie di ciascun Vangelo».

 

Il primo è quello di Marco, in seguito ampliato da Matteo e Luca attingendo a un’altra fonte, chiamata Q, che conservava soprattutto le parole di Gesù; Marco appartiene alla comunità cristiana originaria e scrive tra il 65 e il 70 d.C. per un ambiente pagano che già conosce la Bibbia e il cristianesimo. La fonte di Matteo è Matteo Levi, il pubblicano divenuto apostolo, mentre il redattore finale, che «scrive in greco ma pensa in ebraico», potrebbe essere un suo discepolo; si tratta di «un Vangelo profondamente ebraico nella sua matrice biblica e giudaica, ma anche segnato da una tensione con il grembo da cui proviene, e aperto ormai all’intera umanità»; testimonia dunque delle tensioni tra i giudei e i cristiani provenienti dal giudaismo ed è scritto per giudeo-cristiani della diaspora ellenistica. Luca, discepolo di Paolo e probabilmente medico, è autore anche degli Atti degli Apostoli, presumibilmente era un ebreo ellenista convertito di Antiochia di Siria; il suo Vangelo, scritto dopo il 70 d.C. (l’anno cruciale della distruzione di Gerusalemme per opera dei Romani), si rivolge a cristiani di matrice pagana già istruiti nella fede, è frutto di accurate ricerche, come afferma il suo autore, ed è il migliore dal punto di vista letterario.

 

 

Il quarto è il Vangelo di Giovanni, «il più grandioso e potente a livello teologico», infatti usa un linguaggio specifico di alto livello; è databile non oltre il 125. La sua fonte è molto probabilmente Giovanni, il discepolo che Gesù amava, testimone oculare e intimo amico di Gesù; in fasi successive la sua testimonianza è stata poi rielaborata, all’interno della comunità giovannea, dai suoi discepoli. Dunque, la tradizione si sviluppa in Palestina prima del 70 d.C., poi dall’apostolo Giovanni «dobbiamo probabilmente passare a un evangelista-scrittore… teologo di alto profilo» che si rivolge a un pubblico di formazione greca ma di matrice ebraica, persone ormai mature nella fede e pronte «a confessare pubblicamente la divinità di Cristo, anche a costo di essere espulsi dalla sinagoga».

 

Dopo avere analizzato i testi, Gianfranco Ravasi si sofferma sulle parole e le opere di Gesù. Gesù era un oratore straordinario; nel Vangelo di Giovanni si racconta che quando le guardie mandate ad arrestarlo tornano dai sommi sacerdoti senza di lui, si giustificano dicendo: «Mai un uomo ha parlato come quest’uomo!». Spesso parlava in parabole usando un linguaggio concreto, familiare a quelli che lo ascoltavano. Ma sapeva anche parlare con durezza contro «il culto separato dalla vita, la liturgia senza giustizia, il digiuno enfaticamente conclamato, l’elemosina e la preghiera ostentate… l’idolatria della ricchezza, l’egoismo… la violenza e l’odio», la mancanza di misericordia. Ludwig Monti, biblista e monaco a Bose, ha scritto un libro su questo tema intitolato appunto Le parole dure di Gesù (Qiqajon). Le sue parole inquietano e consolano, perché sono «parole di vita eterna». Dopo un suo discorso, mentre molti dei presenti scandalizzati se ne vanno, Gesù chiede a Pietro: volete andarvene anche voi? «Da chi andremo, risponde il discepolo, tu solo hai parole di vita eterna». 

 

Anche le opere di Gesù lasciavano esterrefatti. Gesù toccava e guariva compiendo miracoli che oggi suscitano «imbarazzo nell’uomo contemporaneo, anche credente». Opere degne di meraviglia e di scandalo per alcuni che lo accusavano di essere un mago. Ma l’accusa stessa di praticare la magia, osserva Ravasi, paradossalmente accredita la veridicità delle guarigioni. Per spiegare al lettore come si è arrivati ad attestare la «sostanziale verità storica di un’attività taumaturgica di Gesù», l’autore spiega i criteri con i quali sono stati esaminati i miracoli di Gesù. Il primo è il criterio di discontinuità, secondo cui un evento si può considerare veridico quando è in discontinuità con l’ambiente, la mentalità e la cultura in cui avviene; il secondo è il criterio di continuità, in base al quale si valuta se un evento è coerente con la personalità di chi lo compie. Semplificando molto il discorso di Ravasi, si può sottolineare che i miracoli di Gesù non sono mai fatti per attirare l’attenzione, per sorprendere o stupire; «sono sobri, destinati a fare del bene a persone sofferenti e sono compiuti esclusivamente in un contesto religioso e non di spettacolo o magia», spesso infatti Gesù ordina a chi risana di tacere, di non dire a nessuno quello che gli è accaduto.

 

I suoi miracoli, quindi, sono in sintonia con la sua persona e il suo messaggio. D’altra parte, quando opera una guarigione lo fa andando contro tutti i convincimenti della sua epoca: tocca gli impuri, si avvicina ai morti, agisce di sabato…, insomma instaura, come dice Ravasi, «un modo nuovo e quasi blasfemo di operare prodigi». Sceglie di compiere interventi che nessun rabbi santo e taumaturgo del suo tempo avrebbe accettato di eseguire. Ogni suo miracolo è un atto di misericordia verso chi soffre o un “segno”, come lo definisce l’apostolo Giovanni, della trascendente novità del regno di Dio. Gesù non vuole neppure guadagnarsi la fede degli altri attraverso i miracoli, infatti congeda i guariti sempre dicendo: vai, la tua fede ti ha salvato

Il cristianesimo è, come abbiamo detto all’inizio, sostanzialmente credere che un evento sia accaduto, un evento che Paolo riassume così: «noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i giudei e stoltezza per i pagani…, predichiamo Cristo sapienza di Dio e potenza di Dio”. Una fede per gli stolti e per chi ha il cuore aperto alla meraviglia di un bambino, suscitata da un uomo straordinario e radicata in una speranza storicamente attestata di un’irruzione del divino nella carne dell’uomo.

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