Tre spiagge e una foce. Ricordo di Vittorio Sereni

Sono passati trent'anni esatti dalla morte di Vittorio Sereni e, dato che questo grande poeta era nato a Luino nel 1913 (27 luglio), il trentennale della morte coincide curiosamente con il centenario della nascita.

 

Un lettore di provincia come me, che, come moltissimi altri è vissuto  sotto l'incanto del mito della "Frontiera", esile mito, vorrebbe rendere omaggio a Sereni analizzando quattro sue celebri poesie, una per raccolta, in modo da fornire anche un' antologia minima che possa rendere eventualmente l'idea di un percorso.

 

SETTEMBRE
Già l'òlea fragrante nei giardini
d'amarezza ci punge: il lago un poco
si ritira da noi, scopre una spiaggia
d'aride cose,
di remi infranti, di reti strappate.
E il vento che illumina le vigne
già volge ai giorni fermi queste plaghe
da una dubbiosa brulicante estate.



Nella morte già certa
cammineremo con più coraggio,
andremo a lento guado coi cani
nell'onda che rotola minuta.



E' una poesia della raccolta d'esordio, Frontiera; la raccolta uscì una prima volta nel 1941; la poesia è stata scritta tra '38 e '40. (Così si legge nell'apparato critico del Meridiano dedicato a Sereni nel 1995; incidentalmente notiamo che i Meridiani, oltre che di Sereni, Caproni e Luzi offrono un poderoso apparato critico ai testi ma non un commento vero e proprio; viceversa il Meridiano di Zanzotto ha un eccellente commento ma non un apparato critico; vorrà significare qualcosa?).

 

 

Una volta stabilito che è una delle molte poesie bipartite di Frontiera e che i suoi versi sono prevalentemente endecasillabi, con un settenario e un quinario e gli ultimi tre di sillabe ne hanno dieci ma non sono decasillabi, vien subito voglia di chiamare in causa poesie di altri poeti. La lingua, anche quella della poesia, è un fenomeno collettivo. Per spiegare un poeta bisogna rivolgersi ai suoi colleghi.
"La spiaggia d'aride cose, di remi infranti" eccetera rimanda immediatamente a Montale, quello degli Ossi di seppia, naturalmente, dove la spiaggia è ricettacolo di lordure, rottami, macerie. Correlativo oggettivo del male di vivere o, per ridire una parola montaliana ridetta fino alla noia, dell'aridità, appunto.

 

Però l'attacco del nostro testo "Già..." non è montaliano. Evoca piuttosto attacchi coevi di Luzi "Già colgono i neri fiori dell'Ade", "Già goccia la grigia rosa il suo fuoco" e, forse più ancora, di Quasimodo "Già la pioggia è con noi", dato che è in Quasimodo (Oboe sommerso) che si ritrova una poesia con movenze singolarmente vicine alla nostra; alludiamo a Dove morti stanno ad occhi aperti, in particolare a versi come questi: " seguiremo case silenziose/dove morti stanno ad occhi aperti... Avremo voci di morti anche noi...", versi nei quali il futuro, lungi dall'essere usato per rappresentare speranza o riscatto, rappresenta la "morte già certa".

 

Va inoltre osservato come Sereni s'appropri del tipico attacco con "Già"  (tipico della lingua "ermetica"), ma solo per dilatarlo enormemente, per moltiplicarlo per tre, facendolo riecheggiare, disseminato, anche ai vv.7 e 9.

 

Forse però bisogna risalire più indietro, nella trafila dei poeti, e arrivare a Cardarelli, nelle cui "Poesie", uscite una prima volta nel 1936, Sereni poteva leggere l'incipit con "già" associato esattamente all'avvento della stagione autunnale, sia, certo, in Autunno: "Già lo sentimmo venire/nel vento d'agosto, /nelle piogge di settembre...", sia, ancor più, in Settembre a Venezia: "Già di settembre imbrunano/a Venezia i crepuscoli precoci...".

 

Siccome Sereni era poeta che, come Leopardi, si nutriva molto di prosa, potremmo volgerci a quella assai sapida che giusto in quegli anni veniva pubblicando Gadda su "Letteratura". "L'olea fragrans aveva foglie lucide e lievi sotto il sole di settembre...". Così si legge nel "tratto" ottavo della Cognizione del dolore. E sarebbe un accostamento assai felice, per via della compresenza di settembre e olea, in un contesto lacustre, che stingerebbe magari un po' del suo livore, del suo rancore sull'idillio sereniano, benché questo sia, si sa, un falso idillio (il lago colora le mattine, ma "rapisce uomini e barche"). Ho usato il condizionale per il semplice motivo che l'ottavo "tratto" della Cognizione è stato pubblicato solo nel 1970.

 

E' probabile però che Sereni abbia derivato il suo attacco così memorabile da un poeta più remoto degli altri qui ricordati, e che gli era molto caro, se gli dedicò la sua tesi di laurea, Guido Gozzano. In una strofa del Convalescente (1905) sta infatti scritto: "Certo è già tutta fiori/l'olea fragrante...". La poesia divenne poi la famosa Via del rifugio; questa strofa venne espunta. La ricuperò, credo, Sereni, per utilizzarla in Settembre.

 

Tutte queste voci di poeti affini, per esprimere quello che potremmo battezzare lo "stoicismo del cambiamento stagionale". Per un meteoropatico come Sereni (autodefinizione) non è poco, ci pare.



Non sa più nulla, è alto sulle ali
il primo caduto bocconi sulla spiaggia normanna.
Per questo qualcuno stanotte
mi toccava la spalla mormorando
di pregar per l'Europa
mentre la Nuova Armada
si presentava alla costa di Francia.
Ho risposto nel sonno:- E' il vento,
il vento che fa musiche bizzarre.
Ma se tu fossi davvero
il primo caduto bocconi sulla spiaggia normanna
prega tu se lo puoi, io sono morto
alla guerra e alla pace.
Questa è la musica ora:
delle tende che sbattono sui pali.
Non è musica d'angeli, è la mia
sola musica e mi basta.



E' un testo molto celebre, questo, scritto durante la prigionia africana nel 1944 e pubblicato nel Diario d'Algeria, uscito in prima edizione nel 1947.

 

 

La sua notorietà ci esime dal discorrerne a lungo. Basti dire che Sereni stesso spiegò in più d'un'occasione che i due versi iniziali alludono a un fatto molto concreto: la rimozione, tramite aereo, della salma del primo soldato alleato morto durante lo sbarco in Normandia nel giugno '44. Sereni si disse colpito da quell'efficienza. Nella poesia c'è poi una sorta di equiparazione a quel morto da parte del poeta stesso. I prigionieri erano in qualche modo morti anche loro, infatti. "Non sanno d'essere morti/i morti come noi" è detto un paio di poesie più avanti. Inoltre c'è qui il tema forse fondamentale della raccolta: l'orgogliosa autosufficienza del prigioniero, che, a forza di sentirsi isolato, dimenticato, trascurato, ne diventa addirittura fiero. La musica delle tende che sbattono sui pali è la sua sola musica e gli basta. La prigionia è un circolo vizioso perfetto, da cui non vuole più neppure tentare d'uscire, nemmeno se glielo chiedessero in ginocchio.
Si tratta di cose risapute.
Comunque anche qui la spiaggia, come in Settembre, è un luogo luttuoso, irreparabilmente associata alla morte.

 

A colpire il lettore, esaminando la metrica del testo, sono i vv.2 e 11, che sono poi lo stesso verso ripetuto; un verso lungo, di sedici sillabe, insolito nel Sereni di questi anni, mentre in seguito versi così estesi, saranno in genere la norma. E' un verso composto, un novenario giambico e un settenario. Potremmo definirlo un esametro carducciano sui generis. O, anche: un esametro carducciano inverso. Infatti la sequenza di Carducci, quando voleva riprodurre l'esametro antico, era settenario+novenario.
Che ci sta a fare un verso dal sapore antico, classico, in una poesia di questo tipo?
Avanziamo una boutade: è come un segnale che qui, in questa poesia, c'è qualcosa di lontano, di arcaico e arcano. La storia, la cosiddetta storia, sfuma nell'intemporale.

 

Sereni celebra, attraverso l'ignaro soldato anglo-americano, il mito di Protesilao, il primo caduto greco sul suolo troiano. E nel poeta del pieno Novecento rivivono, intatti, i versi del secondo libro dell'Iliade: "...Protesilao bellicoso... l'uccise un eroe dardano,/che dalla nave balzava, primissimo tra gli Achei" ("poly pròtiston tòn Achaiòn"). Oltretutto, Protesilao, ce l'aveva nel nome il suo destino. Voleva essere "davanti a tutti" e morì, a Troia, prima di tutti. A quest'eroe greco toccò poi il privilegio di tornare, anche se per poco, dall'Ade al mondo dei vivi. Autentico revenant ellenico, come, del resto, il soldato morto alleato, che torna a visitare nel sonno il poeta prigioniero.
In una futura mitistoria della poesia italiana non dovrà mancare un corposo capitolo su Sereni.



LA SPIAGGIA
Sono andati via tutti -
blaterava la voce dentro il ricevitore.
E poi, saputa: - Non torneranno più -,



Ma oggi
su questo tratto di spiaggia mai prima visitato
quelle toppe solari... Segnali
di loro che partiti non erano affatto?
E zitti quelli al tuo voltarti, come niente fosse.



I morti non è quel che di giorno
in giorno va sprecato, ma quelle
toppe d'inesistenza, calce o cenere
pronte a farsi movimento e luce.


                                                          Non
dubitare - m'investe della sua forza il mare -
parleranno.



E' solo qui, come si vede, che la spiaggia viene tematizzata fin nel titolo, in questa poesia, anch'essa celebre, che venne scritta nel marzo del '63 e chiude Gli strumenti umani, usciti in prima edizione nel 1965.

 

E anche qui la spiaggia è associata alla morte, anzi ai morti. Ma questi morti, presenza collettiva declinata al singolare ("i morti non è"; nella retorica classica: schema per numeros), questa massa di morti è figura di un avvenire luminoso; non è più il pallido revenant di prima, che tocca la spalla e mormora; l'esercito dei morti parlerà. Non si sa cosa diranno queste forti voci di morti, forse diranno la "gioia" di cui parla, sempre negli Strumenti, Appuntamento a ora insolita. La loro voce futura è modellata sulla potenza delle onde del mare; non sull'onda del lago che rotola minuta.

 

Incidentalmente, si può notare, anche se e contrario, un insospettabile punto di contatto con l'ultimo verso dell'epigramma A uno spirito, che chiude una sezione de La religione del mio tempo di Pasolini: "... ma io non sono morto, e parlerò".

 

Non credo sia necessario specificare con esattezza il contenuto di tale utopia sereniana fondata, come in Benjamin, sul cumulo delle rovine e dei cadaveri da riscattare, e vendicare; certo non ha molto a che fare con Foscolo né con i Sepolcri; non è bellezza che consola, ma movimento che rigenera. In una parola: utopia politica più che estetica.

 

Vent'anni, e quali vent'anni, non sono passati invano. La lingua di Sereni si è sensibilmente avvicinata al parlato ("blaterava", "saputa", "come niente fosse"). La metrica si è sfaldata; c'è un solo endecasillabo, sdrucciolo, al v.11; ci sono parecchi versi lunghi, di quattordici o quindici sillabe.
Nonostante questo permane, qui come altrove nella stessa raccolta, un alto tasso di letterarietà, affidato prevalentemente alle figurae per ordinem, anastrofi, iperbati, inversioni dell'ordine comune delle parole insomma: "mai prima visitato", "partiti non erano affatto".
Considerazioni stilistiche a parte, ne La spiaggia, l'esile mito, l'urbano decoro di Sereni pare essersi trasformato in certezza implacabile.



FISSITA'
Da me a quell'ombra in bilico tra fiume e mare
solo una striscia di esistenza
in controluce dalla foce.
Quell'uomo.
Rammenda reti, ritinteggia uno scafo.
Cose che io non so fare. Nominarle appena.
Da me a lui nient'altro: una fissità.
Ogni eccedenza andata altrove. O spenta.



Questa poesia, che chiude la terza sezione di Stella variabile (edizione definitiva: febbraio 1982), e che è datata 12/9/1981, giorno in cui morì Montale, rappresenta, per così dire, il grado zero della spiaggia. La spiaggia qui non appare sulla superficie del testo, è però presupposta, allusa o, se ci si passa l'espressione, interiorizzata.

 

Siamo a Bocca di Magra: forse sul lato destro della foce, nel porticciolo; forse sul lato sinistro, sulla spiaggia vera e propria di Fiumaretta. Comunque "in bilico tra fiume e mare".
Nel testo che precede immediatamente questo, cioè Niccolò, era appena stata evocata la spiaggia "detta dei Morti" e un'altra spiaggia ancora, "già in sospetto di settembre", luoghi dove l'ombra di un morto (Niccolò Gallo in effetti) non sarebbe arrivata ("non verrai"), non sarebbe riuscita a "rompere lo sbiancante diaframma" che lo separava dai vivi (o sedicenti tali).

 

In Fissità c'è invece un vivo, un uomo, descritto come "striscia di esistenza", dove si potrebbe tranquillamente leggere "striscia di resistenza", perché, quest'uomo che compie gesti semplici e difficilissimi (rammendare reti, ritinteggiare uno scafo), è come un'ultima linea di resistenza dell'umano. Che si manifesta su questa sorta di spiaggia ultima, o ultima spiaggia.

 

La spiaggia, non nominata ma richiamata per pura contiguità macrotestuale dalla poesia precedente, non è più il luogo dell'epifania dei morti gloriosi che annunceranno il riscatto, ma un estremo baluardo o estremo barlume di vita elementare, di "buon lavoro umano" (Montale e, prima di lui, Campana).
Tutto il resto è come prosciugato, rarefatto. Spento, appunto.

 

E infatti in questi otto versi diseguali la figura che domina è l'ellissi. L'ellissi del verbo. Solo nei versi 5 e 6 compare un verbo di forma finita. La fissità del titolo esclude l'azione, tranne quella del lavoratore sulla foce. Il resto è un fotogramma statico. Bloccato. Forse per sempre.



P.S. Come si vede non ho fatto riferimento a nessuna delle centomila voci della sterminata bibliografia su Sereni. Ho però, confesso, attinto a piene mani da una tesi di dottorato del tutto inedita, la più inedita della storia: la mia, elaborata nell'università di Padova e discussa, per modo dire, a Roma, qualche tempo fa.

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